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Thursday, July 12, 2018

Il Congo apre il Virunga alle trivelle, foresta dei gorilla e patrimonio dell'umanita' UNESCO












E' una notizia triste, che sa tanto di "perdona loro perche' non sanno quello che fanno".

Il governo della repubbica democratica del Congo ha deciso di aprire due parchi nazionali alle trivelle. Ci vivono qui specie a rischio di estinzione, fra cui i gorilla di montagna. 

Di uno di questi parchi abbiamo gia' parlato: e' il Virunga, il parco nazionale storico del Congo. L'altro si chiama Salonga. Insieme rappresentano una buona parte del Congo Basin che e' la seconda piu' grande foresta tropicale del mondo.

Sono entrambi siti UNESCO. Per ricorda il 1988 sono i gorilla del film "Gorilla in the Mist" con Dian Fossey, la conservatrice della natura che ha trascorso la sua vita fra i gorilla poi uccisa dai bracconieri.

Vivono qui oltre ai gorilla, elefanti di foresta, scimpanze' e pavoni, tutte varianti che non esistono in altre parti del mondo.

Ovviamente non c'e' che da rabbrividire a questa notizia, perche' saranno messi in pericolo animali gia' a rischio, perche' ci sara' un altro po' di uccisione di biodiversita' sul pianeta, e per l'enorme quantita' di CO2 che verra' immessa in atmosfera. Senza contare l'abbattimento di alberi per far spazio a trivelle, tubi e impianti di petroliferi.

La cosa triste e' che nel Virunga, parco coperto di foreste e di vulcani vive la meta' della popolazione dei gorilla di montagna.

Chi e' che trivella qui?

La compagnia inglese Soco International che ha gia' trivellato nel passato, anche se la licenza e' scaduta nel 2015.

Ma il governo del Congo vuole piu' petrolieri e cosi dicono che in realta' e' possibile trivellare ovunque nel paese perche' saranno attenti a piante ed animali.

Come se fosse possibile!

E cosi, hanno semplicemente declassificato il 21.5% del Virunga da parco a zona trivellabile. Fanno 1700 chilometri quadrati.

La cosa ancora piu' triste e' che in realta' la popolazione dei Virunga e' in lenta, lentissima ma esistente crescita. 

Nel 2010 infatti c'erano qui solo 480 gorilla, mentre nel 2016 erano 604. E' stato uno lungo processo di conservazione, partito nel 1981 quando i gorilla erano al loro minimo storico, 242 esemplari.

C'e' stato un tempo in cui si pensava che i gorilla non sarebbero arrivati al nuovo millennio.

Grazie al sacrificio personale di tante persone, incluse le 170 guardie forestali morte per proteggere i gorilla, grazie alla fama di Diane Fossey e alla fondazione creata dopo la sua morte per aiutare le comunita' locali in modo che i gorilla siano visti come una opportunita' da vivi e non da morti, in qualche modo sono sopravvisuti.

E adesso arriva Mr. Petrolio a sfasciare tutto. 


Tuesday, May 15, 2018

I norvegesi della Statoil a trivellare la casa delle balene in Australia











The Bight includes a designated marine park, 
supporting some of the highest levels of marine diversity 
anywhere in Australia much of which 
is found nowhere else in the world.

Governo d'Australia

E' sempre facile fare le cose giuste, quando le cose sbagliate si fanno lontano e in silenzio e non le vede nessuno.

Chi puo' non ammirare la Norvegia per tutti i suoi ideali di difesa dell'ambiente, o per tutte le sue macchine elettriche, o anche per tutto il suo rispetto dei diritti umani?

Eppure non e' tutto rosa quello che luccica.
(Si lo so che si dice oro, ma volevo cambiare)

Perche' i signori della Statoil, la ditta di stato norvegese che ha appena cambiato nome in Equinor, adesso trivelleranno il Great Australian Bight, zona di surf, di turismo, di balene, di pace, di riserve, di biodiversita'.

Siamo nel mare che si estende da Adelaide nel sud del paese verso ovest.

La petrol-storia di questa zona e' travagliata e ne abbiamo anche gia' parlato qui tante volte.

La BP in particolare ne aveva combinate tante. Ci provava almeno dal 2012-2013 a trivellare qui, con almeno quattro pozzi esplorativi, tuttapposti di vario genere, "ampie consultazioni" con residenti e turisti, rassicurazioni su balene, sui tonni e pure il certificato dalla Ernst and Young.

Ma dopo tanti tira e molla, qui raccontati, si sono dovuti arrendere nel 2016 a causa delle pressioni e delle proteste popolari.

Anche la Chevron similmente imbrigliata con proteste varie si era arresa nel 2017. 

Ma che ne e' stato delle concessioni che pure il governo d'Australia gli aveva dato?

Beh, quelle della BP sono state vendute alla Statoil, appunto la ditta di petrolio di stato della Norvegia.

Ed eccoci.

Circa una settimana fa, il governo australiano rilascia 21 nuove concessioni ai petrolieri, proprio per i giacimenti nell' Australia occidentale, nell'Australia del sud, nello stato di Victoria e nelle isole Ashmore and Cartier.

Mmh...

Ma non stavano morendo tutte le barriere coralline? E continuano a rilasciare permessi a trivellare in mare?

E fra questi 21 progetti anche il nuovo della Statoil.



Il sindaco dell'isola di Kangaroo, Peter Clements, ha preso un aereo ed e' andato fino in Norvegia, culla del rispetto dei diritti umani e dell'ambiente, per parlare direttamente al meeting annuale della Statoil (che ora si chiama Equinor, perche' sono equi loro) per illustrare la sua contrarieta' alle trivelle nel suo mare.

Ha spiegato come e' del tutto assurdo voler trivellare acque pristine e pericolose. Ha spiegato che qui molte localita' costiere si sono espresse contro le trivelle, per i rischi che tutti bene conosciamo: turismo, pesca, immagine, salute. 

Non si sa cosa gli abbia risposto la Statoil/Equinor.

Dal canto loro gli attivisti d'Australia dicono che cosi come BP e Chevron se ne sono dovute andare, cosi sara pure per la Statoil.

The federal resources minister, Matt Canavan, said the acreage release was part of the government’s commitment to meeting Australia’s future energy needs.

E il governo d'Australia?

Continuano il cerchiobottismo cosi caro a politici e petrolieri. Tuttapposto, tutto si puo' fare. Interessante che a volte le concessioni nei mari difficili d'Australia vengano date a gruppi che non hanno nemmeno esperienza di trivelle in acque profonde.

Nonostante tutto, il ministro delle risorse federali d'Australia, Matt Canavan dice che il suo governo si impegna per un "safe and responsible development of oil and gas resources" e che questo serve al fabbisogno energetico del paese.

Caro Canavan: lo sviluppo safe e responsible delle risorse petrolifere non esiste, specie quando siamo in un mare dagli equilibri cosi delicati, perche' nessuno puo' prevedere l'imprevedibile, perche' basta un solo errore, una sola fatalita' per distruggere tutto.

Ma poi, Canavan non conosce il dramma della barriera corallina morente, nel suo paese? Non ci pensa ai cambiamenti climatici?  Non lo sa? Non gli importa?


Sunday, February 4, 2018

La Chevron paghera' 73 milioni di dollari alla Romania per l'abbandono del fracking


















Il governo rumeno ha avuto la meglio sulla Chevron.

Grazie ad un arbitrato internazionale, la Chevron dovra' pagare circa 73 milioni di dollari alla Romania come risarcimento dell'abbandono delle operazioni di fracking nel paese. 

Per la precisione 73,450,000 dollari.

Piu' interesse fissato all'8% a partire dal 23 Ottobre 2014 fino al pagamento completo.  Piu' le spese del processo di arbitrato.




Questa decisione e' stata presa dalla Camera di Commercio Internazionale (CCI) con sede a Parigi. I fondi dovranno essere versati all'Agenzia Nazionale per le Risorse Minerarie della Romania, detto anche ANMR.
 
Un passo indietro: nel 2015 la Chevron annuncia che non portera' piu' avanti i progetti di esplorazione del gas di scisto in Romania, ultimo paese europeo in cui era ancora attiva.

L'idea era di trivellare sulla costa del Mar Nero e nel nord-est del paese, tanto e' vero che nel 2011 la Chevron aveva stipulato degli accordi per tre concessioni in zona, dette
EX 17 - Costinesti,  EX - 18 Vama Veche, ed EX - 19 Adamclisi e presentando un "programma operativo minimo" in cui appunto la Chevron si impegnava a far fracking.

E perche' la Chevron ha rinunciato alle trivelle? 

Dopotutto i proclami erano stati grandiosi.

Per esempio nel 2013 il governo Obama informava che in Romania c'erano le quinte piu' grandi riserve di gas di scisto in tutta l'Europa, dopo Russia, Polonia, Francia ed Ucraina.
La Chevron era bene saltata sul carro, visto che era proprietaria e operava in completo controllo la zona detta Barlad Shale, nel nord-est Romania, con una concessione di circa 6,400 chilometri quadrati. Le altre tre nel sud-est della Romania, quelle trivellande verso il mare, coprivano invece circa 2,700 chilometri quadrati.

E dunque perche' rinuciano?  

Non e' chiaro. Loro dicono che ad un certo punto la Romania non si allineava con i propri programmi di lavoro. Probabilmente il sottosuolo non era cosi' pieno di petrol-speranze come si pensava. 

Certo uno dei fattori piu' importanti ed innegabili e' stato il fatto che ci siano state proteste infinite da parte di residenti ed ambientalisti durante gli anni della Chevron in Romania.  Proteste che sono finite su tutti i giornali del mondo e in cui la Chevron non ha proprio fatto bella figura.

Chi puo' dimenticare l'intero villaggio di Pungesti che manifesta contro il fracking?  Chi puo' dimenticare Bucarest che si scopre solidale verso questo paesotto di campagna, simbolo dell'arrivo dell'invasore straniero?

E cosi, per soldi, per vergogna, o per "mancanza di allineamento", il giorno 23 Ottobre 2014 la Chevron annuncia alla ANRM di volere rinunciare alle trivelle.

Ma l'ANRM gli ha detto di no.

E questo perche' ci si aspettava dalla Chevron che appunto completasse il suo "programma operativo minimo".  

La Chevron se ne va lo stesso nel 2015.  Anzi, in quello stesso anno chiude baracca e burattini anche in Polonia.  E cosi' si arriva alla Corte di Arbitrato nel mese di giugno 2015, con i 73 milioni di dollari piu' interesse stabiliti in questi giorni.

In un certo senso tutto questo fa sorridere e rappresenta una doppia vittoria delle persone e delle proteste.  Da un lato, i rumeni sono riusciti a non farsi trivellare, e dall'altro lato hanno costretto la Chevron a pagare per non essere riusciti a trivellare!

Certo 73 milioni di dollari con interessi non sono granche' per un colosso del petrolio, ma lo stesso, questa storia ci insegna che come sempre, con le proteste continue e le prese di posizione i petrolieri si possono sconfiggere, e in questo caso devono pure pagare.

Bravi!

E che la Chevron se ne resti a casa sua, che sarebbe, ahime', la California.




Saturday, July 15, 2017

La Rockhopper vende sei concessioni alla Northern Petroleum: obbligo di ripristino ambientale di 3 milioni di euro









Dal 2012 ad oggi la Rockhopper Exploration ha perso il 90% del suo valore: da 200 pence nell'Agosto di 5 anni fa, a 20 pence al Luglio del 2017.

E' evidente che le cose non vanno bene. Oltre ai prezzi del petrolio collassati sul mercato globale da un paio di anni ormai, la debacle Ombrina Mare dalla quale sperano stoltamente di recuperare 150 milioni di dollari, il 14 Giugno hanno anche annunciato che un pozzo appena trivellato in Egitto era sterile. 

Da qualche parte devono pur recuperare il denaro.

E cosi decidono di vendere tutte le loro concessioni su terraferma in Italia alla Northern Petroleum. Le chiamano concessioni "non-core", cioe' non fondamentali, e lo fanno per "snellire" le loro operazioni e per "rettificare" i costi.

Sono in genere parole per dire: stiamo cercando di salvare il salvabile.

La Northern Petroleum ha pagato 1.6 milioni di euro in cambio di sei concessioni, totali e parziali sparsi per l'Italia, e che sono qui elencate:

100% Scanzano (71 kmq, Basilicata)
60% Monte Verdese (60 kmq, Basilicata, il restante 30% e della Gas Plus e il 10% della Petrorep)
50% Torrente Celone (80 kmq, Puglia, il restante 50% e' della Edison)
100% Aglavizza (7 kmq, Abruzzo)
100% Civita (276 kmq, Abruzzo)
85% San Basile (98 kmq, Abruzzo, il restante 15% e' della Irminio)

Oltre agli 1.6 milioni di euro di prezzo, ci sono i costi associati alla manutenzione, debiti, e spese varie che sono passati alla Northern Petroleum per circa 2.8 milioni di euro.  E poi i costi di dismissione e di ripristino ambientale, passati anche loro alla Northern Petroleum di 3 milioni di euro per un totale di dieci anni stimati di lavoro.

In totale, fra debiti e spese di ambientale la Northern Petroleum ha dunque speso 7.4 milioni di euro.

Dunque, impariamo da tutto cio' che:

1. Circa 600 kmq di territorio italiano per trivellare valgono 7.4 milioni di euro;

2. Le spese ambientali su sei concessioni ambientali sono di tre milioni di euro. Anche se non e' un conto accurato (sono diverse fra loro, per estensione territoriale e per livello di struttamento) questo vuol dire che ogni concessione si riduce in circa 500mila euro di danni. E' una cifra da tenere in mente come ordine di grandezza quando si parla dei fantasmagorici litri e litri di petrolio che queste microconcessioni porteranno all'Italia e il costo totale di guadagno per loro e di veri costi per la collettivita'.

E la Rockopper?

Da tutta questa transazione oltre agli 1.6 milioni di euro ricevuti direttamente dalla Northern Petroleum, hanno ricevuto circa 1 milione di euro indietro come value-added-tax refund dal governo.

Cioe' lo stato italiano le restituisce l'IVA!

Bell'affare no?

Resteranno in Italia con la concessione a gas Guendalina e il permesso Serra San Bernado.
E poi, andranno a trivellare in altre localita' del Nord Africa.


Altro giro, altra corsa.


Monday, November 21, 2016

Obama vieta le trivelle in Artico -- fino al 2022



Le trivelle saranno vietate in Artico fino al 2022, secondo quanto annunciato dall'amministrazione Obama il giorno 18 Novembre 2016. 

E' considerata una decisione storica. 

Il piano quinquennale di trivelle per i mari USA, annunciato dal segretario dell'interno Sally Jewell,  prevede che non ci sara' nessuno tipo di nuova trivellazione nei mari di Beaufort and Chukchi e conferma il divieto a nuovi pozzi anche in Atlantico e nel Pacifico. L'unico posto in cui l'industria del petrolio si potra' espandere e' il golfo del Messico, gia' sacrificato al dio petrolio, e nel cosiddetto Cook Inlet dell'Alaska dove gia' le trivelle erano attive.

Come sono cambiate le cose in pochi mesi.

Obama e i suoi consiglieri non sono sempre stati cosi pro-conservazione del mare, anzi sotto la sua amministrazione ci state anche discussioni sulla possibilita' di aprire nuove concessioni, specie sulla costa atlantica. Ma il calo dei prezzi del petrolio, le pressioni da parte di pescatori, operatori del turismo, del dipartimento della difesa e dei cattivissimi residenti ed ambientalisti ha portato a piccolo-questo grande cambio di marcia. Chissa', avra' giocato un ruolo importante anche il desiderio di lasciare dietro un ricordo green di se.

Questo annuncio non puo' che essere benvoluto da noi tutti, quale che sia il motivo che c'e' dietro.

Ma perche' fino al 2022?

Negli USA le concessioni a mare vengono rilasciate ogni 5 anni, e il nuovo piano e' appunto per il quinquennio 2017-2022. Nel piano precedente, dal 2012 al 2017, le concessioni in Artico erano parte del progetto, questa volta le sette vecchie concessioni non ci sono piu'.

E' interessante la storia della vendita di concessioni nel mare di Chukchi, eseguita nel 2008 sotto Bush. A suo tempo arrivarono offerte fino a $2.66 miliardi di dollari per trivellare questo pezzo di Artico. Di questi soldi, $2.1 milardi erano della Shell.

Ma le concessioni si sono rivelate un disastro: studi di imaptti ambientali sbagliati, proteste, incidenti.
E cosi delle concessioni del 2008 nessuna e' stata messa in pratica, e anzi il dipartimento dell'interno le ha cancellate tutte.
Nel frattempo, Shell, ConocoPhillips, Statoil, Chevron, BP and Exxon si sono tutte ritirate dai mari artici dell'Alaska. Nel 2015, l'ultima ad abbandonare il campo e' stata la Shell che nonostante tutti i miliardi spesi per comprare la concessione e doverne investiti altri 7 miliardi di dollari ha dovuto accettare la sconfitta ed andarsene.  Nel 2015, le concessioni del mare di Chukchi sono state ritirate
dal governo e mai piu' ripresentate.
Ovviamnte c'e' lo spettro della nuova amministrazione di Mr. Trump che non promette benissimo da questo punto di vista. I petrolieri infatti gia' sperano che Trump cancellera' queste decisioni, visto che ha promesso di eliminare "lacci e lacciuoli" all'industria fossile americana. Come sempre i numeri sono volati: questa decisione ci costera' il sacrificio di 24 miliardi di barili di petrolio, 100 trillioni di piedii cubi di gas naturale, 55mila posti di lavoro, 193 miliardi di introiti.

Abbiamo cioe' rinunciato a Babbo Natale tutti i giorni!

Fra i politici piu' infuriate la rappresentante dell'Alaska, Lisa Murkowski che dice che questa decisione consegna lo sviluppo petrolifero dell'Artico alla Russia ed altre nazioni che si affacciano sul polo nord e che si augura che Trump stracci via tutto.

Staremo a vedere cosa fara' Trump.

Ma gli esperti dicono che per cambiare direzione ed aprire l'Artico dell'Alaska alle trivelle ci vorranno almeno due anni.

E la storia insegna che tante cose possono cambiare in due anni.