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Wednesday, March 25, 2020

Coronavirus -- due


I fiori in un giardino vicino casa
Marzo 2020

Ecco,

ci siamo un po normalizzati, ma neanche tanto. Ormai sono vari giorni che ci alziamo, anche qui negli USA, ci prepariamo per il giorno, e poi... restiamo in casa. A volte occorre forzarsi di tenere una routine. Tutto e' piu' lento, piu' silenzioso, cerchiamo tutti di trovare un modo per rendere quest'altro giorno produttivo, in qualsiasi modo uno possa intendere la produttivita', per distinguere un Martedi dal Sabato.

Un nuovo normale.

A casa, abbiamo iniziato a guardare l'opera tutti i giorni. Il Metropolitan di New York ha mandato in onda una produzione diversa ogni giorno per una settimana, per la maggior parte Verdi e Donizetti. E cosi pure il Teatro Regio di Parma.  Mi piace questa cosa.  Una delle cose che avrei sempre voluto fare di piu' e' andare all'opera e impararne le storie. Durante gli anni del petrolio non c'era tempo, mai tempo, per niente.

Ed allora ecco che cerco di leggere e di ricordare le circostanze attorno a Va Pensiero o ad Amami Alfredo. E poi leggo la storia di Giuseppe Verdi -- un uomo che si e' fatto da se, da famiglia contadina e povera, e che mi riempie di ammirazione. Gli erano morte moglie e due figli e continuava a produrre note di bellezza e grazia.

E grazie al coronavirus ho scoperto una cosa molto bella. Tanti anni fa, l'opera veniva cantata nelle piazze durante le feste patronali o in altre occasioni di festa e pure non di festa. E Verdi non era una cosa per cui ci si vestiva di tutto punto per andarlo a sentire in qualche raffinato teatro milanese. Mia nonna - terza elementare - sapeva tutte, o quasi, le parole della Traviata e di Rigoletto, perche' le cantavano nella vita normale. Non sapevo questo.

A volte faccio ginnastica da sola  - temo che il mio corpo non piu' giovane perda ogni sembrianza a me familiare, e che gli anni avranno la meglio sui miei sforzi ginnici.  So che non e' una cosa razionale, ma sento molto il timore di invecchiare e di non avere fatto abbastanza nella vita.

Ogni tanto parlo con amici e amiche con cui non parlavo da tempo. E' bello sentire in tanti casi di essere le stesse del liceo, dell'universita', nonostante i decenni e le vie divergenti che ci separano. E' bello ridere ancora di segreti e di storie passate, aggiornarsi, sentirsi ancora complici. 

Ho anche guardato dei documentari su PBS, la TV pubblica americana, secondo me uno dei servizi migliori di questa nazione. Ne hanno mostrato diversi, sulla pandemia del 1918, che ha colpito in particolare Philadelphia. I commenti e i paralleli sono tanti; ma quello di cui possiamo essere grati e' che quantomeno nel 2020 abbiamo telefoni ed internet, zoom e tablet, per essere informati, per parlare, per starci vicini in qualche modo.

Sono uscita nei dintorni qualche volta, per andare al supermercato, per fare una passeggiata in notturna o alla mattina presto, o anche per un viaggio in macchina finche' si poteva. Qui e' ancora consentita l'attivita' fisica in solitaria.

La citta' e' diversa e il senso dell'udito piu' affilato. Tutto arriva ai miei sensi piu' limpido. E' stagione di pioggia qui e a volte dal ponte della quarta strada in sopraelevata il mattino e' cosi virile e sicuro di se, con le nuvole ben definite e le palme che ondeggiano nel cielo azzurro e lontano, che uno non si puo' non fermare e voler prendersi tutto.

Il mare di Marzo al tempo del coronavirus e' sincero, non c'e' foschia, non ci sono movimenti umani, rumori.

Alla mattina se apro le finestre sento gli uccellini dall'enorme ficus dietro casa che urlano a squarciagola. Chissa' forse anche loro sanno che e' tutto silenzio ed e' meglio riempirlo adesso che l'etere e' tutto per loro.

Ieri sera invece c'era un tipo che giocava da solo a pallacanestro, e il suo ritmo da rimbalzo era l'unico attorno a me. Faceva compagnia ai miei passi.  

La primavera non sa che c'e' il coronavirus. Ogni tanto sopro dei ciuffetti verdi che ieri non c'erano, vedo i cigliegi selvaggi e gli alberi di pesche nel giardino dei vicini che pian piano perdono i fiorellini rosa per trovare foglie verdi.

Sul balcone di casa in un vaso sono nate da sole delle fragole. Come sia sucesso non lo so, ma le ho mangiate, sono buone.



Thursday, March 19, 2020

Il coronavirus -- uno



Ore 4:00pm

Ho molto dibattituto se mettermi qui a scrivere per dare una forma ai miei pensieri, per comunicare con le poche o tante persone che hanno letto questo blog per tanto tempo, per far qualcosa di utile.

Non sapevo, non so, se ho qualcosa di costruttivo da dire o da dare. Ma alla fine, eccomi qui.

Voglio scrivere in punta di piedi, senza far rumore, solo con affetto, che alla fine e' stato il motore di questo blog per tutti gli anni in cui e' esistito.

Non daro' numeri, non diro' niente che nessuno non abbia gia' detto in termini di prevenzione, di stare a casa, di obbedire. Non c'e' niente da aggiungere alla catilena quotidiana di numeri di morte e di tristezza, e al cuore spezzato prima, e rassegnato ora, di tutti noi vicini, e lontani. 

Penso che in questi giorni di chiusura forzata delle nostre vite normali sia utile raccontare, parlare, comunicare, sentirci vicini. E quindi anche solo per offirire un modo di passare il tempo a chi e' a casa, voglio mandare spaccati di quello che succede qui, fuori e dentro di me.

Per tanti giorni e' stato un qualche cosa di lontano. In Cina, in una citta' che nessuno aveva mai sentito nominare, Wuhan, e poi lentamente in Europa, in Italia. Piano piano gli articoli di stampa e la TV iniziavano a parlare di casi sempre piu' in vicini, di cosa fare qui, se siamo preparati o no. Trump da galletto diventa un canarino triste.

La paura o forse la coscienza che non eravamo immuni e' arrivata qualche giorno fa. Piano piano anche le nostre citta' americane si sono svuotate. Il coprifuoco perenne non c'e' ancora, ma siccome la natura umana non cambia molto da Pechino a Pavia, ci sono anche qui tutte le cose che abbiamo visto in Italia, chi pensa di essere Superman, chi compra cibo per sei settimane. Ci sono anche storie di chi compra pistole, di chi si e' fatto costruire un respiratore per casa sua, di chi non capisce.

Ore 6:00pm

E ora proprio, il sindaco di Los Angeles Eric Garcetti, ha parlato alla citta' con l'ordine di "stay at home" che e' una specie di quello che c'e' in Italia.  Non sono mai stata una grande fan di Garcetti, ma devo dire che in questa occasione e' stato rassicurante, statista. E adesso che parla il governatore della California, Gavin Newsom, sento lo stesso sentimento:  qualcuno che magari non sa esattamente quello che accadra' ma che spiega, che razionalizza, che da sicurezza. Ho avvertito lo stesso quando Giuseppe Conte ha parlato alla nazione.

Staremo a casa per un mese. 

Impareremo tante cose, come in Italia.

Qualche volta daremo il peggio di noi, ma spero che l'umanita' e la solidarieta' prevalgano, e che sara' il meglio di noi che prevarra'. 

Non ho mai vissuto in tempi come questi.

Ricordo da bimba una vaga paura della guerra fredda, della cattiva URSS, di Bresnev e di Khomeini che apparivano dal televisore, appena sbarcata in Italia nel 1979. Rai Uno li mostrava ogni sera al telegiornale.  Io non avevo neanche sette anni ed ero terrificata. Ricordo la paura dell'AIDS negli anni ottanta. Ricordo la confusione dell'11 Settembre o lo spossamento del terremoto dell'Abruzzo dell'Aprile del 2009. 

Ma nessuno di questi momenti e' come questo, in cui il nemico, la cosa che temi, e' invisibile, e' insidiosa, e' onnipresente, non se ne va, e non te ne accorgerai dove e come e quando verra'. Non e' su un aereo, o in una grande citta'. E' qui nell'aria, sotto le nostre scarpe, nelle nostre piazze, nei nostri paeselli.

Quando ero piccola, Bresnev e Khomeini erano lontani, e la guerra fredda possibile, ma non tangibile nel quotidiano.  Sting ci ricordava nella canzone "Russians" che i russi non sarebbero mai stati cosi stupidi da distruggere le vite dei loro cari: una bomba nucleare avrebbe ammazzato tutti, noi e loro.  Ancora mi commuovo a ricordare quelle parole "what might save us, me and you, is if the Russians love their children too".

E si, alla fine tutti abbiamo amato i nostri bambini piu' delle guerre.

Quanto tempo. 

Per l'AIDS, ero troppo lontana dal mondo di persone gay, dalle cose di sesso, troppo naive per sentirla come una cosa possibile nel mio piccolo mondo di studentessa delle medie o del liceo. L'11 settembre, e anche il terremoto, sono stati e sono eventi inaspettati per cui non ci si poteva preparare, e in un certo senso c'e' la beata ignoranza fino al momento in cui l'evento succede. E poi, dopo, c'e' il momento del ricostruire, del rimboccarsi le maniche, del fare.

E che dire del petrolio: avevo tempo, e per quanto fragili, strumenti per combattere ENI e politici ottusi, prima del disastro.

Ma adesso? Adesso, siamo davanti ad un nemico prolungato, sempre in agguato, per il quale non c'e' molto da fare se non star a casa ed aspettare che passi.

Come tutti ho paura anche io. O forse e' solo lo scoprimi piccola e impotente. Non ho paura per me, la mia vita e' stata bella e ricca, ma quanto per la fragilita' di tutte le nostre certezze.

Ho tanti pensieri --  di gratitudine per cio' che ho, che sono, per le persone che amo. Di riconoscenza per tutti quelli che fanno quello che fanno per noi tutti, medici, infermieri, cassiere, operatori delle pulizie che a volte si sono ammalati per noi. Di affetto per l'Italia, la sua bellezza, la bellezza della sua gente. Di umilta' - abbiamo mandato l'uomo sulla luna, abbiamo creato missili precisissimi e planetari, microscopi atomici, conosciamo i segreti del DNA e di Marte.  E ora ci fermiamo tutti per un virus invisibile.

Che possiamo fare?

Obbediamo, leggiamo, perdoniamoci, diventiamo persone migliori.

Ecco. Un caro abbraccio viruale a tutti.