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Thursday, January 18, 2018

NASA: il 2017 e' stato il secondo anno piu' caldo della storia recente










Il 2017 ha fatto registrare le temperature medie piu alte dal 1880 fino ad oggi, ad esclusione del 2016.

Lo dice la NASA.

La temperatura del 2017 e' stata di 0.9 gradi Celsius maggiore rispetto alla media dal 1951 al 1980.

Un'agenzia diversa, il NOAA,  il National Oceanic and Atmospheric Administration, anche questa americana, conclude invece che il 2017 e' stato il terzo anno piu caldo della storia, dopo 2015 e 2016. La discrepanza e' a causa dei diversi metodi statistici usati.

Ma quale che sia il primo, il secondo o il terzo, la conclusione e' la stessa: che i cinque anni piu' caldi dal 1880 ad oggi sono *tutti* stati registrati dopo 2010.  Diciassette degli scorsi diciotto anni piu' caldi sono stati invece registrati dal 2001 ad oggi.

Ovviamente qualcuno dira': ah, ma a casa mia ha fatto la neve.

E certo ci sono fluttuazioni, ci sono la Nina ed El Nino, perturbazioni periodiche ed altre anomalie, ma la media e' di un riscaldamento generale e inesorabile.

Negli ultimi cento anni la media delle temperature del pianeta e' aumentata di un grado Celsius circa, a causa delle emissioni (da parte dell'uomo!) di anidride carbonica ed altri gas serra.

La cosa piu' sorprendente e triste e' che questi dati arrivano per un anno (il 2017) in cui non c'e' stato El Nino, perturbazione climatica che arriva dal Pacifico e che di solito porta con se temperature maggiori.

Ci si aspettava dunque un calo della temperatura quest'anno e invece abbiamo avuto record anche senza lo zampino di El Nino.

Il direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA Gavin Schmidt dice che questa e' la nostra nuova normalita', e che tutto lascia pensare che le temperature medie continueranno ad aumentare. 

Trump o non Trump.

I cambiamenti in Artico sono quelli che fanno piu' paura perche' il tasso di aumento della temperatura e' il doppio che in altre parti del pianeta. Ghiaccio e permafrost continuano a diminuire. Secondo la NASA i cambiamenti climatici sono parte del motivo che ha reso gli USA particolarmente caldi a Febbraio 2017,  hanno causato onde di calura a Giugno in Europa, e temperature estreme in Australia durante l'estate di fine 2017.  


Per i piu' giovani, questo clima e' il nuovo normale, per davvero. 


Friday, July 22, 2016

Rinnovabili nel mondo: uno strabiliante +70% in cinque anni.




Chi avrebbe potuto prevederlo?

Il mondo ama il sole e il vento piu' delle trivelle, piu' della paura, piu' delle gufaggini di imprenditori senza scrupoli e dei loro amici politici.

E cosi, zitti zitti, nelle 20 economie piu' grandi del mondo, Italia inclusa, la percentuale di energia che arriva dal sole e dal vento e' aumentata del 70% in cinque anni come riporta il Financial Times. Questi numeri sono solo per sole e per vento e NON tengono conto dell'idroelettrico che in certi casi da' percentuali ancora piu' elevate di elettricita', 

In queste statistiche dunque, nei paesi del G20 l'8% dell'energia elettrica nel 2015 e' arrivata dal sole e dal vento. Nel 2010 si era al 4.6% - un aumento del 70%. Puo' sembrare poco ma in questo conto ci sono paesi come Cina e India.  Nel conto del G20 c'e' circa l'85% del PIL mondiale, l'80% degli scambi economici e i due terzi della popolazione mondiale.

Quindi anche se le percentuali paiono basse stiamo parlando di quasi tutto il pianeta, inclusi paesi in via di sviluppo.

Ovviamente se si va a guardare ai singoli paesi ci sono delle cose bellissime.

La Germania e' in cima a tutti con la sue Energiewende e con il 36% della sua elettricita' (in totale) generata da sole e vento.

A seguire UK con il 26%, Italia al 21%, Francia al 19%, e poi ancora Brasile al 13% e Australia all'11%.  Negli USA siamo all'8%. In Cina, nonostante tutto, ancora al 5%.

La media dell'UE e' del 28%.

Nel caso del Regno Unito, nel 2010 si era al 6% di elettricita', poi grazie sopratutto al vento, si e' arrivati al 24%. Un enorme salto in soli 5 anni.

Intanto, la piu grande crescita si prevede verra' dalla Cina dove sono stati investiti piu di 100 miliardi di dollari per le rinnovabili - a livello globale siamo a 329 miliardi. Il governo preme e l'industria pure.

Ma.. come e' successo?

Consapevolezza e denaro.

1. Le conferenze internazionali che si sono succedute nel mondo nel corso degli anni, culminati con gli accordi di Parigi che hanno reso noto a tutto il pianeta quanto importante fosse fare *qualcosa* contro i cambiamenti climatici.  Anche se in molti di questi incontri internazionali e' parso che non si fosse arrivati a granche' e ci sono stati delusioni, parlarne almeno sulla scena internazionale ha aiutato moltissimo a creare consapevolezza.

E da qui e' iniziato l'impeto a che la stampa ne parlasse sempre di piu, con storie sulle temperature record, i ghiacciai che si sciolgono, le prediche di Al Gore e di Leonardo di Caprio, la gente che deve lasciare le proprie case perche' diventati "migranti climatici". 

Tutto questo ha portato consapevolezza, sensibilita', e pressione anche politica, oltre che incoraggiare i singoli a fare la propria parte. Non e' un caso che da pochi anni anche grandi ditte -- da Google a H and M, dall'IKEA ad Apple -- parlano di voler arrivare al 100% di energia rinnovabile.  Lo fanno perche' un po ci credono, perche' gli conviene, e perche' fa bello con il pubblico.

Non possono perderci nel diventare rinnovabili. 


2. I costi delle rinnovabili crollano.  E anche i piu' senzacuore capiscono che ci si possa fare business. Non dovrebbe essere cosi, ma meglio il business delle rinnovabili che il business delle trivelle, io credo.

In questo momento, l'energia proveniente dal vento e' venduta a 3 centesimi alla chilowatt-ora. Dal sole a 4 centesimi. Il gas naturale e' venduto a 5 centesimi e il carbone a 6.5 centesimi.  Se uno deve comprare (e qui si tratta di prezzi dal produttore di energia alle utilities che poi la distribuscono) e' evidente che e' piu' economico comprare sole e vento, no?


3. I paesi del terzo mondo con le loro popolazioni esplosive possono fare molto. Un piccolo grande esempio viene dall'India. Qui il governo ha distribuito circa 50 milioni di lampadine a LED, che fanno risparmiare sulle lampadine incandescenti. Ebbene, con questa mossa il costo delle lampadine LED, seocndo il segretario dell'energia americano Ernest Moniz e' passato da 35 dollari l'una a 80 centesimi.  Il tutto e' dunque un circolo vizioso, ma buono: le lampadine LED costano di meno, e consumano di meno. Non si puo' sbagliare!

Sono tutte cose strabilianti, perche' nessuno se lo aspettava.  Non si puo' che crescere, e' inevitabile. E' tutto stato messo in moto e i signori del petrolio non possono fare altro che mettersi il cuore in pace.

Un giorno ci riguarderemo indietro e diremo "ma come abbiamo fatto per 150 anni a pensare di alimentare il pianeta con le fonti fossili?"

Sorrideremo come sorridiamo oggi delle lampade a kerosene, dei carretti trainati a buoi, e dei computer che riempivono tutta la stanza per fare 2+2.







Thursday, July 16, 2015

Rapporto Istat 2014: la Basilicata seconda regione piu' povera d'Italia. Niente di nuovo sotto le trivelle.



Le situazioni più gravi si osservano tra le famiglie residenti in
Calabria (26,9%), Basilicata (25,5%) e Sicilia (25,2%),
dove oltre un quarto delle famiglie è relativamente povero.
 

Rapporto Istat, per il 2014



Come sempre, i numeri non possono mentire. Il rapporto Istat per la povertà in Italia, appena pubblicato con i dati relativi al 2014, vede in cima alla lista la Calabria con il 26,9% delle famiglie in stato di povertà. Seguono la Basilicata con l’indice di povertà familiare al 25,5% e la Sicilia al 25,2%.

Ma come può essere? La Basilicata, la regione petrolizzata per antonomasia da quasi venti anni, è una delle più povere d’Italia? Ma, non doveva il petrolio portare ricchezza e benessere e sviluppo? E dove sono andati a finire?

Analizzando tutte le annate messe in rete dall’Istat dal 2003 al 2014, viene fuori che ad eccetto che nel 2012, la Basilicata è sempre stata fra le prime tre regioni più povere d’Italia, alternandosi con Sicilia e Calabria. In più tranne che nel 2011, la Basilicata è sempre stata più povera della media delle altre regioni del sud Italia. Per la serie: il petrolio porta ricchezza agli altri.

Nel 2010 addirittura, la Caritas, nel suo rapporto “Povertà ed esclusione” scriveva: “La situazione appare particolarmente negativa in Basilicata”. Segno che il più grande giacimento petrolifero d’Europa tutta questa ricchezza non l’ha portata e non la porterà.

E così, nonostante le trivelle abbiano ingoiato buona parte del territorio lucano, nonostante le roboanti promesse di royalties, progesso e sviluppo che l’Istituto Luce non potrebbe far meglio, nonostante addirittura la scuola del petrolio Assoil – “Advanced Skills for Services in Oil and Gas” – un quarto dei lucani vive in povertà. Secondo l’Istat e non secondo la D’Orsogna. Ecco qui, tutti i dati dai rapporti Istat online dal 2003 ad oggi. Il numero in parentesi indica il posto nella classifica delle regioni.

2003: Basilicata (1): 25.6% – Sud-Italia: 21.6%
2004: Basilicata (2): 28.5% – Sud-Italia: 25.0%
2005: Basilicata (3): 24.5% – Sud-Italia: 24.0%
2006: Basilicata (3): 23.0% – Sud-Italia: 22.6%
2007: Basilicata (2): 26.3% – Sud-Italia: 22.5%
2008: Basilicata (1): 28.8% – Sud Italia: 23.8%
2009: Basilicata (2): 25.1% – Sud-Italia: 22.7%
2010: Basilicata (1): 28.3% – Sud-Italia: 23.0%
2011: Basilicata (3): 23.3% – Sud-Italia: 23.3%
2012: Basilicata (5): 24.5% – Sud Italia: 26.2%
2013: Basilicata (2): 24.3% – Sud-Italia: 21.4%
2014: Basilicata (2): 25.5% – Sud Italia: 21.1%

La media nazionale è del 10,3% di famiglie in povertà. In Basilicata siamo a più del doppio. Proprio il Texas d’Italia.

Chissà se il governatore Marcello Pittella voglia prendere atto di questi dati, chiedere scusa e chiedersi se continuare a fare buchi, centro oli, oleodotti e raddoppi sia proprio la cosa saggia per la sua gente. Ammesso che gli interessi la sua gente.

Thursday, June 13, 2013

A proposito di stoccaggi



Ogni tanto mi imbatto in interessanti articoli di petrolieri di vario assortimento. Dal sito di Assomineraria trovo allora questo bell'articolo di Francesco Guidi del 2006 che si intitola "L’evoluzione degli stoccaggi del gas naturale in Italia, in un contesto europeo", scritto dopo che l'autore ha avuto "una conversazione" con l'amministratore delegato della Stogit, Adelmo Schenato.

Il sottotitolo proclama:

L'Italia è all'avanguardia in Europa nel campo degli stoccaggi dato che il suo primo risale al 1961. Da allora è stato un crescendo, utilizzando campi esauriti. Potrebbe funzionare da stoccaggio
del gas per l'intera Europa.


Per l'intera Europa?

Per l'intera Europa???

Per l'intera Europa??????

Ma... quanti campi e quanti pozzi di stoccaggio dobbiamo fare in questa nazione?

E' bene allora ricordare un po di cifre.

In Europa si sono consumati (dati 2012) circa 466 miliardi di metri cubi di gas in totale.  

Fra i paesi principali, l'uso e' stato ripartito cosi: Italia 78 miliardi, Germania 100 miliardi, Francia 50 miliardi, Inghilterra 94 miliardi, Spagna 36 miliardi.

Invece in Italia abbiamo sottoterra gia' circa 14 miliardi di metri cubo di gas, stoccati in 352 pozzi e 15 concessioni che vanno da nord a sud e che bastano per 2 mesi di fabbisogno nazionale.

Non e' allora ben chiaro che significa che dobbiamo diventare lo stoccaggio dell'Europa tutta.

In che modo si pensa di farlo?  Se attualmente ne stocchiamo 14 miliardi e in Europa se ne usano 466
come esattamente pensiamo di diventare l'hub di tutta Europa? E quanti altri pozzi dobbiamo fare - e soprattutto, dove??

Poi se si continua a leggere vengono fuori dei dati interessanti:

Secondo uno studio dell’Autorità di regolazione austriaca, le tariffe di stoccaggio in Europa sono state mediamente nel 2005 di 5,58 centesimi di euro per metro cubo di WGV (Working Gas in Vo-
lume).

Andando da un massimo di 10,8 centesimi della Ruhrgas (Germania) a un minimo di 3,1 centesi-
mi della Mol (Ungheria).

Quelle italiane praticate dalla Stogit, secondo le norme fissate dalla nostra Authority, sono state di 2,1 centesimi di euro al metro cubo per il 2005, che scenderanno a 1,9 centesimi nel 2006/2007.

In generale si è voluto privilegiare il mantenimento di bassi costi del servizio, rispetto a un’espansione delle facilities che richiedono maggiori investimenti e quindi remunerazioni più adeguate. 

Cioe' la media europea e' di 5.6 centesimi per metro cubo, e noi siccome siamo furbi stocchiamo gas - in un territorio ballerino, fragile, densamente abitato per 1.9 centesimi al metrocubo? Anche di meno del prezzo dell'Ungheria?

Che paese, veramente.



Tuesday, December 21, 2010

Interviste


Oggi sono ospite della classe 2A e della professoressa Vincenzina Pace dell'Istituto di Scuola media Galilei di San Giovanni Teatino. A suo tempo hanno scritto pure le osservazioni contro Ombrina. Spero di fare bene. E' sempre bello stare coi giovani. Sono onorata. Se il tempo e' buono piantiamo un albero. La rivoluzione parte da qui

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Intanto, ecco qui una intervista su Sottobosco.info di Davide Capalbo, in merito alle trivelle in Emilia Romagna. Grazie a Davide, per l'attenzione al tema.

Ecco qui la versione ufficiale che e' stata tagliata per motivi di spazio:


Cosa sono e come si ottengono le linee sismiche ad alta definizione?

Per capire quanto grandi siano i giacimenti di idrocarburi, si mandano delle onde sismiche nel sottosuolo e a seconda del tipo e del tempo di risposta, si riesce ad avere una stima delle caratteristiche del supposto giacimento. A seconda delle circostanze si puo' usare come sorgente sismica un vibratore, dinamite, una pistola ad aria compressa (airgun) oppure una mistura esplosiva detta Tovex. Quest'ultima e' usata da circa l'80% delle ditte petrolifere.

Il pericolo maggiore e' quando l'airgun viene usato in mare, a causa dei forti disturbi che i segnali di alta intensita' (attorno ai 200 decibel) e bassa frequenza possono causare all'habitat marino. Possono esserci conseguenze negative sul sistema riproduttivo, alimentare, e di orientamento di cetacei, che possono perdere l'orientamento e spiaggiarsi. Qualche volta l'airgun ha anche causato morie di delfini e balene.

Sulla terraferma i danni sono limitati a danni alla vegetazione, e a possibili disorientamenti delle specie animali.

Questi potrebbero sembrare effetti lievi, ma la questione e' un altra. Perche' la Aleanna vuole fare le ispezioni sismiche? Non certo per amore della conoscenza, ma perche' ha in progetto di trivellare la zona se i giacimenti sono promettenti. E' in questa ottica che occorre porsi: come collettivita' siamo disposti a diventare un distretto minerario con tutto quello che comporta non solo l'attivita' di esplorazione sismica, ma le trivelle nei nostri campi per i prossimi 20, 30 anni?

Occorre una visione globale e a lungo termine su cosa si vuole per il territorio.

L'esplorazione sismica e' seguita dal pozzo esplorativo, dal pozzo finale, dalla pompatura di sostanze chimiche per estrarre il petrolio, dal trasporto di idrocarburi e dalla loro possibile lavorazione. L'agricoltura ne soffrira'. Il turismo, la qualita' della vita ne soffiranno. I soldi per la collettivita' saranno pochi.

E' verso questo scenario che occorre guardare, e chiedersi se e' questo che vogliamo. Se la risposta e' si, allora ben venga anche l'ispezione sismica. Se la risposta e' no, allora occorre non iniziare nemmeno il processo di presa dati dell'area, perche' il tipo di sviluppo che si e' scelto - a monte - e' diverso.

Occorre che come cittadini siamo informati e non lasciare alle ditte petrolifere di fare un pezzettino alla volta, minimizzando e cercando di arrivare alla meta in modo graduale. L'ispezione sismica e' solo l'inzio della petrolizzazione di un territorio.

I pozzi sono "solo buchi"?

Fiscamente sono buchi, ma buchi che vanno a 3,4 chilometri sotto la crosta terrestre e dai quali escono sostanze che madre natura ha messo sottoterra millenni fa. Estrarre petrolio da questi 'buchi" e' un'attivita' intrisecamente distruttiva: per arrivare agli idrocarburi cosi' in profondita' occorre usare delle miscele dette fanghi e fluidi perforanti, sature di sostanze tossiche, qualche volta anche radioattive e metalli pesanti. Fra questi mercurio, arsenico, cadmio, piombo, bario. Ci sono poi le acque di produzione, cariche di residui petroliferi, che sono tossiche e che occorre smaltire. Infine, anche se varia da localita' a localita', in generale il petrolio italiano e' di qualita' scadente - pesante ed amaro. Amaro vuol dire che e' ad alto tenore di zolfo, componente
indesiderata degli idrocarburi perche' lo rende denso, maleodorante ed altamente corrosivo,
pesante vuole dire che e' dalla composizione chimica non ottimale per ottenere benzina e altri prodotti di qualita'.

Il petrolio migliore del mondo e' tutto il contrario di quello che c'e' in Italia, e' dolce e leggero.
Ovviamente avere petrolio amaro e pesante significa che l'impatto ambientale e' maggiore,
che c'e' bisogno di maggiore lavorazione e industria pesante per ottenere alla fine petrolio che possa essere commercializzato.

Conosciamo bene il grosso rischio di subsidenza del Delta del Po. Meno bene, invece, gli altri rischi per l'ambiente e la salute derivanti dalle operazioni di esplorazione ed estrazione: a cosa andiamo incontro?

Gli effetti delle trivellazioni su larga scala sono ben evidenti in Basilicata, terra martoriata dalle ditte petrolifere - ENI in primis - da 15 anni a questa parte. Intanto, la mole di rifiuti petroliferi e' enorme ed e' costoso smaltirli. Ci sono molti esempi di scarti di lavorazione petrolifera seppelliti alla meno peggio nei campi o nei parchi.

Quindi, la prima domanda da farsi e': dove finiscono i rifiuti speciali e pericolosi delle trivellazioni? Ci sara' qualcuno che monitorera' per davvero? Una volta estratto questo petrolio poi, ci sara' bisgono di infrastruttura, trasporto su camion, oleodotti, e se il petrolio e' amaro, ci sara' bisogno di mini-raffinerie in loco. Uno dei motivi per cui lo zolfo e' indesiderato e' che questo rende gli idrocarburi cosi corrosivi che occorre trattarli in loco, perche' il trasporto a lunga distanza e' impossibile.

In Basilicata hanno gia' costruito il "desolforatore" nella citta' di Viggiano - con il romantico quanto ingannevole nome come di "centro oli" - e ne progettano un altro a 20km di distanza. L'area che in teoria era stata designata come parco nazionale della Val D'agri e' ora un crocevia di tubature, pozzi, e sovrastata dalla raffineria. Nella zona della Val D'Agri trovano petrolio nel miele, i vigneti, meleti, campi di faglioli e di ortaggi sono tutti malaticci a causa delle esalazioni tossiche della raffineria, l'aria puzza e sa di uova marcie, qualche volta i campi sono stati abbandondati.

Le case piu' vicine al centro oli sono state abbandonate, le proprieta' immobiliari hanno perso valore, i giovani emigrano, i posti di lavoro promessi dall'ENI non sono arrivati. In Basilicata alcune sorgenti idriche sono state inquinate dagli scarti del petrolio, e nell'estate del 2010 sono stati ritrovate sostanze tossiche in una diga di acqua potabile che hanno la stessa composizione chimica dei fanghi perforanti. Infine, il tasso di tumori nella zona della Val D'Agri aumenta vertiginosamente. L'ENI aveva promesso alla fine degli anni '90 che avrebbero monitorato emisssioni e condizioni di salute delle persone. Le centraline sono state installate solo di recente, e non sempre funzionano. Lo studio epidemiologico e' iniziato solo nel 2010, dodici anni dopo quanto stipulato.

Comunque la si voglia guardare, l'ingresso dei petrolieri in Basilicata e' stata una catrastrofe.
Tutto questo nel giro di soli 15 anni di trivellazione certificata dall'ENI. Dalla Basilicata
si estrae solo il 6% del fabbisogno italiano di petrolio. Il restante 94% lo importaimo.
Le royalities - i soldi che le ditte petrolifere pagano in cambio di risorse - sono in Italia del 10% su terraferma e del 4% in mare. In Norvegia il tasso e' dell'80%. Una regione intera e' stata distrutta in cambio di poche briciole. Non e' giusto.

Le ditte petrolifere straniere che vogliono venire a trivellare l'Italia lo sanno bene che siamo in un paese dove le norme ambientali sono blande, e dove i costi da pagare sono bassi, per cui annunciano sempre con entusiasmo il loro ingresso in Italia, La si percepisce come un paese che offre loro poca resistenza.

Sta a noi cambiare questa percezione.

Esistono studi scientifici che provano la relazione tra trivellazioni e disastri ambientali?

Sono moltissimi, e basta un po di pazienza e buona volonta' per trovarne evidenza in tutto il mondo, in contesti diversissimi fra loro. Un articolo di Scientific American parlava di pozzi artesiani inquinati dall'industria del gas, ci sono studi in inghilterra sugli aumenti di mortalita' infantile nei pressi di raffinerie. In generale e' risaputo che vivere vicino raffinerie, oleodotti e pozzi di petrolio e' detrimentale per la salute umana, per l'agricoltura e per la natura. Lo dicono gli studi di scienza - quelli non finanziati dall'ENI - lo dicono i contadini e le persone che vivono a contatto con le infrastrutture petrolifere. Lo dicono i petrolieri stessi, a porte chiuse, o com'e' capitato a me quando vanno in pensione o lasciano l'ENI per un motivo o per l'altro. I grazie piu sentiti per la mia attivita' anti-trivellazione in Abruzzo mi sono arrivati da ex-dipendenti dell'ENI che conoscono bene il modus operandi dell'industria petrolifera.

Infine lo dicono la Shell, la Exxon Mobil, la Chevron e la BP che ogni tre mesi sono obbligati dalla legislazione californiana a dichiarare sulla stampa che le attività petrolifere di qualsiasi genere sono collegate alla comparsa di tumori, malformazioni e altri danni riproduttivi.
La legge che obbiga petrolieri a dichiarare questo si chiama Proposition 65 ed e' intesa come un modo trasparente di informare i cittadini della qualita' della loro aria, acqua e della loro vita.


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In Abruzzo i programmi dell'ENI erano di trivellare e costruire una prima raffineria di petrolio nel 2007. La popolazione e' stata compatta e unita, e tutti, dalla conferenza episcopale d'Abruzzo e Molise, fino alla Confcommercio hanno detto il proprio no all'ENI. Le carte erano tutte pronte, i progetti e gli investimenti dell'ENI pure. Il sindaco di Ortona, Nicola Fratino, l'allora presidente di regione, Ottavaino del Turco erano favorevoli alla costruzione di pozzi e raffinerie fra i campi del Montepulciano.

Non abbiamo mollato per mesi e mesi, e siamo ancora qui. Finora, neanche uno di tutti i pozzi programmati per l'Abruzzo e' stato costruito. Non so se la nostra sia una vittoria, perche' i petrolieri sono li che aspettano che ci stanchiamo, ma se e' una vittoria, posso dire che vincere contro i petrolieri non e' impossibile, ci vuole solo buona volonta, testardaggine e la convinzione della proprie idee. Non si deve mollare mai e ogni giorno osare un po di piu'. L'Italia e' nostra
e non dei petrolieri venuti chissa da dove.

Mi auguro che lo stesso spirito di combattivita' che ha pervaso la societa' civile abruzzese possa sorgere anche in ER.