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Saturday, January 7, 2017

Bayelsa, Nigeria: 1000 riversamenti di petrolio l'anno, accuse infinite all'ENI













"AGIP has continued to pollute a canal within its facility in 
Brass despite several representations by the community and state government" 

Attorney-General e Commissioner for Justice
Bayelsa State Government, Nigeria


“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, 
our aquatic life such as fish and animals are dying."

Lettera aperta dei residenti di Bayelsa sull'ennesimo episodio
 di inquinamento AGIP nelle loro comunita'


Filippo Cotalinni, Media Relations Manager at ENI, 
has yet to respond to a request for comments on the incident.



Qualche mese fa il Bayelsa State Government ha rilasciato i dati per l'inquinamento da petrolio nell'anno 2014.

Un totale di 1,000 sversamenti di greggio nel paese in un solo anno.
Zero rimedi.  Zero rimborsi.

Secondo l'Attorney-General e Commissioner for Justice, Kemeasuode Wodu, nessuna delle grandi compagnie ha fatto molto per  migliorare le cose, che la situazione in Bayelsa e' drammatica a causa dei signori del petrolio.

Anche l'ENI/AGIP e' chiamata in causa.

Nel 2015 scoppio' l'oleodotto dell'AGIP presso Clough Creek, Azuzuama.

Morirono in 14 fra cui un membro dello staff del Ministero dell'Ambiente di Bayelsa.

La nostra beneamata, secondo Wodu, evacuo' i corpi dei feriti e dei morti in fretta in furia a Port Harcourt nel vicino Rivers State, per cercare di insabbiare le indagini. Non hanno mai cooperato con le autorita' per far si che ci fosse una investigazione appropriata sull'incidente.

E poi ancora Wodu ricordo' l'enorme sversamento da un'impianto a mare dell'AGIP on localita' Brass il 27 Novembre 2010, che causo' enormi danni all'ecosistema.

Neanche qui gli elegante eredi di Enrico Mattei fecero niente. Niente fecero loro, niente fecero gli enti nigeriani. Anzi, l'AGIP continua a inquinare i canali marini, nonostante le proteste della comunita' e delllo stato di Bayelsa.

Passa neanche un mese, e il 2 Novembre 2016 i residenti di Ekole Creek sempre dello stato di Bayelsa riportano un "massive oil leak" dell'AGIP di Nigeria.

Distrutta la pesca, distrutti i campi.

Secondo i residenti, il petrolio ha coperto uno strato di circa 5 centimetri sulla superficie dell'acqua dei loro fiumi. Il copione e' sempre lo stesso, pesci morti, spaventati, ed impossibile da catturare sani o da mangiare. Acqua contaminata che non si puo' piu' usare ne per bere, ne par farsi il bagno.

In una lettera aperta, i residenti scrivono

“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, our aquatic life such as fish and animals are dying."

Il rappresentante ENI,  Filippo Cotalinni, il loro Media Relations Manager non ha risposto alle richieste di speigazioni o di commenti da parte della stampa di Nigeria.


Siamo nella regione dell'Ogbia dove la Shell rilascia petorlio da un oleodotto nel piu' importante fiume della zona, l'Ekoli. Sono morti in due. Perche' e' successo questo? Secondo Sodaguwa Festus-Omoni, rappresentante dell'area, a causa della scarsa manutenzione di oloeodtto vecchi e corrosi.

Era vecchio di 40 anni. Avrebbe dovuto essere rimpiazzato dopo venti. 
Cioe' venti anni fa. 

Sono dieci anni che accadono queste cose, a Ogbia come a Bayelsa, da parte della Shell come da parte dell'ENI e nessuno fa niente. 

Sodaguwa Festus-Omoni dice chiaramente che e' la politica di queste multinazionali di sperare che il silenzio conservi lo status quo. Cioe' qui non si preoccupano nemmeno di dichiarare il tuttapposto, non dicono proprio niente:

“I think it is a practice of these oil majors to cover up. They take it for granted that the people are so ignorant that it will not go anywhere."

Ovviamente fa sempre comodo parlare invece di vandali e di attacchi da parte dei ribelli.

Ma secondo Sodaguwa Festus-Omoni tutto questo disastro di cui non parla nessuno ne in Nigeria ne tantomeno in Europa o negli USA, e' solamente a causa della negligenza da parte della Shell.

Con la scusa del vandalismo, i vecchi oleodotti non vengono controllati, riparati o sostituiti, e .. voila',
petrolio dappertutto. E silenzio.

Anche qui la storia e' la stessa, di fiume essenzialemente distrutto, pesca e usi potabili non piu' possibili, gente con eczemi a causa degli idrocarburi dispersi nel mare.

La Shell dice di ora stare facendo delle indagini.

E infine, il 2017 si apre con la stessa Royal Dutch Shell che ha dovuto chiudere l'oleodotto nigeriano Trans Niger oil pipeline a causa di un incendio in localita' Kpor, in Ogoniland.

Passano qui circa 180,000 barili di petorlio al giorno, greggio che arriva fino al Bonny Export Terminal nel Niger Delta.

La produzione di petrolio dalla Nigeria continua a crollare a causa dei ribelli e di attacchi alle infrastrutture che si sono asusseguiti nel 2016. Ad Agosto 2016 il minimo storico delle estrazioni con circa 1.39 milioni di barili al mese, il valore piu' basso dal 1988.

La Shell non ha avuto alcun commento.

Tutto questo accade lontano.

Ma quel petrolio lo usiamo noi.

L'ENI e' al 30% di proprieta' statale.

Siamo noi.





Thursday, June 9, 2016





Quattro italiani sono stati rapiti nei pressi di Mellitah, porto petrolifero di Libia e nei pressi di uno stabilimento dell'ENI.  I quattro lavoravano per la Bonatti, con sede a Parma che offre servizi di ingegneria, edilizia e sicurezza alle ditte petrolifere. Fra i suoi progetti, uno a Mellitah per conto di GreenStream, un oleodotto di 520 chilometri dalla Libia all'Italia.

L'ENI e' l'unico colosso mondiale ad operare ancora in Libia. Come mai? Come fanno ad essere operativi mentre la Total di Francia, la Repsol di Spagna e la Marathon Oil degli USA hanno dovuto sospendere le attivita' a causa della mancanza di sicurezza?

La domanda ha interessato anche il Wall Street Journal che qualche tempo fa fece una inchiesta sul tema e sulle operazioni dei petrolieri italiani al tempo dell' ISIS in Libia, dopo la triste fine del colonnello Gheddafi.

Ci sono lotte in corso fra i gruppi islamici detto "Libya Dawn" che controllano anche Tripoli e le forze ufficiali con sede a Baida, che non scalfiscono le operazioni dell'ENI. Piu a nord e proprio vicino ad un campo di addrestramento dei jihadisti c'e' un oleodotto che fornisce il 10% del gas italiano per conto dell'ENI che viene protetto da un gruppo armato detto Western Shield, anche questo parte di Libya Dawn. Nel deserto del Sahara invece c'e' un gruppo nomade, detto "Tubus" che sono stati assunti dall'ENI per fornire sicurezza.  Per la sicurezza del campo dell'ENI Wafa invece, nel sud della Libia, sono stati assunti dei giovani dalla citta' di Zintan, sempre alleati di Libya Dawn.
 
Un portavoce dell'ENI rispondendo alle domande del Wall Street Journal ha detto di non avere nessun tipo di accordo con le milizie armate della Libia, ma nessun dirigente si e' reso disponibile per una intervista.  Il portavoce dice che hanno evacutato tutto lo staff in Libia, e che adesso le operazioni sono gestite da Mellitah Oil and Gas, una joint venture al cinquanta per cento fra l'ENI e la National Oil Company di Libia. Parte delle misure di sicurezza sono state prese proprio dalla Bonatti che lavora in parallelo a questa Mellitah. 

L'Eni ha sempre lavorato in paesi a rischio, era una strategia ben collaudata da parte di Enrico Mattei dall'inizio, ed in parte questa sua sfrontataggine ha contribuito a rendere la ditta fra le piu' potenti al mondo, oltre che una specie di burattinaio dietro le quinte della politica estera italiana. 

E cosi per esempio, in Libia, l'ENI produce 240,000 barili al giorno, pou' di ogni altro paese; anzi in questo momento l'ENI produce un terzo del gas della Libia. Prima della morte di Gheddafi era del 20%.

Ovviamente dato tutta la melassa politica ed economica, e' ben probabilie che i nostri eroi siano capaci di negoziare con Gheddafi, milizie e chicchesi in modo da tirare fuori il petrolio indisturbati. Aiuta anche il fatto che molte attivita' sono offshore e dunque non toccate troppo da guerriglia e guerra civile.

Mellitah e' a circa 10 chilometri da un campo dove un gruppi di terroristi islamici coordina le proprie operazioni in Nord Africa.

Thursday, November 27, 2014

Ombrina: gli schifosi



Mi ribolle letteralmente il sangue.

E non perche' questi poco di buono dei petrolieri continuano ad insistere con le facce di petrolio e le loro favole che le trivelle non inquinano, fanno bene all'economia, e che il futuro e' nel fare i buchi.

No, sono indignata perche' non e' una partita alla pari. Perche' i signori del petrolio pensano di poter fare della democrazia quel che vogliono e perche' quei burocrati senza nome e senza amore di Roma glielo lasciano fare. Perche' c'e' gente come Giovanni Legnini, Stefania Pezzopane, Fabrizio di Stefano, che sono solo buoni a parlare e a dire assurdita', ma quando si tratta di fare il lavoro vero scompaiono, e anzi rendendo la vita difficile a chi il lavoro cerca di farlo con mille difficolta, senza staff, senza soldi, senza aiuto. In questo caso, quel qualcuno e' la sottoscritta.

Ci ho perso due settimane di tempo almeno a fare queste benedette osservazioni su Ombrina Mare. Due settimane in cui non ho fatto niente altro. Gratis.

Ero a Santa Barbara, al Kavli Institute for Theoretical Physics, in riva al mare, fra Luglio ed Agosto. In teoria a fare il mio lavoro e a impare i meccansmi che rendono i batteri resistenti agli antibiotici e a farci modellistica matematica. Ero contenta - avevo una casa vicono al mare, l'estate in California e' sempre bella, e sarebbe stato un mese di calma, per me, senza il trambusto degli studenti, delle scadenze, dei meeting. Avevo anche deciso di allentare la presa sul petrolio, perche' mi avrebbe fatto bene pensare alle cose che alla fine sono il mio mestiere.

E invece no, questo incubo deve inseguirmi pure quando e' tutto pronto per fare dell'altro. A Luglio arrivano questi benedetti malloppi di Ombrina a cui i signori politici e compagnia varia non sono capaci di dire no, e si inventano procedimenti, provvedimenti, carte, ricorsi e contro ricorsi. Ma non sanno mai mettere la parola fine, una volta per tutte. E quando finisce?

E siccome loro parlano e si inventano questi nuovi misteriosi procedimenti legali, ovviamente ci deve essere qualcuno che se ne occupa.

E quindi, invece che fare quello che volevo fare, mi sono dovuta spaccare in quattro. Prima per leggermi centinaia di pagine su Ombrina, cercando di capire, di analizzare e di controbattere in modo puntuale ed onesto, e poi per supplicare mezza Italia a scrivere le osservazioni, facendo i template, speiegandogli come fare, aiutandoli a mandare testi al ministero, e ringraziando ogni singola persona. Uno ad uno.

E mica questo l'ha fatto Giovanni Legnini? O Stefania Pezzopane? O Fabrizio di Stefano? E neanche l'hanno fatto tutti quelli che vanno a pontificare nelle televisioni e si fanno i belli ripetendo pappagallescamente le cose che hanno imparato da me. E non l'hanno fatto neanche tutti quelli che con Ombrina Mare ci si sono fatti la campagna elettorale. No. L'ha fatto la sottoscritta da Los Angeles assieme a Ilaria, Iolanda, Francesco, Antonio e Assunta che mi hanno aiutata.

E alla fine sono arrivati centinaia e centinaia di testi al ministero. Per la stragrande maggioranza coordinati da me. Ho cercato di coinvolgere tutti quelli a cui potevo pensare - accademici americani, associazioni francesi, inglesi e tedesche che ho conosciuto nel corso degli anni, amici e amanti del mare di Calfornia. Addirittura e' comparso un articolo sul Sole 24 ore sul fatto che fossero giunti cosi tanti testi, da ogni angolo del pianeta.

Non so se ci si possa rendere conto dell'enorme fatica nell'organizzare tutto questo. E non era neanche la prima volta visto che gia' nel 2010 era la stessa canzone. Ho pure allegato il mio testo di oltre cento pagine.

E' una faticaccia, ma veramente. Alla fine della giornata, dopo i corsi al KAVLI - a fare il petrolio. E tutto il resto - il mio riposo, il mare di Santa Barbara, le cene sociali, e' tutto scomparso.

Ebbene, dopo tre mesi, scopro che... quei galantuomini del ministero hanno lasciato alla Medoilgas di Ombrina e di Sergio Morandi e di Chicco Testa che si scrivessero delle "controdeduzioni".

Interessante che quasi tutte queste "controdeduzioni" sono dirette a cio' che ho scritto io - OSPAR, i fanghi, le analisi dell'ARTA del 2008, l'H2S. E' come se si fossero scaraventati sul mio testo e sul mio blog (che menzionano allegramente) per vivisezionarlo.

Mi arrabbio pero', ma veramente. Non funziona cosi in una democrazia. Ma neanche per niente. Non e' giusto. Non e' leale. Non e' una partita ad armi pari.

Loro hanno scritto un progetto? Noi abbiamo la possibilita' di rispondere. Punto. E poi il ministero - che in teoria dovrebbe essere dalla parte dell'ambiente e non dei petrolieri - dovrebbe decidere SENZA lasciare ai petrolieri di poter scrivere controdeduzioni perche' e' una partita impari che non finisce mai allora.

Chi e' la Medoilgas o la Rockhopper o Sergio Morandi o Chicco Testa per poter avere l'ultima parola? O cosa, mi devo rimettere a fare tutto il lavoro e scrivere contro-contro-deduzioni?

Chi credete di essere?

In un paese civile, sarebbe un one-shot-game. Dove e' uguale per tutti e non che Mr. Petrolio e' piu' importante e allora a lui e' concesso di poter continuare ad insistere, e persistere diabolicamente.

E' una regione intera che grazie a tutto il mio peregrinare, e cercare di spiegare cosa fosse l'airgun, l'H2S, la sismicita' indotta, le royalties basse, in *tutti* i modi ha cercato di dire a Roma e a quegli inutili politici che abbiamo che qui le trivelle non ce le vogliamo. E' cosi difficile avere il coraggio di dire: caro Morandi, caro Testa qui le trivelle non ce le potete fare, perche' siete due contro un milione, perche' avete il conflitto di interessi, e perche' per voi l'Abruzzo e' solo una terra da bucare e da spremere per tirare fuori monnezza?

Evidentemente no. 

Parole cosi semplici, parole cosi chiare, parole che nessuno di questi politici dei miei stivali dal 2008 ad oggi ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco una volta per tutte.

Tutti buoni a parlare, nessuno che sa agire, veramente e con la convizione di voler dire di no. Volere e' potere e qui, alla fine, non lo vuole veramente nessuno.

Non ho la forza emotiva di leggere queste "controdeduzioni" in dettaglio, ma vedo che e' essenzialmente rivolto alle cose che ho scovato nel corso del tempo - lo zolfo, l'indice API, gli errori nelle tabelle della MOG, il mio blog, l'OSPAR.  Ci sono pagine interminabili di nomi, e li riconosco tutti o quasi, perche' li ho contattati ad uno ad uno.

Ed ora forza, a tutti quelli che con Ombrina si sono solo fatti pubblicita' e campagna elettorale. Andate avanti.

MR

















Friday, March 7, 2014

Chicco Testa: Non-Executive Director della Cadogan Petroleum e della Medoilgas






Il giorno 21 Gennaio 2014 vari articoli di stampa di Basilicata hanno dato ampio spazio ad Enrico (Chicco) Testa in cui elenca sette ”semplici” punti per discutere di petrolio.

Si dice che il petrolio e’ una “benedizione” per l’economia in tutto il mondo, che gli USA ne sono diventati il primo produttore al mondo, che la Basilicata che ha questa stessa “fortuna” ha ricevuto un miliardo e mezzo di euro in cinque anni dalle royalties e che gli idrocarburi possono essere occasione di sviluppo duraturo. Dire no al petrolio e’ quindi un “suicidio”.

Ma chi e’ Enrico Testa?

Il suo curriculum e’ lungo e variegato, con molti incarichi nel corso degli anni e quasi che uno si chiede come faccia a fare tutto e ad avere tutte quelle competenze. Ma quello che spicca, dalla lettura che faccio io del suo curriculum almeno, e’ che e’ evidente che i suoi interessi siano cambiati dai tempi di Legambiente di cui e’ stato presidente e segretario nazionale dal 1980 al 1987.

Secondo Businessweek Enrico Testa, laureato in filosofia, ha 61 anni e nel 2012 ha guadagnato 515,000 USD. Il suo corporate headquarters e’ a Londra. Fra le altre cose, ha incarichi e affari in corso con almeno due ditte petrolifere. 

Mmh.

Enrico Testa e’ infatti diventato “Non Executive Director” della Cadogan Petroleum, ditta ucraina nel 2011 e copre lo stesso ruolo presso l’inglese Mediterranean Oil and Gas dall’Ottobre 2012.

La Mediterranean Oil and Gas ha interessi a trivellare l’Italia, con Ombrina Mare in Abruzzo, e nella stessa Basilicata dove e’ titolare delle concessioni Serra San Bernardo e Monte Grosso. Si vuole qui trivellare un “technically challenging” well di circa 6.8 chilometri di profondita’.

E’ una profondita’ strabiliante perche’ non si va’ molto piu’ in giu’ di questo.

E quindi, cosa vuoi che dica Mr. Testa ai lucani, essendo parte del direttivo di due ditte del petrolio con interessi trivellanti in Lucania?

Ogni pozzo e’ bello al papa’ suo, no?

Enrico Testa dice che la Basilicata ha un “occasione storica per modernizzare il suo territorio” e che “lo sviluppo di competenze in campo petrolifero” possono portare a benefici duraturi.

Ma lo sa Enrico Testa che in Basilicata trivellano da 15 anni e non si e’ visto niente di tutto cio’? E che dobbiamo aspettare altri 15 o 150 anni per vedere tutta questa modernita’ e tutto questo sviluppo?

Mistero.

Un po di precisazioni:

1. Gli USA non sono il primo produttore al mondo di petrolio. Questo onore spetta al Canada con le odiate e distruttive Tar Sands.

2. Estrarre petrolio e’ una benedizione per l’economia di chi sta incravattato ai piani alti, che decide, manovra, specula da Londra o da Milano. Non certo per chi vive con pozzi e raffinerie sotto casa. E lo e’ solo perche’ i costi nascosti del petrolio – malattie, inquinamento, monnezza – sono in qualche modo sovvenzionati dalle comunita’ che assorbono i costi di aria, polmoni e territori malati e per i quali rarissimamente i petrolieri prendono responsabilita’.

3. In Basilicata ogni tanto scoprono acqua inquinata, ci sono periodici casi di scoppi, perdite, “anomalie di funzionamento”. E’ una regione dalla quale si emigra in massa, giovani emeno giovani e dove la qualita’ della vita e’ peggiorata a causa delle trivelle.

E questo vale non solo per la Basilciata ma anche per tutte le localita’ petrolizzate del mondo. Consce Enrico Testa Galveston Texas? Fort Mc Murray, Alberta? Wilmongton, North Dakota? E’ quello il progresso e lo sviluppo che vogliamo?

Enrico Testa, non executive director della Cadogan e della Mediterranean Oil and Gas, puo’ darci delle risposte?



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Questo il background completo di Mr. Testa

Mr. Enrico Testa, Chicco serves as the Managing Director of Rothschild Spa. Mr. Testa serves as Senior Energy and Utilities Advisor of Bluefield Partners LLP. He has 15 years of leadership experience in energy and utilities. He served an Executive President of Roma Metropolitane S.p.A. from 2005 to 2009. He served as Senior Partner at Franco Bernabè Group. He was a Founder of WIND S.p.A. From 1996 to 2002, he served as the Chief Executive Officer and Chairman of the Board of Enel SpA. Mr. Testa oversaw the listing of Enel. He serves as Chairman of the Board at Roma Metropolitane. Mr. Testa has been Executive Chairman of Telit Italy and Telit Communications PLC since May 4, 2007. He serves as Chairman of EVA-Energie Valsabbia. From 1994 to 1996, he served as the Chairman of ACEA, the energy and environment company of the Rome Municipality. Mr. Testa serves as Vice Chairman of Intecs Spa. He serves as Director of S.S. Lazio S.p.A., Telit Communications S.P.A. RAS, and Lloyd Adriatico. Mr. Testa has been a Director of Telit Italy and Telit Communications PLC since May 2007. Mr. Testa has been Non-Executive Director of Cadogan Petroleum PLC since October 1, 2011. He serves as a Director of Cube Infrastructure Fund, ErgyCapital S.p.A. He serves as a Director of Rothschild S.p.A. He serves as Director of IDeA Capital Funds SGR SPA and Idea Energy Efficiency And Sustainable Development Fund. He has been Non Executive Director of Mediterranean Oil & Gas Plc since October 2012. He serves as a Director of Allianz Spa. He served as Director of WIND S.p.A and Wind Telecomunicazioni SpA. He also served as Director of Enel SpA. Mr. Testa has taken senior responsibilities in the Advisory Board of Carlyle Europe. Mr. Testa served as a Board Member of Riello Group as well as on the Advisory Board of the Carlyle Group. Mr. Testa served as Vice Chairman of the World Energy Council. Mr. Testa was National Secretary and President of the Italian environmental organisation Legambiente from 1980 to 1987 and a representative in the Italian Chamber of Deputies from 1987. He was a Member of the Italian Parliament, in 1987 and in 1994. He has been the Chairman of the Organising Committee of the 20th World Energy Congress. Mr. Testa holds a degree in philosophy from Milan University.







Saturday, March 1, 2014

La Sicilia, il petrolio e Crocetta




Allo stato attuale non è credibile alcun piano 
di recupero ambientale


Chi entra a Gela non può fare a meno di notare le enormi ciminiere fumanti che, quando il vento soffia verso occidente, ammorbano l'aria rendendola irrespirabile.


Gela, prima che arrivasse l'industria, era una graziosa cittadina che stava lentamente
sviluppando il settore turistico come centro balneare ed archeologico.


Oggi il tasso di tumori e malformazioni tra gli abitanti di Gela
è molto più elevato rispetto a quello dei comuni vicini e della media nazionale.

Le emissioni superano spesso i limiti massimi di legge.


Dalla pagina Wikipedia sull'ambiente di Gela.



Era l'estate del 2007. Una sera in cui ero a casa dei miei genitori, a Lanciano, da sola, felice di questa estate spensierata prima di iniziare il mio tanto desiderato nuovo lavoro a Los Angeles. Guardo distrattamente la TV, fa caldo, cambio i canali senza pensare. Fuori ci sono le cicale.

E poi arrivo su Rai Tre. Presa diretta. Riccardo Iacona. Gela.

Raggelo io. Inquinamento, illegalita', prepotenza, rassegnazione, assenza di controlli e di volonta'. E' sconvolgente. Non riesco a capacitarmi di tanta sofferenza, di tanta cattiveria da parte dei signori del petrolio. Fa male vedere le storie di bambini innocenti avvelentati prima ancora di nascere.
Mi chiedo perche' non ne se ne parli di piu', sento rabbia e voglia di aggiustare le cose.

Ma la Sicilia e' lontana e io non sono nessuno.

E poi passano tre, quattro mesi ed arriva il Centro Oli di Ortona nella mia vita. Ripenso a Gela e non posso accettare che questo stesso destino capiti alla mia terra. Indago sulla Basilicata: mutatis mutandis la canzone e' la stessa. Noi siamo ancora in tempo. E in qualche modo parto.

E' per questo che sento sempre di avere una sorta di debito verso le localita' trivellate in silenzio in Italia prima che la lotta al petrolio diventasse di moda. Gela e Viggiano hanno solo avuto la sfortuna di essere state petrolizzate prima che l'opinione pubblica si svegliasse.

Tanti anni fa tante cose non si sapevano e chissa, forse Enrico Mattei pensava davvero di portare sviluppo e benessere con i buchi. Ma adesso le cose sono diverse e non possiamo piu' fare finta di niente.

E' per questo che certe cose continuano a sconvolgermi.

Rosario Crocetta e' l'attuale governatore della Sicilia ed e' stato sindaco di Gela per diversi anni, oltre che impiegato ENI per un periodo della sua vita. Non puo' non conoscere il dolore che il petrolio ha regalato a quella citta'.

Nel Dicembre 2013 la sua giunta approva la legge di stabilita'. Si parla di "scelte rivoluzionarie", di solidarieta', di uguaglianza, di risanamento dei conti pubblici e di aiuti alle fasce piu' deboli.

Tra gli articoli della norma compare un piccolo-grande regalo per i petrolieri: la diminuizione delle royalties da versare alla regione Sicilia da parte dei petrolieri dal 20 al 13%. Notare che le royalties erano state fissate al 20% solo l'anno scorso quando si passo' dal 10 al 20% su proposta del Movimento Cinque Stelle.

E infatti quest'anno sono stati quasi solo i grillini ad opporsi all'abbassamento delle royalties.

Perche' Crocetta ha fatto tutto questo?

Con tutti i problemi che hanno i siciliani, il governatore e la giunta di Sicilia dovevano farlo proprio ai petrolieri questo sconto? O che i petrolieri sono anche loro fasce deboli della popolazione?

Secondo i dati ISTAT relativi al 2012 e pubblicati nel Luglio 2013, la Sicilia e' la regione piu' povera d'Italia, con l'incidenza di poverta' al 29.6%.

Quasi una famiglia su tre.

Perche' dopo i veleni di Gela, e Priolo e Augusta e Melilli e Siracusa e i mari di Ragusa, adesso anche lo sconto royalties? Perche' non usare quei soldi, tanti o pochi che siano, per bonifiche, per risarcimenti, per migliorare, anche di un poco soltanto, la qualita' di vita di queste comunita'?

La storia ha pero' una sorta di lieto fine: a fine Gennaio 2014, il Prefetto Carmelo Aronica, Commissario dello Stato per la Regione Sicilia, che in applicazione dello Statuto speciale esercita il controllo di legittimità dei disegni di legge approvati dall’assemblea regionale di Sicilia, ha bocciato la riduzione delle royalties perche'

“il legislatore dispone che l’aliquota di prodotto dovuta dal titolare di concessione di coltivazione di giacimenti di idrocarburi liquidi e gassosi e di gas diversi dagli idrocarburi sia ridotta dal 20% al 13%, ma non si preoccupa di quantificare le evidenti minori entrate e la conseguente copertura dell'onere derivante".

Si torna cosi alle storie di tutti i giorni.

Ieri e' scoppiata la raffineria Isab Sud a Priolo.

Qui Siracusa al petrolio













Saturday, February 1, 2014

"Nuova e proficua collaborazione scientifica" fra ENI e enti di protezione ambiente di Basilicata

Dedicato a Raffaele Vita, direttore dell'Arpab di Lucania 


 Raffaele Vita e un qualche ENI-man alla firma dell'accordo fra
Arpab e Fondazione Eni Enrico Mattei.

La pecora che firma la sua morte davanti al lupo.

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La stoltezza di questi personaggi non ha mai fine.

L'ENI infatti annuncia, tutta contenta e gingillante che  "al termine di un incontro tra un team di esperti dell'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente e la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), ha preso il via una collaborazione scientifica tra i due enti volta alla realizzazione di studi, ricerche e approfondimenti su tematiche ambientali di rilevante interesse per le comunità lucane." 

L'ARPAB e' la Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente, pagata da noi tutti.

L'ARPAB e la FEEM creeranno brochure, opuscoli, pubblicazioni e faranno "divulgazione alla popolazione, ai privati, agli addetti ai lavori ed al mondo scientifico-istituzionale".

Eh?

Si e' proprio cosi, il controllore e il controllato che diventano amici e che producono "brochure, opuscoli e pubblicazione" assieme.

Roba da matti.

Ma chi credono di prendere in giro?

Ma sono veramente piccoli se pensano che questa propaganda stupida e ridicola avra' successo, perche' non gli credera' nessuno.

Basta solo aprire gli occhi e vedere il risultato dell'operato ENI in Lucania e lo schifo dell'Arpab che in questi anni, che io sappia, non e' riuscita a fare una denuncia di inquinamento che sia una, che abbia mai detto che le cose non vanno bene, che abbia fatto controlli adeguati, che abbia detto "no guardate il pozzo dietro l'ospedale non va bene, il Petrusillo s'ha da bonficare, l'ENI s'ha da multare per tutte le "anomalie di funzionamento" di questi anni".

Mai.

O che magari abbia detto all'ENI: suvvia, come puoi dire che un pozzo con oleodotto associato in zona sismica, fra campi e case e parchi avra' conseguenze "lievi/trascurabili/nulli"?

E quindi, forse e' un bene che stiano assieme, cosi' e' chiaro che dei dati e delle parole Arpab non c'e' ne facciamo niente, perche' sono solo pagliacciate di cui non fidarsi.

La domanda che pero' mi inquieta e' la seguente:

L'Arpab e' pagata dai cittadini, e in teoria dovrebbe essere per il cittadino. 

Non e' un conflitto di interessi mettersi con l'ENI?

Perche' dovremmo pagare un ente pubblico che va a prendere il te con i petrolieri? I petrolieri non ce li hanno gia' i loro "esperti"?

E poi, dove sono gli "opuscoli, pubblicazioni e divulgazione" dell'Arpab senza l'ENI da 15 anni a questa parte?

Perche' non hanno mai parlato ai lucani di idrogeno solforato, fanghi, acidificazione, monnezza, inquinamento delle falde acquifere?

Perche' sono dovuta venire io a farlo?

E ora che arriva l'ENI cosa potranno mai dire che non sia tutto petali profumati di primavera?

Come faranno a proteggere l'ambiente se devono scrivere "opuscoli, pubblicazioni e divulgazione"
con chi l'ambiente lo deturpa?

Raffaele Vita, ma lei non si vergogna neanche un po?

Misteri d'Italia, dove tradire cosi impunemente la fiducia del cittadino viene fatto alla luce del sole, con la faccia fresca e senza un minimo di coscienza.








Friday, January 10, 2014

Carlo Rossella, Federico Rampini e l'ENI





Notare Federico Rampini e Carlo Rossella e Joaquin Navarro Valls
 nella Editorial Committee di OIL - rivista ENI

Federico Rampini e' il corrispondente USA per Repubblica.

Carlo Rossella e' presidente di Medusa Film Spa.
E' stato direttore del Tg5, di Panorama, de La Stampa e del Tg1.


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Il primo emendamento alla costituzione USA, meno di 50 parole, una delle cose piu' sacre in questa nazione:

CONGRESS SHALL MAKE NO LAW RESPECTING AN ESTABLISHMENT OF RELIGION, OR PROHIBITING THE FREE EXERCIZE THEREOF; OR ABRIDGING THE FREEDOM OF SPEECH, OR OF THE PRESS; OR THE RIGHT OF THE PEOPLE PEACEABLY TO ASSEMBLE, AND TO PETITION THE GOVERNMENT FOR A REDRESS OF GRIEVANCES.

December 15, 1791

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Se c'e' una cosa che odio e' il fatto che quando scrivo per il Fatto Quotidiano devo sempre star li a pesare le parole e i pensieri - questo si puo' dire? e se si, come lo devo dire? e le parole sono giuste? e c'e' qualcuno che possa offendersi?

A tanti italiani questo pare normale, e c'e' quasi paura di esporsi troppo, specie su temi "difficili" perche' le querele sono facili e vere. A me invece non pare normale per niente, perche' vivo da questo altro lato del pianeta, e mi e' sempre sembrato normale invece che la stampa fosse una cosa per conto suo, al disopra delle parti, da rispettare.  E con la stampa, i blog, e la liberta' di parola e di pensiero di ciascuno, in qualsiasi forma essi vengano manifestati.

E' per questo che adoro il New York Times: e' giornalismo per eccellenza e chi ci scrive in genere non ha conflitti di interesse, o se li ha li dichiara apertamente sull'articolo. E' per questo che dicono tante cose scomode e che in genere i problemi te li dicono prima che tu sappia che esistano.

Non mai sentito negli USA di una condanna di giornalisti per diffamazione. Mai. Anche quando hanno fatto errori madornali.

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Conosco invece poco Federico Rampini, l'ho sentito una sera da Santoro che parlava del modo americano di concepire la liberta' di stampa e mi pareva cosi chiaro e cosi vero quello che diceva che mi sono tirata giu' le sue parole per parlarne prima o poi.

E invece... invece scopro che ha collaborato almeno fino al dicembre 2012 con OIL.

La rivista dell'ENI.

Fa parte della "Editorial Commitee".

Non so che dire e cosa pensare.

La rivista OIL pubblica articoli che parlano di come fare meglio l'esplorazione petrolifera, si parla delle Tar Sands del Canada come di un "Canadian Treasure" dimenticando tutta la distruzione ambientale dell'Alberta. Sulla rivista OIL ci scrive Davide Tabarelli, quello di Nomisma che fa consulenze per i petrolieri e che non perde occasione per ricordare a tutti che trivellare e' cosa buona e giusta. Su OIL si parla di Africa come il prossimo continente da spremere in tutto e per tutto. Su OIL ci scrive il CEO della Total, e quello dell'ENI, che certo mai criticheranno la trivellazione del pianeta.

Perche' Federico Rampini ha accettato di lavorare per una rivista ENI?

Io se fossi un giornalista "patentato" non vorrei il mio nome associato con loro, e con nessuna altra multinazionale a dire il vero, proprio per non perdere la mia indipendenza.

E magari Rampini avra' un ruolo marginale in questa cosa, non lo so. Ma il fatto resta che su un giornalista, secondo me almeno, non debba neanche esserci l'ombra di dubbio che ci sia qualcuno dietro di lui e a cui lui non possa pestare i piedi.

E se mi si dice "che vuoi che sia" o che si puo' mantenere la propria indipendenza anche lavorando per OIL, vorrei sapere quando OIL pubblichera' un articolo sulla devastazione ambientale della Basilicata, o quando OIL invitera' la sottoscritta a scrivere qualcosa sui miei sette anni di lotte contro il mostro petrolifero e sul miracolo d'Abruzzo, dove a dispetto di tutti, non e' stato ancora avviato nessuno dei progetti petroliferi proposti? Vorrei sapere quando OIL parlera' dei 40,000 abruzzesi
scesi in campo contro Ombrina o dei Vescovi d'Abruzzo che hanno detto il loro no alle trivelle in regione? Vorrei sapere quando OIL svelera' dove e come l'ENI ha fatto o vuole fare fracking in Italia? Vorrei sapere quando parleranno di subisdenza indotta in Italia? Vorrei sapere quando parleranno di Gela, Porto Torres, Priolo, Porto Marghera, Falconara e Pieve Vergonte.

Forse di fronte a tutti problemi dell'Italia questo della stampa di cui non ti puoi fidare puo' apparire un problema piccolo. Io credo invece che una sia proprio una stampa forte, e libera, e indipendente e che tu cittadino sai che e' dalla tua parte, a far si che un paese resti sano e che non precipiti in quella melassa scomposta che e' oggi l'Italia.

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Ecco qui le parole di Federico Rampini - verbatim da Santoro.
Restano vere, e restano belle.


"Gli Stati Uniti hanno un'altissima concezione del ruolo della stampa.

La stampa in senso lato, include ormai ovviamente internet, i blog.

La stampa si sta evolvendo e abbraccia nuove forme di comunicazione.

Pero' in nessuna democrazia al mondo c'e' una legge cosi sacrosanta come il primo emendamento della costituzione americana che da' un valore davvero assoluto alla liberta' di informazione, alla liberta' di stampa, alla liberta' di espressione, alla liberta' di critica del potere politico.

La stampa americana ha sempre interpretato questo suo ruolo con coerenza, con coraggio, con spirito di indipendenza, con grande professionalita'.

C'e' un presidente degli Stati Uniti e' caduto, Richard Nixon,  perche' lo scandalo del Watergate e' stato svelato dalla stampa.

E in America tra l'altro per esempio, arriva a tale punto la concezione della liberta' di informazione che e' praticamente impossibile perseguire per diffamazione un giornalista americano, perche' il primo emendamento viene al disopra di ogni altra cosa. 

Quando un politico americano, comincia ad attaccare la stampa questo viene interpretato come un segno di debolezza, come un segno di insicurezza, non sapere difendere i propri argomenti, e quindi generalmente un politico che se la prende con la stampa e' un politico in declino.

Questo accade.

Una democrazia sana si fonda su un sistema di contropoteri, di controllori, che non sono democrativamente eletti, perche' i giornalisti sono un altra cosa, lo chiamano il quinto potere e non c'e', non fanno parte delle istituzioni. Possono dire delle grandi castronerie, delle gran fesserie, ma per amore della democrazia bisogna accettare anche quello."

Federico Rampini

Thursday, January 9, 2014

Disney, il fracking e la protesta





"The sole intent of the collaboration between Radio Disney and the nonprofit Rocking in Ohio educational initiative was to foster kids' interest in science and technology. Having been inadvertently drawn into a debate that has no connection with this goal, Radio Disney has decided to withdraw from the few remaining installments of the program"


Radio Disney che annulla tutte le attivita' di propaganda da parte dei petrolieri per promuovere il fracking. Sono arrivate 75,000 firme da parte di residenti e genitori.

Negli scorsi mesi Radio Disney ha visitato 26 localita' dell'Ohio per promuovere le virtu' del petrolio e del gas in Ohio.




In Ohio i fraccanti hanno grandi aspirazioni. Il governatore John Kasich -- un repubblicano -- pensa che il fracking sara' la rinascita economica del suo stato e cosi' vorrebbe estendere la pratica ai terreni statali, inclusi i parchi e i campus universitari.

I cimiteri, quelli invece li trivellano gia' in Ohio.

Ovviamente non mancano siti di trattamento e di stoccaggio di acqua di risulta, contaminata e tossica, come non mancano casi di inquinamento delle falde acquifere secondo i dati riportati dall'Associated Press proprio qualche giorno fa. Non potevano neanche mancare una serie di terremoti, nella pressi della citta' di Youngstown, dovuti proprio alle attivita' di fracking e di reiniezione di materiale di scarto nel sottosuolo. 

Ma al govenatore questo non importa, come non importano le proteste che si moltiplicano in tutti gli stati USA, incluso l'Ohio con persone che non vogliono piu' sentirne di acqua inquinata e di aria malsana.

E cosi' arriva l'idea geniale: "Rocking in Ohio", sponsorizzato dalle ditte del fracking per "sensibilizzare" ed "istruire" i ragazzi delle scuole elementari sulla bonta' delle trivelle. Il programma e' partito da Cleveland e fa parte dell' "Ohio and Gas Energy Education Program" con il benestare del sistema scolastico dell'Ohio.

Nel programma si mostra ai ragazzi come funzionano gli le trivellazioni e gli oleodotti. Ai ragazzi viene chiesto di costruire un oleodotto con le cannuccie e di farci passare delle palline. Chi arriva piu' lontano vince. A coreografare il tutto le musiche, i balli e i personaggi della Disney.

L'idea dei fraccanti era di partire dall'Ohio e di allargare il tour ad altri stati USA se ci fosse stato successo.

Non e' la prima volta che questa "informazione" di parte viene propagandata dai petrolieri, e che i trivellanti cercano di fare breccia sulle menti dei piu' giovani sperando che questo si trasformi in una sorta di accettazione delle trivelle a vita.

Ma e' la prima volta che di mezzo c'e' Walt Disney, ditta cosi nota e cosi amata dai ragazzi.

E' stato un boomerang.

Appena Al Jazeera ha denunciato il tutto, la Walt Disney, gli uffici governativi dell'Ohio, e le scuole interessate sono state inondate di messaggi da parte di cittadini, mamme e persone scandalizzate dall'indottrinamento degli alunni.

In poche ore sono state raccolte 75,000 firme di protesta contro la propaganda petrolifera.

Il risultato? Il 9 Gennaio 2014 Radio Disney si e' dissociata dalle dimostrazioni pro-fracking, ed ha annullato tutti i concerti rimanenti.

E in Italia?

In Italia non c'e' bisogno di scomodare Radio Disney.

L'ENI controlla il 100% dell'Agenzia Giornalistica Italiana, una delle piu' grandi agenzie di stampa del paese. Ha o ha avuto, direttamente o attraverso la Fondazione Eni Enrico Mattei o la sua patinata rivista OIL, partnership con Jovanotti, con i giornalisti Lucia Annunziata, Federico Rampini e Carlo Rossella, con Rocco Papaleo, con Joaquin Navarro Valls a suo tempo direttore dell'Ufficio Stampa del Vaticano, con le case editrici Feltrinelli e Rizzoli, con docenti della Bocconi, e della Scuola di Giornalismo dell'Universita' Cattolica di Milano e diversi altri rami del nostro vivere civile.


C'e' qualcuno che si scandalizza che la nostra informazione passa per una ditta petrolifera?

Friday, July 12, 2013

A Giovanni Legnini


Caro Legnini,

questo non sara' un post delicato. Sono stanca, fisicamente, emotivamente e vengo da un mese e mezzo di viaggi, di gente che e' affamata di informazioni, di voglia di partecipare, e che vede in me tutto quello che voi seduti a Roma non siete capaci di fare, di spiegare, di amare, di condividere.

Di gente che e' disgustata da questo continuo cerchiobottismo della politica - che sia ambiente, che sia qualsiasi altro tema: tasse, lavoro, corruzione, imprese e scuola.

Di gente che vuole vivere in maniera semplice - con la sicurezza di un tetto sulla casa, di arrivare alla fine del mese senza contare gli spiccioli, di gente che vuole vedere respirare aria pulita.

Le scrivo perche' io non ne posso piu' di voi politici, per la maggior parte arroganti, sordi, incapaci, buoni solo a parlare e mai a fare.

Scirvo a lei perche' adesso lei e' il sottosegretario alla presidenza del consiglio, e quindi ha potere, influenza, mezzi, maggioranza. Lei ha tutto per fare.

Ricorda quando Letta ha detto in merito agli incentivi per le imprese: "ora le imprese non hanno scuse, assumano i giovani"

Bene, io le dico la stessa identica cosa:

Ora lei non ha piu scuse per fermare la deriva petroliere in Italia.

Non ha piu scuse.

Vede, io le firme non le metto, lei si. Se fosse dipeso da me da anni ed anni fa mi sarei mossa per chiudere tutti i mari nazionali alle trivelle e una soluzione l'avrei trovata. Qui invece continuiamo a tergiversare, a passare la palla di qua e di la.

Io non lo so come si fa il politico. Ma da come la vedo io, quando uno si rende conto di avere davanti un tema importante, come quello delle trivelle, che e' importante se non altro perche' sono interventi pericolosi e irreversibili nella trasformazione del territorio e del suo tessuto sociale, e allora si da da fare in prima persona, cercando la soluzione migliore e soprattutto creando consensi trasversali per creare leggi appropriate, coinvolgendo anche quelli degli altri partiti.

Io la conosco, almeno per via elettronica da anni e se non ricordo male anche di persona. Le ho scritto prima di Ombrina, dopo di Ombrina, lei mi ha fatto dei complimenti ed e' sempre stato molto cordiale con me.

Ma qui non basta piu' la cordialita', mentre che si gioca a nascondino con le proprie responsabilita'.

La vita non ci fa fatti incontrare per essere amici o per essere cordiali. La vita ci ha fatti incontrare perche' - per strani motivi che non so - io sono qui a spronare la salvezza dei mari italiani, e lei e' quello che ha il potere.

Si tratta quindi di FARE le cose, e nella fattispecie di ABROGARE L'ARTICOLO 35 del Decreto Sivluppo di Pasera.

Non c'e' altra strada. Non c'e' gentilezza, non c'e' cordialita' che tenga.

E no, non sono maleducata o aggressiva. Sono solo stanca.

Ho seguito tutte le sue lugubrazioni mentali sul fatto che sara' il parco a salvarci e che magari si puo fare una qualcosa per Ombrina usando il Parco della Costa Teatina.

No e non si azzardi a spararle queste cose il giorno 12 Luglio.

Non si azzardi perche' e' falso.

Il parco non centre niente con le trivelle, con Ombrina.

Non vogliamo una soluzione ad hoc per l'Abruzzo, della serie Ombina no ed Oristano si? Ombrina no e Trani si? Ombrina no e Ragusa si? Ombrina no e Policoro si? Ombrina no e Pescara si?

Non e' giusto, se e' pericoloso, e' pericoloso per tutti. 

Vogliamo l'abrogazione dell'articolo 35, e' chiaro?

Il tempo e' finito, e cosi pure la mia pazienza. Qui non si puo' piu tergiversare. Ad un certo punto occorre prendere delle decisioni.  E' difficile? Si lo so. Ma e' qui che si vedono gli statisti, e' qui che si vedno gli uomoni, e' qui che si vede l'amore di patria.

Non nella gentilezza con me.

Tutto il resto sono teatrini.

Gliel'avevo detto che non sarei stata carina. E ora si dia da fare e decida da che parte sta - con la gente o con i petrolieri.

Perche' stare in mezzo non si puo - stare in mezzo significa stare con Sergio Morandi, significa stare con Paolo Scaroni, significa stare con Corrado Clini, significa stare con i Moratti e con tutti questi schifosissmi personaggi a cui non importa niente dell'Italia, dei suoi mari, della sua gente.




Thursday, May 16, 2013

Lo scoppio di Cortemaggiore - 67 giorni di fiamme



"Sorry, mister Mattei. Fatto il possibile. 
Questa volta non si può, penso che lei ha un nuovo Vesuvio"


Ecco qui un altro pozzo esploso in Italia - anzi due - di cui non si sa niente - Cortemaggiore,  1950.

Il primo scoppio nell' Ottobre del 1950, presso il pozzo 18, causo' un incendio che duro' 24 ore, mentre il secondo scoppio, del pozzo 21, nel Dicembre 2010 fu domato solo dopo 67 giorni di fiamme.

Sessantasette giorni.  
Cortemaggiore, pozzo 18 - Ottobre 1950

 Cortemaggiore, pozzo 21 - Dicembre 1950

L'incendio duro' dal 1 Dicembre 1950 al 6 Febbraio 1951

Per il pozzo 18, il primo dei due, si stima che circa 15 milioni di metri cubi di idrocarburi vennero persi e dovette intervenire Miron Kinley, il domatore americano dei fuochi che sarebbe poi venuto a spegnere anche il fuoco di Ragusa, nel 1955.

L'altro scoppio, quello del dicembre 1950, fu molto piu' grave - un vulcano di fiamme, 100 metri di altezza, fiamme che divamparono per oltre DUE MESI, un cratere di 100 metri di diametro alla fine, oltre 60 milioni di metri cubi fra petrolio e gas, e neanche Kinley che riesce a spegnerlo!

Il "24 Ore" (che successivamente si uni' a "Il Sole" per dare vita al Sole 24 Ore) commenta cosi:

"Hanno affrontato l’incidente con prontezza e con competenza: hanno infatti inviato un cablogramma a Mr. Kinley in Oklahoma, specialista in spegnimenti di pozzi, e Mr. Kinley è già al lavoro.

Si obietterà: sono incidenti che occorrono a tutti: lo prova il fatto che gli USA hanno un Mr. Kinley specialista in spegnimenti. Ma gli americani telegrafano a Mr. Kinley una volta ogni mille pozzi, mentre quelli dell’Agip dovrebbero costruire una villa nella zona e tenervi ben curato e ben nutrito lo specialista dell’Oklahoma dal momento che su quaranta pozzi ne sono già saltati quattro."

L'istituto Luce mostra le immagini che si possono vedere da questi link:

Esploso un pozzo di petrolio a Cortemaggiore. 13/10/1950 - 00502.

Almanacco del mondo. Esplosione a Cortemaggiore. 07/12/1950 - 00525

Cercando in internet, fra le poche cose che sono riuscita a trovare e' stato questo, il ricordo avvincente del cronista dell'epoca e queste foto dalla pagina Facebook di Salvatore Ciccorelli. Ce ne sono molte altre a questo link.

Ovviamente, se uno va su Wikipedia non trova neanche un rigo di questa storia.

E se uno va sui siti del Ministero?

Ecco qui:

Cortemaggiore 018 - esito sconosciuto 

Cortemaggiore 021 - esito sconosciuto

Esito sconosciuto. Si vede che 67 giorni di fiamme e un cratere di 100 metri di diametro non gli sono bastati.












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Piacenza Economica  - Marzo 2009

Il 3 ottobre del 1950 si verificava, a Cortemaggiore, un primo incidente con l’eruzione del pozzo n. 18, situato ad un tiro di schioppo dalla borgata, in un campo vicino alla cascina «Passera».

Il pozzo stava per essere attrezzato per la produzione quando, alle ore 13,45 - forse per colpa di una valvola che si era guastata - con un gran rombo, dal tubo di circa 12 centimetri di diametro, sgorgava violento ed altissimo un getto di gas e di fango.

Un operaio di Cortemaggiore, il sig. Oreste Filiberti di 38 anni, veniva proiettato ai piedi della scaletta del basamento sul quale era stata innalzata la torre di perforazione alta sessanta metri ma,
fortunatamente, riportava solo lievi lesioni.

Per un testimone inesperto come chi scrive - che si era recato subito sul posto - lo spettacolo era allucinante. Il gas, misto a gasolina e a sabbia, usciva ad una pressione di circa 150 atmosfere con un sibilo assordante, provocando una nube grigia. Tutto intorno si respirava gasolina e coloro che si avvicinavano erano costretti a bendarsi il capo (per evitare bruciaturesulla pelle ed irritazioni agli occhi) e ad infilarsi nelle orecchie cilindretti digarza imbevuti di vaselina bianca filante americana (per poter sopportareil terribile sibilo).

Dagli Stati Uniti venne chiamato mister Miron Kenley, il più noto ed abile «fire fighter», domatore d’eruzioni. Lo ricordo come un uomo aitante, sulla cinquantina, rosso di carnagione e con una gamba artificiale che sostituiva l’arto perduto in un incidente vicino ad un pozzo di petrolio.

Ma anche il pompiere dei pozzi - intorno al quale noi giornalisti esercitammo inevitabilmente la retorica dell’epoca - ebbe il suo daffare prima di riuscire a collocare sul tubo esterno del pozzo un manicotto d’acciaio con doppia serie di valvole.

Alle ore 15 del 27 ottobre, dopo 24 giorni, l’eruzione veniva domata e, come d’incanto, sulla pianura tormentata da quel sibilo colossale, tornava il silenzio.

Forse si erano perduti 15 milioni di metri cubi di idrocarburi.

Ma i guai non finivano lì. Il Natale del 1950 fu illuminato, nella zona di Cortemaggiore, non dalla leggendaria stella cometa, ma da una fiamma, una specie di enorme torcia, alta una cinquantina di metri, che scaturiva dal suolo e che era visibile a decine di chilometri di distanza.

Alle ore 3 del 1° dicembre 1950 si era infatti incendiato il pozzo n. 21 di Bersano di Besenzone, nel giacimento metanifero di Cortemaggiore.

Gli operai addetti al pozzo avevano sentito alcuni violenti sussulti ed avevano fatto appena in tempo a mettersi in salvo prima che si verificasse una terribile esplosione ed iniziasse la fuoruscita del gas. Pochi minuti dopo avveniva un altro scoppio, di minore intensità, e la colonna di gas s’incendiava.
Probabilmente un pezzo dell’asta metallica, scagliata contro il traliccio della torre di perforazione, aveva provocato una scintilla e quindi l’incendio.

Per il calore - qualcuno parlava addirittura di 1300 gradi - l’incastellatura d’acciaio del pozzo veniva letteralmente fusa. Già a 150 metri di distanza la temperatura era insopportabile. L’esplosione aveva mandato in frantumi i vetri delle case della zona ed anche quelli di alcune finestre più lontane,
persino nella zona di San Giorgio. Quella enorme colonna di fuoco che  s’innalzava verso il cielo forniva un colpo d’occhio memorabile.

E chi scrive - per ragioni di vicinanza certamente il primo giornalista ad arrivare sul posto - riuscì a scattare, utilizzando un filtro giallo, delle foto che rimasero storiche, nelle quali la grande lingua gialla di fuoco si stagliava contro l’azzurro cielo invernale. Più tardi, infatti, il cielo sarebbe diventato
nuvoloso e sarebbe caduta anche la neve.

Subito dopo l’incendio si bloccava il traffico sulla via Emilia perché chi passava voleva fermarsi per godere di quell’inconsueto spettacolo. Nei giorni successivi, a Cremona, fu necessario chiudere l’accesso al Torrazzo perché la gente vi si affollava per vedere dall’alto l’eruzione di quel piccolo vulcano alimentato quotidianamente da circa un milione di metri cubi di idrocarburi liquidi e gassosi.

Mister Kinley, lo specialista dei pozzi in fiamme, - che stava navigando verso gli Stati Uniti - veniva richiamato d’urgenza e, in aereo, veniva riportato in Italia.

Ce la metteva tutta, giovandosi di attrezzature speciali fatte arrivare in gran fretta dall’America, ma stavolta la fiamma era più grande e più forte di lui. Dopo una decina di giorni il pompiere dei
pozzi petroliferi dava  forfait e ripartiva alla volta di altri pozzi da spegnere in altre parti del mondo, accomiatandosi con un laconico telegramma:

”Sorry, mister Mattei. Fatto il possibile. Questa volta non si può, penso che lei ha un nuovo Vesuvio”. Insomma “ciao e state bene”.

La fiamma che si alzava, sempre altissima, dal pozzo n. 21 Bersano di Besenzone, era ormai diventata oggetto delle più velenose ironie da parte dei nemici - e non erano pochi - di Enrico Mattei. Sembrava quasi che quel fuoco fosse destinato a distruggere tutte le speranze dell’Agip.

Intorno al luogo dell’eruzione si era formato un cratere del diametro di più di trenta metri, destinato
gradualmente ad allargarsi finché, alla fine, sarebbe arrivato ad 80-100 metri.

Si era in dicembre e, come ho detto, faceva piuttosto freddo. Ma il calore sviluppato dalla colonna di fuoco era tale che, nei campi circostanti, il trifoglio nacque come se fosse primavera e addirittura il frumento incominciò a svilupparsi fino a mettere la spiga.

La fiamma scaturiva naturalmente dalla profondità del cratere tanto è vero che incominciò a bollire l’acqua dei pozzi vicini che poi finirono per prosciugarsi.

In questa situazione estremamente difficile sia sotto il profilo tecnico che sotto quello politico, trionfò ancora una volta – e, gente!, non è retorica il ribadirlo - il cosidetto “genio italico”. Quei tecnici dell’AGIP vilipesi da una parte della stampa e dagli avversari di Mattei, accusati di inefficienza e di incapacità, ebbero una“pensata”, apparentemente pazzesca, ma che si rivelò vincente.

Decisero di costruire un pozzo inclinato, ad un centinaio di metri da quello in fiamme, per
raggiungerlo in profondità e tagliare quindi l’afflusso del combustibile. Un’impresa ardua ma che, grazie alla testardaggine ed alla capacità di quei pionieri, venne portata a termine felicemente sia pure tra mille difficoltà.

Alle ore 7,10 del 6 febbraio 1951, 67 giorni dopo l’incendio, la fiamma della grande torcia si abbassava, tremava, si spegneva. Il pozzo n. 21 era domato.

Sul fondo del cratere, profondo una quindicina di metri rispetto al livello dei campi, si formava un laghetto d’acqua. Tra gas e gasolina erano bruciati, in più di due mesi, circa 67 milioni di metri cubi di idrocarburi.