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Wednesday, June 7, 2017

La California a demolire sette vecchi impianti a gas. Bastano le rinnovabili.


Moriranno tutte.




The whole utility paradigm has shifted.
The old model, the old legacy clunkers, 
won’t get us into the future we want


Per la prima volta nella sua storia la California decide di sospendere la costruzione di nuovi centrali a gas: non ce n'e' piu bisogno, grazie alle rinnovabili.

Sette centrali a gas, ormai vecchie, decrepite, abbisognanti di manutenzione superstraordinaria, brutte e ingombranti, verranno abbattute e mai piu ricostruite. 
 
Il Los Angeles Department of Water and Power (che qui chiamiamo tutti DWP, una sorta di carrozzone dell'acqua e del gas) ha infatti annunciato che i $2.2 miliardi di dollari previsti per ricostruire almeno tre varie centrali a gas diventate obsolete nella nostra contea non verranno piu' spesi.

E cosi le centrali in questione saranno demolite e non piu ricostruite.

Si tratta degli impianti di Scattergood (El Segundo), Harbor (Wilmington) e di Haynes (Long Beach). Li conosco tutti.

Se invece si considera tutta la California del Sud (che include le contee di San Diego, Santa Barbara, Ventura, e quelle piu' all'interno) che non viene gestita da Los Angeles le centrali scomparende sono sette.

Per esempio,  la California Energy Commission ha progettato di togliere la spina ad un altro impianto a gas a Mandalay Bay nella citta' di Oxnard, nella vicina Ventura County, fra Los Angeles e Santa Barbara. 

Abbiamo in questo stato una abbondanza di elettricita' ed un surplus di circa il 21% di piu di quel che ci serve, grazie al risparmio energetico, alle rinnovabili.

E ovviamente ci sono i costi: queste centrali a gas, fra manutenzione e gestione ci costano la bellezza di 40 miliardi di dollari l'anno, e continuano ad essere costruite nonostante da tempo i consumi siano diminuiti.

Perche' si continuano a costruirle? Perche' tutto il mondo e' paese, e quelli delle centrali a gas, inclusa la DWP, ci fanno un sacco di soldi a distruggere e a ricostruire!

Solo che a volte il ricostruire, non serve.

Infatti, visto che abbiamo l'obiettivo del 50% di elettricita' da rinnovabili entro il 2030, ed e' in corso l'idea del 100% entro il 2045, e' evidente che non ha senso construire centrali nuove!


Finalmente la DWP ha deciso di togliere la linfa a questi progetti a gas, anche grazie alle inchieste del Los Angeles Times che hanno mostato i numeri e i dati. Quanto paghiamo, quanto pagavamo, e perche' non serve rimpiazzare queste centrali a gas. Di fronte alle nude cifre, il DWP non ha potuto piu negare l'evidenza.

Questa e' una vittoria dell'ambiente, del buon senso, dei soldi dei cittadini, ma mostra anche quanto importante sia una stampa il piu possibile libera e che possa mettere in luce le cose storte, di modo che nessuno possa scappare all' "accountability".

Una parola troppo spesso sconosciuta in Italia.














Monday, September 28, 2015

La Shell si ritira dall'Artico: la vittoria delle proteste

Avevano qui 16 concessioni. 
Il motivo e' lo stesso: costa troppo e il petrolio e' poco.




La Noble Harbor Discoveree ha preso e se n'e' andata. Non si sa dove le trivelle verrano "parcheggiate". Prima avevano pensato a Seattle, ma ovviamente...  ci hanno ripensato, a causa delle precedenti proteste.

La Shell li' e' come l'untore di Manzoni.



Londra

 
 Zurigo

Seattle

Danimarca










“Shell will now cease further exploration activity in offshore Alaska for the foreseeable future. This decision reflects both the Burger J well result, the high costs associated with the project, and the challenging and unpredictable federal regulatory environment in offshore Alaska.”

Dal comunicato ufficiale della Shell
28 Settembre 2015



La Shell abbandona volontariamente le trivelle in Artico, secondo un annuncio del 28 Settembre 2015. Fino a non molto tempo fa la ditta olandese aveva osannato l'enorme potenziale di petrolio e di gas nei mari del Polo Nord, e anzi per tre anni ha cercato in ogni modo di bucare l'Artico, di ottenere permessi e di vincere la battaglia dell'opinone pubblica, spendendo e spandendo in ogni direzione. In questi giorni improvvisamente, cambia tutto.

I nostri eroi annunciano infatti di avere trovato poco petrolio e gas e che per questo si ritirano dall'Artico per il futuro prossimo. Avevano investito almeno sette miliardi di dollari.

Di certo, quanti che siano stati i miliardi spesi, la battaglia dell'opinione pubblica non l'hanno vinta mai. Gli investitori sono preoccupati del calo dei prezzi di petrolio, e pensano che siano investimenti rischiosi, non tanto per l'ambiente quanto per i costi. Si parla di addirittura una fusione con la BG, altra ditte petrolifere. Trivellare in Artico non e' questione da poco, ci sono iceberg della stessa dimensione che l'isola di Manhattan e nessuno mai saprebbe cosa fare in caso di incidente o di perdite fra i ghiacci perenni.

Cosi annunciano che di petrolio, nel pozzo Burger J del Chukchi Sea c'e' ne' poco e... chiudono baracca e burattini. Interessante che gli ci sono voluti ben sette miliardi di dollari nonche' anni di errori, incidenti e pure denuncie per violazioni alla sicurezza nei tentativi passati per arrivare a questa conclusione.

L'annuncio della fine delle attivita' in Artico potrebbe costargliene altri 4.

Un altro possibile motivo della chiusura rapida del capitolo "Shell in Artico" e' dovuta al fatto che il CEO della ditta, Ben van Beurden, si sentisse in difficolta' nelle discussioni internazionali sui cambiamenti climatici dove lui -- e la Shell -- vorrebbero avere un posto di ruolo. In queste discussioni infatti, le trivelle petrolifere in Artico sono sempre additate come esempio di non compatibilita' della Shell con il desiderio di fermare i cambiamenti climatici. 

E quindi, non e' che la Shell vuole mollare gli idrocarburi, e' solo che invece del petrolio le e' piu' conveniente propinarci il solito "gas naturale di transizione". In pratica, si sono fatti un po di conti, e vendere gas come appunto metodo di transizione e tenersi l'immagine di ditta impegnata contro i cambiamenti climatici e' piu' redditizio per loro che estrarre petrolio in Artico.

E poi ci sono i permessi governativi. Obama ha autorizzato le trivelle in Alaska, ma ha pian piano posto limiti sempre piu' stringenti. E poi c'e' lo spettro Hillary Clinton, che ha gia' detto di essere contraria alle perforazioni di Artico. Questo crea ancora maggiori incertezze per la Shell per il medio termine, se Hillary Clinton dovesse vincere le elezioni del 2016.

Ad ogni modo e' una sconfitta pesante per la Shell, considerati gli investimenti fatti e la figuraccia a livello planetario.

E' invece una vittoria per tutti quelli che si sono impegnati per tre anni per fermarli, anni in cui la Shell ha visto la sua immagine crollare a picco. Dai kayaktivisti di Seattle fino alla LEGO che li ha mollati dal loro set di costruzioni grazie alle proteste da parte di mezzo mondo, non ci sono stati miliardi che hanno tenuto. . E cosi sono salve balene, orsi e trichechi, e un po anche le generazioni future.

Un altro passo in avanti.