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Sunday, June 23, 2013

L'Istituto Luce, Paguro e Ragusa











Qui i video dedicati alla piattaforma Paguro - la vita senza donne, buchi nell'acqua, ENI, musica trionfante, tralicci come grattacieli, Robinson Crusoe del petrolio, una vita tranquilla, "lei ha moglie?", "no", "ecco perche' e' cosi tranquillo".

Servizio speciale Incom Paguro senza donne. La vita degli operai e dei tecnici sulla piattaforma - il [...] 19/07/1963 - 02387

Italia: Inaugurazione della nuova piattaforma petrolifera Paguro costruita dal [...] 08/1963 - OC372

E' finita com'e' finita - con lo scoppio della piattaforma.

Della storia del pozzo di Ragusa invece abbiamo gia' parlato. Ed ecco qui i vari video dell'epoca:

La World Bank, Nuova Sicilia, magnifica storia, pozzo numero nove, principe Pignatelli, sorgenti di energia miracolose, temperatura funzionante, "aiutati che iddio ti aiuta".

Asta quadra, favorito le ricerche, autorita', 2000 metri di profondita, grande risposta, mescolato a gas e fango e' emerso il petrolio siciliano, flacone del prezioso liquido, orizzone nuovo e luminoso, festa grande per l'isola e per la nazione, fuochi d'artificio mai visto, fuochi di petrolio siciliani,





E poi, invece ecco qui com'e' finita a Ragusa, con i video dell'epoca.

Boato assordante, fiamme ruggenti, colossale incendio, uomini imbacuccati in tute d'amianto, immane fornace, violenza, Kinley, uomo taciturno, curioso mestiere, occhio esperto, tranquillo e sicuro, ne ho domati di ben peggiori, vittoria dell'uomo sulle forze scatenanti della natura.

Domani il prezioso petrolio tornera' a sgorgare anche qui.



 

Wednesday, February 20, 2013

La memoria dei petrolieri


5 Novembre 1955, Tabuna, Ragusa
scoppio di pozzo petrolifero.


 "La normativa รจ rigidissima"
"Nel territorio della provincia di Ragusa sono presenti all'incirca 70 pozzi, ma a menoria d'uomo non si ricordano grandi  incidenti o disastri"


dal gruppo ENI come riporato da

La Sicilia, 22 Agosto 2012

Forse loro non ricordano, o non vogliono ricordare, 
ma internet, e la stampa e
la memoria d'uomo onesto ricordano benissimo.


La Sicilia, 22 Agosto 2012


Il caso piu' noto di scoppi di pozzi di petrolio in Italia - forse perche' piu' recente - e' quello di Trecate, Novara, dove nel 1994 scoppio' un pozzo di petrolio dell'ENI. Per tre giorni ci fu eruzione incontrollata e pioggia di idrocarburi dal cielo. Tutto nero - risaie, case e vite.

Nel 1991 ecco un altro pozzo scoppiato, a Policoro, in Basilicata.

Andando a ritroso nel tempo troviamo anche lo scoppio della piattaforma Paguro, nel 1965 in cui persero la vita tre operai dell'ENI. Quello fu un piccolo golfo del Messico italiano: 2 mesi e mezzo di rilascio incontrollato di acqua e metano in aria con nessuno che sapeva cosa fare per femare il tutto.

E poi ci fu lo scoppio nei pressi di Ragusa, nel Novembre del 1955 di cui non abbiamo mai parlato.

Di questo scoppio ci sono ancora meno tracce nella memoria collettiva che di Trecate e di Paguro.

Era il pozzo petrolifero numero nove di Tabuna, a circa un chilometro da Ragusa ed operato dalla Gulf Oil, societa' americana. La Gulf fu la prima a scoprire il petrolio in Italia, proprio a Ragusa nei primi anni '50. Questa ditta e' poi confluita nella Chevron.

A Tabuna, il giorno 5 Novembre 1955 una perdita di metano aveva fatto scoppiare una valvola e di li un enorme incendio. Ecco un po di copertine dell'epoca - prese dal quotidiano La Sicilia






Il crollo del pozzo della Gulf, La Sicilia, 8 Novembre 1955

La Stampa di Torino, 8 Novembre 1955

Nel testo si parla di "un ammasso informe di ferraglie e lamiere che ardono in un immane e spettacolare rogo."

Si dice che stavano provvedendo alle operazioni di "swabbing" e cioe' si incendiava volontariamente un certo quantitativo di greggio, ma improvvisamente, grazie alla rottura di una valvola

"si sprigionava dalla tubatura del pozzo una altissima colonna di gas metano che si incendiava instantaneanmente".

Un articolo de La Stampa dell'epoca parla di "Un pauroso incendio di eccezionali proporzioni", una "spessa nube nera", "tutto il castello della trivella veniva avvolto dalle fiamme".

Molte cose sono avvolte nel mistero: il pozzo e' bruciato per 15 giorni secondo i vigili del fuoco, e per 8 secondo i titoli di stampa. La trivella "National 130"come titola il quotidiano di Sicilia, alta 50 metri e' crollata.

Come da copione nessuno sapeva cosa fare per spegnerlo. Sono arrivati i vigili del fuoco da Siracusa, Messina e Catania.

"La popolazione di Ragusa e' in preda ad un vivo orgasmo".

Alla fine, per contrastare la pressione sotterranea il pozzo e' stato coperto con un "sarcofago" in cemento armato di diverse tonnellate di peso e per spegnere l'incendio hanno dovuto chiamare Mr. Myron Kinley dagli USA, il mago degli incendi nei pozzi di petrolio.

 Il domatore di fuoco, La Sicilia, 10 Novembre 1955


Un altro articolo sempre della Stampa lo chiama "il mangiatore di fuoco", e lo descrive come un eroe - indossava una vestaglia granata, potentissimi getti d'acqua, una terribile calura, rischiosissimo lavoro, sfidando la morte. Altri soprannomi che aveva era la "Salamandra Umana" e "Gamba di Legno".

Era come se la natura si fosse ribellata ma poi l'"Americano” era venuto a salvare tutti.

Questo incidente lo ricorda ancora qualche persona anziana che racconta che verso sera il cielo restava illuminato a giorno. A quel tempo si conosceva poco del petrolio. La gente ebbe paura ma visto che tutto si risolse per il meglio, pian piano venne dimenticato.

E cosi' oggi l'ENI puo' dire che "a memoria d'uomo non si ricordano grandi incidenti o disastri".


E' per questo che e' importante la memoria del passato - che sia dello scoppio di pozzi, che sia del crollo di dighe, che sia di chi eleggiamo a capo del governo -  in modo tale che gli stessi errori non vengano commessi mai piu', e soprattutto in modo che nessuno possa dire "credetemi" a scatola chiusa, petrolieri o politici che siano.


La Stampa di Torino, 13 Novembre 1955




Monday, January 14, 2013

Paure da petrolieri

Anche se a ciascuno di noi puo' sembrare una lotta impari combattere noi cittadini normali contro l'ENI o la Shell o la MOG, in realta' queste battaglie si susseguono in tutti gli angoli del pianeta, e grazie ad internet e a tutti i dispositivi tecnologici dei nostri tempi, e' facile fare informazione, sentirsi meno soli,  scambiarsi tattiche e strumenti di resistenza e resistere a tutti quelli del partito del "tuttapposto".

Basta per esempio fare google su fracking, o su trivelle offshore, o su Paguro, o su Nomisma, ed esce fuori tutto lo scibile umano in termini di storia, scienza, effetti, danni, intenti e sponsor.

Ed e' cosi' che l'industria del petrolio inizia ad avere paura di quello che ora viene definito un  "movimento globale" contro le trivelle in cui gli attivisti continuano a vincere. 

E questo lo dice un gruppo di consulenza internazionale dal nome "Control Risks" con sede a Londra e che su richiesta - e su soldi - dell'industria del petrolio e del gas, ha appena stilato un report in cui si dice che i petrolieri hanno sottostimato la "sofisticazione, la capillarita' e l'influenza" del movimento globale contro le trivelle.

Il report si initola “The Global Anti-Fracking Movement: What it wants, how it operates, and what’s next”.  Notare che per i "senior executive" dell'industria del petrolio c'e' una sezione speciale per paralre a tu per tu con chi il rapporto l'ha stilato.

Nonostante i ridicoli tentativi fatta da certa stampa italiana e da Davide Tabarelli di Nomisma, questa opposizione non e' piu' descritta come un fenomeno sporadico, un atteggiamento not-in-my-backyard
che finge di essere ambientalista solo per non avere impianti impattanti nelle proprie comunita', ma piuttosto un movimento con vari portatori di interesse, motivato, bene organizzato, e troppo intelligente da credere alle campagne pubblicitarie e ai tentativi di tuttappostismo dell'industria del petrolio.

Diciamo che tutte queste cose chi e' in trincea da anni - come la sottoscritta - gia' lo sa, per esperienza e per buon senso. A me non interessa che non trivellino Ortona o Pantelleria o Carpignano Sesia perche' sono o non sono i miei backyard. A me interessa che non lo facciano perche' non e' giusto per l'Italia, per il pianeta, per le generazioni future.

Secondo il rapporto della "Control Risks" cio' che i  petrolieri devono piu' temere ovviamente sono i divieti e le moratorie, come quella che vige in Francia dal 2011 dopo molteplici proteste di massa e poi riconfermato a Settembre 2012. E anche se all'inizio il fracking si e' diffuso qui negli USA piu' o meno' in modo incontrollato, ci sono ora 308 citta' che l'hanno vietato e cosi' pure lo stato del Vermont.


Altro elemento di cui i petrolieri devono preoccuparsi sono gli interventi radicali degli attivisti che hanno bloccato pacaficamente alcuni siti da trivelle negli USA, in Australia, in Canada ed in Polonia.

Questa "Control Risks" e' una ditta nata per fornire servizi a ditte ed industrie di grande scala e per aiutarli ad insediarsi in "ambienti ostili", insegnandogli come comportarsi in situazioni nazionali o internazionali di corruzione, pirateria, sequestri di persona, e appunto ... movimenti ambientalisti.

In passato la Control Risks ha lavorato con l'industria del petrolio per varie questioni piu' o meno diplomatiche e piu' o meno di affari, in Algeria, Angola, Congo, Nigeria, Russia, Indonesia, Pakistan, Colombia, Ecuador, Venezuela, Dubai, Sudan and Yemen.

E ora passano agli attivisti! Siamo piu' pericolosi dei pirati della Somalia e dei terroristi del Pakistan!

Le loro raccomandazioni ai petrolieri? Di cambiare il loro modo di fare. Di smetterla di dire che sono dei santi e di smetterla di puntare il dito agli attivisti accusandoli di  instigare paure e isteria. Invece quello che dovrebbero fare e' di accettare che trivellare ha impatti negativi, ammetterlo, rilasciare le composizioni chimiche di cio' che iniettano sottoterra ed essere piu' attenti nella difesa dell'ambiente.

Dicono anche che continuare a ripetere il mantra che la benzina costera' meno trivellando localmente e che diminuira' la dipendenza energetica dall'estero, e' controproducente. I petrolieri dovrebbero invece aiutare le comunita' in cui si insediano con assunzioni e spese locali e dovrebbero investire localmente su progetti di beneficio per le comunita' a lungo termine, anche dopo che le trivelle finiranno.

Quindi i rappresentanti dell'industria del petrolio ha pagato un report per sentirsi dire quello che non voleva sentirsi dire. Che il loro modello e' sbagliato e che i soldi possono comprare molte cose, ma non menti libere.

Ovviamente io non condivido quasi niente di cui sopra, e cioe' che occorre fare tutte queste carinerie con i residenti per poter trivellare meglio. Quello che e' necessario non sono foglie di fico, ma invece soluzioni vere a lungo termine sul come liberarsi una volta per tutte dalla dipendenza dalle fonti fossili.

Con tutti i soldi che hanno portato a casa finora, dovrebbero essere proprio loro, i signori del petrolio, a mostrarci la strada maestra. E se non riescono a capirlo da un punto di vista morale, almeno che capissero che se non lo fanno, il loro business prima o poi morira'.


Friday, February 24, 2012

Giorgio Mazzenga: 500 bugie


NON E' VERO CHE L'IMPIANTO FOREST OIL PORTERA' ALL'AUMENTO DEL 50% DELLE RISERVE ITALIANE.

MA CHE E' MANDRAKE LUI?

QUEL GAS BASTERA' PER UNA SETTIMANA SE TUTTO VA BENE.
PAROLA DI FOREST OIL AI SUOI INVESTITORI


Agli Abruzzesi: rifiutatevi di lavorare per la Forest Oil,
boicottateli, cacciateli via.
Distruggeranno ogni cosa che toccheranno,
proprio come i petrolieri di Basilicata.

Vorrei proprio sapere chi ha dato l'arroganza a quest'uomo, Giorgio Mazzenga, di venire in Abruzzo a fare il comodo suo.

Oggi Prima da noi e il Centro riportano che Giorgio Mazzenga, capo della Forest Oil Corporation - Italia, ha deciso di andare avanti con i suoi progetti di morte senza aspettare la fine del lento processo autorizzativo.

Un altro articolo di Abruzzo web e' qui.

Ma chi crede di essere questo?

Da come la rigirano loro la frittata, pare che siano, come Assomineraria, dei santi.

La balla piu' grande di tutte e' che questo giacimento portera' :

all'aumento delle riserve italiane di gas del 50%.

Cosa? Li trivellano 5 pozzi. Allora facciamone fare altri 5, 10 e voila' abbiamo risolto tutti i problemi d'Italia. Ma dove si e' mai visto che 5 pozzi di gas possano coprire meta' delle riserve italiane? E' impossibile, ed e' solo una grande bugia, come tutte le altre follie di quell'articolo.

Secondo me il gas gli e' andato alla testa, al signor Mazzenga, che poi continua:

"La nostra intenzione e' di far lavorare il piu' possibile le imprese locali".

Ah si? E allora apri un centro di installazione di pannelli solari per tutte le case d'Abruzzo. Metti su una cooperativa turistica, apri un centro di sviluppo di energia sostenibile, apri un impresa vitivinicola.

Ma lo sanno tutti che la sua e' tutta propaganda. Mazzenga non vuole dare lavoro a nessuno, quello vuole solo farci i soldi, lui, i suoi azionisti, i politici corrotti, e gli investitori americani.

E quanto lavoro? Il titolo spara: 500 persone.

Ma poi a leggere invece si capisce che sono sole quindici persone ai macchinari e cinque come segretarie. E gli altri 480?

Quelli sono per costruire e "per il ripristino dei luoghi". Quindi significa che circa 240 a costruirlo e 240 per il ripristino?

Chissa'. Ad ogni modo sono lavori temporanei, di muratura o di bonifica - e se mai il ripristino ci sara', sara' fra 30 anni! Quindi e' scoretto chiamarlo lavoro quello!

Ma anche se fosse, si sa in Italia quanto ripristino c'e' - niente di niente.

Mai sentito parlare di ripristini in Basilicata? Io no.

Infatti mi viene in mente quando ebbi il dibattito a Muro Leccese con un geologo ENI: qualcuno gli chiese che tipo di ripristini facevano e lui come unico esempio riporto' quello della Piattaforma Paguro.

Cosa?

.. Ma la piattaforma Paguro era scoppiata, incendiata e crollata, non e' mai stata ripristinata da nessuno! Erano tutte balle perche' non ne aveva in mente altri di ripristini: che io sappia, non esistono!

Ancora con altre balle: la "subsidenza". Dice che saranono "soli sette centimetri".
Di grazia sulla base di che cosa? Nella valutazione di impatto ambientale non c'era scritto niente di tutto cio'.

Ma poi, come fa lui a dire se saranno 7 o 17 o 27? Non sono calcoli a cui affidarsi con assoluta certezza. E poi i petrolieri sono di parte, e di solito se dicono sette, saranno sicuramente molti di piu'. Ma anche sette sono troppi, in un territorio cosi' delicato.

Di nuovo la fantasia galoppante di Mazzenga all'opera: useranno
"una biotecnologia" che si fonda sull'uso di batteri che restituiscono acqua e zolfo, nel pieno rispetto dell'ambiente.

Ma cosa dice questo? E allora a che gli servono nel suo progetto tutte quelle torri emissive? Cosa tirano fuori li? Acqua? Profumi? Elisir di lunga vita?

E di grazia, dove lo mettiamo lo zolfo prodotto? E perche' hanno gia' costruito vasche per i materiali tossici di scarto? E questi batteri dove li ha sognati?

Ma alla fine di tutto, caro signor Mazzenga, quello che resta e' che la gente di Bomba non ce la vuole qui ne la sua raffineria, ne i suoi paventati quattrini. Se li tenga a Milano e ci lasci in pace.

Giorgio Mazzenga. Non ho parole per descrivere il mio disgusto. Lei e' veramente scorretto e dovrebbe soltanto vergognarsi di mettere il profitto sopra ogni cosa: amore per la terra, per la natura, rispetto per la gente.

Lo stesso dicasi per i nostri cari politici, a partire da Gianni Chiodi - immobile, impassibile, incurante dell'Abruzzo, che sia la ricostruzione dell'Aquila, che siano le trivelle.

Un governatore inutile, incapace di prendere qualsiasi decisione, e con lui Antonio Sorgi, il capo di quella specie di inciuciaio locale che e' la Commissione VIA dell'Abruzzo.

Che dire di Domenico Scoccia e di Eugenio Caporrella, pagati dalla Forest Oil per andare in gita a "istruirsi" sulle raffinerie della Forest Oil.

Che schifo. Che schifo. Che schifo.

Tuesday, October 5, 2010

Mario Rainone? Non Crediamogli!




Compare sul Centro di ieri un articolo di tale Mario Rainone, professore all'universtia' d'Annunzio di Chieti e di Pescara, che in sostanza dice che i pozzi di petrolio vanno bene, sia in terra che in mare.

Dice in che l'Abruzzo e' gia' inquinato dai contadini, per cui continuiamo ad ammazzarlo. Dice che non meglio specificati "ambientalisti" stanno facendo terrorismo psicologico e che da noi in Abruzzo e in Italia niente di male potra' mai succedere.

E che c'ha la sfera di cristallo lui?

Intanto questo Rainone non lo aveva mai sentito nominare nessuno fino a ieri, e la prima domanda che mi pongo e': come mai proprio adesso se ne esce con questo articolo fuoriviante e pieno di inesattezze? C'e' lo zampino di Assomineraria? Della Forest Oil? Della Halliburton? O che forse ci si sta preparando per altre concessioni o per approvare Ombrina Mare? O c'e' odore di consulenze e denaro?

Dice che "le estrazioni petrolifere non sono un rischio per il nostro mare perche’ i giacimenti la nell'Adriatico non hanno pressioni tali da poter creare incidenti."

Pero’ aggiunge che le perforazioni “in caso di incidenti possono essere facilmente raggiunte dai tecnici”.

Allora sono pericolose o no? Incidenti si o no?

La verita’ e’ che nessuno puo’ assicurare con matematica certezza la sicurezza dei pozzi.

Nessuno.

Anche la BP fino al giorno prima dello scoppio garantiva che non sarebbe successo nulla alle loro infrastrutture!

Il Professor Rainone dimentica che proprio in seguito al disastro della Louisiana il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo ha imposto un divieto trivelle a 9km da riva, per precauzione.

Se davvero fosse tutto cosi’ sicuro come afferma il professor Rainone, perche’ il nostro ministero avrebbe approvato questa legge - per me assolutamente insufficiente, ma meglio di niente?

Che dire della California dove vige il divieto di trivellare a 160 chilometri dalla riva? O della Florida, dove il limite e’ di 200 chilometri dalla costa? O dei grandi laghi americani, dove e’ totalmente vietato trivellare, anche se l’intera superficie e’ una volta e mezza superiore a quella di tutto l’Adriatico? O della Norvegia dove i pozzi di petorlio sorgono almeno a 50 chilometri da riva? Il professor Rainone pensa che questi limiti siano messi per sport?

Il "professore" ha dimenticato l’incidente della piattaforma Paguro, nel Ravennate, che esplose nel 1960 a meno di tre chilometri da riva causando la morte di tre persone e rilasciando metano ed acqua per tre mesi, incontrollatamente, creando una colonna di decine di metri di altezza.

Il "professore" non sa che il piu’ grande disastro petrolifero in termini di vite umane e’ stata l’esplosione della piattaforma Piper Alpha, che nel 1988 costo’ la vita di 167 persone nel Regno Unito e che era posto in acque considerate basse, o del caso Ixtoc che scoppio’ in Messico rilasciando petrolio per 9 mesi nel 1979, anche questa in acque poco profonde.

Allo stesso modo il "professore" non conosce lo scoppio di una piattaforma a Santa Barbara, anche questa in acque basse, che nel 1969 causo’ l’inquinamento di tutta la costa e dopo il quale nessuna piattaforma e’ stata costruita lungo la costa pacifica americana.

Soprattutto al "professore" manca una visione d'insieme e non dice che secondo i piani petroliferi META' del la nostra regione e' da diventare un distretto minerario.

Non staimo parlando di un pozzo - qui si vuole trivellare lungo in lungo e in largo lungo tutta la costa! Si vuole installare un cosiddetto centri oli a mare, una nave gigante per la raffinazione a 9km da Rocca San Giovanni in bella vista sul litorale teatino, con inceneritore incorporato ed attivo 24 ore su 24. Mica queste sono bazzeccole!

Gli FSPO non sorgono cosi vicino alla costa in nessuna parte del mondo occidentale! Anche qui, il "professore" non sa della Maersk Ngujima-Yin danese che sottoposto a tutte le perizie per accertarne la sicurezza scoppio’ esattamente un anno dopo!

Il "professore" dimentica che a regime le piattaforme rilasciano tonnellate di inquinanti nel mare che hanno ripercussioni sulla salute dei fondali, dei pesci, delle persone che mangiano quei pesci e che nuotano in quei mari.

Lo afferma il governo Norvegese sulla sua pagina ufficiale dedicata al tema dell’ambiente e non "gli ambientalisti" che fanno terrorismo psicologico.

Rainone passa poi alle trivellazioni su terraferma e afferma

che arrivare ad evocare scenari come il Vajont รจ puro terrorismo psicologico. Le norme di sicurezza adottate nel nostro Paese sono molto severe. Non รจ un caso se, da quando l'estrazione di idrocarburi รจ attiva nelle nostre aree, non si siano mai verificati incidenti.


Questo e’ falso. Il pozzo di petrolio di Trecate, in provincia di Novara, e’ scoppiato per ben due volte. La prima esplosione, la piu grave nel 1994. Piovve petrolio per tre giorni, i campi e le risaie furono impraticabili per oltre un decennio, e vennero intaccati oltre 100 chilometri quadrati di territorio con conseguenze econmiche devastanti per gli agricoltori della zona. Una seconda esplosione, meno grave, nel 2006.

Come per gli esempi in mare, le esplosioni sono rare ma che ne basta UNA SOLA, per distruggere tutto. E come gia’ detto non ci sono solo gli scoppi, ma tutti gli altri effetti nefasti che l’ENI e le ditte petrolifere portano alle comunita’ in cui si insediano. Basta guardare il caso Basilicata, dove 15 anni di trivellazioni hanno portato a sorgenti idriche inqunate, dighe di acqua potabile inquinate da scarti petroliferi, petrolio nel miele, campi decimati, tumori in forte aumenti.

E’ questo il vero scenario delle trivellazioni e non solo il rischio di scoppio. Lo scoppio si vede e fa rumore, la morte progressiva e lenta no.

Per quanto riguarda “lo scenario Vajont” e’ stata la Forest Oil – ditta americana che vorrebbe trivellare ai piedi del lago di Bomba – a parlare per prima di questi rischi in un comunicato del suo dirigente per gli affari esteri, Ronald Brown che esplicitamente citava questa possibilita’. E’ stato lo steso brown a ricordare che la stessa ENI ha deciso di non trivellare ai piedi del lago di Bomba, oltre 40 anni fa per I gradni rischi di frane e smottamenti. In questo caso dunque, il terrorismo psicologico l’ha fatto la Forest Oil e non certo le persone che si ergonno in difesa dell’ambiente per il beneficio di tutti, anche del Prof. Rainone.

Infine, il professor Rainone conclude con un affondo sui contadini – classe cosi spesso trascurata e poco rispettata in Abruzzo accusandoli di

un uso sconsiderato di concimi e diserbanti in decenni di attivitร  agricole.


Caro Rainone, qui non stiamo giocando a chi distrugge l’ambente di piu’. Se lei avesse davvero a cuore l’Abruzzo, si farebbe portatore di una campagna per sensibilizzare i contadini ad un uso piu rispettoso del territorio, e non certo usare l’uso di concimi come paravento per invocare una devsatazione ambientale ancora maggiore. Mi aspetterei da un accademico di voler migliorare la societa’ in cui vive, e non di avvallarne la distruzione.

Il "professore" conclude con un invito ad un incontro scientifico. Bene, ci sto. Se vuole un dialogo vero e non semplice propaganda, concordi con me luogo e ora, e sono sicura di smontare tutte le sue tesi.

In questi tre anni in cui leggo, viaggio, parlo, studio il tema del petrolio non ho ancora trovato una sola comunita’ che sia felice di ospitare l’industria petrolchimica nei suoi mari, nelle sue terre. Una sola non l’ho trovata.

Agli Abruzzesi onesti e intelligenti invece posso solo ribadire quello che ho scritto nella pagina informativa comparsa sul Centro in data 28 Agosto 2010: Non crediamogli.

Tuesday, August 24, 2010

La piattaforma Paguro




In Italia non c'e' molta memoria storica. Le cose accadono, a noi e agli altri, e non siamo mai capaci di usarle per prevenzione futura, per imparare, per fare meglio, per crescere. Dopo un po', ce ne dimentichiamo e torniamo alla dolce vita.

Nel 1965 l'Agip costrui' una piattaforma detta Paguro nei mari antistanti Ravenna - in zona Porto Corsini - a circa 15 chilometri da riva. Le trivelle giunsero a quasi 3 chilometri sotto la crosta terrestre dove trovarono metano. Qualcosa pero' ando' storto. C'era un altro giacimento ad altissima pressione di cui i geologi non si erano accorti, e voila', la piattaforma scoppio' e si incendio'.

Nella tragedia morirono tre persone, Pietro Peri, Arturo Biagini e Bernardo Gervasoni che lavoravano per l'AGIP.

La piattaforma si inabisso' nel mare e si genero' un gettito di idrocarburi, gas misto ad acqua che giunse fino a 50 metri di altezza.

Le emissioni durarono per tre mesi ininterrotti.

Insomma, una tragedia-sorella minore dello scoppio del Golfo del Messico, dove per fortuna c'era gas anziche' petrolio.

Sono passati piu' di 40 anni, nessuno parla piu' di questa piattaforma se non i subacquei. Siccome la pesca e' difficile a causa della presenza del relitto, si e' creato un habitat particolare nei fondali attorno alla piattaforma sommersa e la zona e' divenatata prima un punto di attrazione per i subacquei e ora anche una riserva marina protetta.

In qualche modo e' finita "bene" a Ravenna per questa piattaforma. Ma ci sono voluti 40 anni.

E se succedesse di nuovo? E se invece di gas ci fosse stato petrolio? E che immagine daremmo al mondo se succedesse una cosa simile oggi quando i mezzi di comunicazione sono molto piu' potenti di 40 anni fa?

Vedremo su CNN live le immagini di un pozzo che sputa robaccia per tre mesi dalla riviera romagnola, abruzzese, o da Pantelleria?

Ma la domanda vera e' abbiamo imparato qualcosa da questa piattaforma esplosa? Abbiamo imparato qualcosa da quei tre morti? E' cambiato qualcosa nella nostra societa'?

Non mi pare se dopo piu' di 40 anni ancora andiamo trivellando la nostra pozzanghera adriatica e i nostri mari a piu' non posso, come ebeti. Non mi pare se ci sono voluti 40 anni e lo scoppio nel Golfo del Messico per convincere Miss Prestigiacomo a introdurre una timida moratoria lungo le coste italiane.

E' tutto dimostrato dalle parole del saggio Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all'energia, che in data 1 Luglio 2010 dichiara, riferendosi al nuovo limite delle 5 miglia della Prestigiacomo:

Penso che l'industria petrolifera italiana rappresenti un'ecellenza a livello mondiale.

Ci sono aziende, anche medio-piccole che svolgono attentamente e in massima sicurezza il proprio lavoro e se nel golfo del Messico ci fossero state aziende italiane quello che e' successo non sarebbe accaduto.

E' giusto andare con grande cautela per la salvaguardia ambientale ma le norme attuali sono gia' sufficientemente garantiste.

Penso che si commenti tutto da se, incluso il 'siamo meglio di tutti', incluso il non sapere di Paguro o della piattaforma ENI Temsah incendiata e esplosa in Egitto nel 2004 o di Trecate.

Di contro, nel 1969 esplose un altra piattaforma qui in California, a Santa Barbara. Anche se non mori' nessuno, ci furono lo stesso proteste, boicottaggi e impegno civile che dura a tuttoggi. Quel singolo episodio piu' di ogni altro, contribui' alla nascita dell'Earth Day, nel 1970 che si celebra ancora ogni anno.

Soprattutto, dallo scoppio di Santa Barbara non sono state piu' costruite piattaforme in mare lungo tutta la riviera californiana. Tutto quello che c'e' e' stato messo in mare prima del 1969.

Due piattforme in due parti diverse del mondo, due scoppi in periodi ravvicinati, due esiti diversi.

E si, noi siamo sempre Superman. In Italia i polmoni della gente sono piu' resistenti di quelli degli altri, i territori meno sismici, i fiumi meno impetuosi, i cambiamenti climatici meno importanti, le ossa degli operai piu' resistenti, il petrolio piu' amico.

A noi la prevenzione non serve perche' siamo piu' bravi.







Piattaforma Paguro 28-29 Settembre 1965

Fonti: BigGame, Asca, Wikipedia, Associazione Paguro, Associazione Paguro 2, Piunotizie