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Saturday, April 6, 2019

Lago Erie: la piu' grande centrale a carbone del Nord America diventa un enorme centrale solare con 200mila pannelli


Prima e dopo 







Si chiama Nanticoke Generating Station e si trova sul lato canadese del Lago Erie, al confine fra USA e Canada, nella citta' di Port Dover.  Dopo un anno di lavoro ha cambiato missione. Da centrale a carbone e' rinata come centrale di 44 megawatt di energia solare con 192,431 pannelli solari sparsi su 100 ettari di terra.

Il progetto e' stato appena completato dalla ditta PCL Construction, per conto della Ontario Power Generation, il gestore elettrico dell'Ontario, nel Canada, la pronvincia che ospita la citta' principale del paese, Toronto. Altri fondi sono arrivati dalla Six Nations of the Grand River Development Corporation e dal Mississauga Credit First Nation, enti e banche con lo scopo di promuovere e migliorare la qualita' di vita degli indigeni del Canada. 

Un anno fa l'avvio ai lavori: sorgevano qui canne fumarie di 200 metri di altezza che sono stati tutti demoliti per metterci i pannelli solari. L'ultimo pezzo di carbone e' stato bruciato qui cinque anni fa,
il 31 Dicembre 2013. 

Al tempo del suo maggior splendore, la Nanticoke Generating Station era la piu grande centrale a carbone di tutto il Nord America, e forniva il 15% di tutta l'elettricita' dello stato canadese dell' Ontario, con circa 4 GigaWatt di energia.

E' stata in funzione per 40 anni, dal 1973 al 2013, l'anno della sua fine. La maggior parte dell'infrastruttura carbonifera e' stata demolita, ma sono rimasti altri edifici per il completamento dei lavori. Ma i pannelli sono gia' tutti in azione.

L'ente Ontario Power Generation ha cosi smesso di usare carbone, portando alla diminuzione di anidride carbonica equivalente a sette milioni di autovetture sulle strade in meno. Il cemento della demolizione e' stato invece usato per creare strade di accesso lungo il sito.



Friday, February 15, 2019

Gli indigeni contro Trudeau e l'oleodotto del Canada









Money means nothing to us.
Our children, our land, our future, is here 
and that’s what we are going to protect.
Our people never ever surrendered or ceded any portion of this territory. 
We are the rightful titleholders of the territory,
 we are the caretakers of this land and that’s what we are going to do, 
take care of this land.

Chief Madeek, della riserva indiana Wet’suwet’en, 
in protesta contro l'oleodotto del Canada 


They want to take, take, take.
And they aren’t taking no for an answer.



In tutto questo idillio compaiono militari in uniforme, armi semi-automatiche, fili spinati. La guerriglia urbana in mezzo alle nevi bianche. 

Cosa hanno fatto quelli della tribu' Wet’suwet’en per meritarsi questo, con un contorno di elicotteri, barche della polizia, arresti, lungo il fiume Morice?

Il petrolio. Gli oleodotti. Il vile denaro.

Anche qui i petro-speculatori sono oggetto di contenzioso.

La gente protesta perche' non vuole oleodotti. Il governo manda le truppe perche' ce li vogliono far passare per forza. Un giorno di meta' gennaio hanno arrestato quattordici persone che si erano accampate lungo il percorso dell'oleodotto per protestare.  

Ed ecco quindi un altra storia di diritti non rispettati a causa di multinazionali che vogliono per forza avere la meglio.  In questo caso si tratta della ditta canadese Coastal GasLink che vuole estendere il suo oleodotto lungo il territorio di 20 tribu indigene. 

Dicono che cosi facendo daranno lavoro agli indigeni stessi con contratti che arriveranno a 620 milioni di dollari canadesi, dicono pure che i consigli governativi delle riserve indiane hanno detto si, e che ci sono stati 120 incontri e 1300 telefonate con gli indigeni. 

Come dire si aspettavano che dopo i 500 milioni e il 78esimo incontro e la 1294 telefonata arrivasse il si!

Alcune cose pero' non si possono vendere.

E infatti le tribu', cioe' gli indigeni che vivono per davvero sulle riserve, non ci stanno, inclusa quella dei Wet’suwet’en, la piu' vivace nelle proteste. Dicono che i consigli governativi non li rappresentano e che la loro voce va rispettata, perche' su quelle terre sono loro che ci vivono.

Ma nonostante i ripetuti no, la corte ha acconsentito alla Coastal GasLink di iniziare i lavori.
E' qui che cinque capi tribu hanno deciso di scendere nella neve a proterstare.
In un certo senso il governo del Canada ha avuto cio' che si merita. Nel 1997 la corte suprema del Canada ha affidato quelle terre agli indigeni, e ha deciso che lo stato non poteva esserne considerato titolare.

Dove pero' iniziano i confini e dove finiscano non e' stato mai stabilito.

Intanto circa 1,300 chilometri quadrati di terra che i Wet’suwet’en dicono essere loro, ospita la vita di salmoni, orsi, alci, aquile ed altri animali selvatici, bacche e piante che vengono usate come medicinali senza sapere che c'e' qualcuno che vuole annientare tutto per un tubo.  

In totale i territori dei Wet’suwet’en occupano circa 22mila chilometri quadrati.

Ed e' per proteggere questa bellezza che tante persone, indigene e non, si sono mobilitate, installando le tende della resistenza nella neve.

E non c'e' solo la tribu' Wet’suwet’en. Assieme ad altri gruppi indigeni sparsi per il paese e' stata messa su una organizzazione chiamata Unist’ot’en camp che cerca di fermare tutti i progetti di oil and gas sui territori degli indigeni, in quanto non conformi ai propri interessi tribali e culturali. 
A volte ci sono riuscti, altre no. 

Ma con ogni protesta diventano piu' uniti, piu' sicuri di se, piu arrabbiati. Il loro messaggio e' lo stesso che tutte le comunita' trivellate conscono: "vogliono solo prendere, prendere, prendere. E non accettano il no".

Appunto, dopo neppure 1300 telefonate!

Vediamo come va a finire, ma un fatto e' certo: in tutte le parti del mondo continua la speculazione, e in tutte le parti del mondo chi vive i territori e' sempre piu' arrabbiato, deciso a difendere i propri diritti e a far sentire la propria voce, anche in questo angolo innevato e remoto del Canada. 

Monday, February 29, 2016

Mi scrive l'ambasciatore dell'Ecuador in Italia: le trivelle in Amazzonia sono tuttapposto





















 Texaco extracted up to 1.5 billion barrels of oil. The contamination of of the Amazon forest left millions of gallons of oil in the soil, 20 million cubic meters of polluted gas into the air and hundreds of contaminated water pools and open air waste pits left abandoned without any covering or cleaning.




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Ecco la lettera che mi scrive l'ambasciatore dell'Ecuador in Italia:



Dottoressa
Maria Rita D'Orsogna
Blogger del Fatto Quotidiano

In riferimento all'articolo "Ecuador, i petrolieri cinesi trivellano l'Amazzonia", pubblicato nel blog di Il Fatto Quotidiano, nel quale si conferma che l'Ecuador: ha deciso di vendere 200 mille ettari di bosco del sud del paese ad un consorzio petroliere cinese" (traduzione allo spagnolo); devo, nella mia qualità di Ambasciatore dell'Ecuador presso l'Italia, chiarire questa informazione errata.

L'Ecuador non ha venduto né un solo ettaro di foresta amazzonica a nessun consorzio. Quello che ha avuto luogo è un contratto di prestazione di servizi, tra l'Ecuador ed un consorzio di imprese di industrie petrolifere per l'esplorazione e estrazione di petrolio esistente nei blocchi 79 e 83 dell'Amazonia ecuadoriana.

Questo contratto è parte del legittimo diritto che ha l'Ecuador di gestire le proprie risorse naturali a beneficio del bene comune e contempla i precetti Costituzionali che inquadrano questo tipo di attività. Nell’articolo 317 della Costituzione dell'Ecuador stabilisce:

Art. 317: Le risorse naturali non rinnovabili appartengono al patrimonio inalienabile ed imprescrittibile dello Stato. Nella sua gestione, lo Stato darà la priorità alla responsabilità intergenerazionale, la salvaguardia della natura, la riscossione di regalie o altre contribuzioni non tributarie e di partecipazioni imprenditoriali; e minimizzerà gli impatti negativi di carattere ambientale, culturale, sociale ed economico.
 
L'accordo di concessione firmato dall'Ecuador, permette l’estrazione della risorsa in condizioni specifiche da utilizzo congiunto e soprattutto della riguardo all’ambiente. Mi permetto di informarla che l'Ecuador è stato un leader regionale su temi di salvaguardia e tutela dell’ambientale.

Vorrei inoltre segnalare che, l’estrazione delle risorse naturali non comporta un pericolo per la salvaguardia culturale dei popoli e nazionalità ancestrali. Il Governo dell'Ecuador ha come priorità la cura delle comunità dell'Amazonia ecuadoriana e indirizza gran parte dei guadagni del petrolio va ad opere pubbliche e progetti di sviluppo nella zona. Tutto ciò in consonanza con l'articolo 74 della Costituzione ecuadoriana che dispone: "Le persone, comunità, popoli e nazionalità avranno diritto a beneficiare dell'ambiente e delle risorse naturali che consentano loro il buon vivere."

In conclusione, il petrolio rappresenta la principale fonte d’ingresso per l'Ecuador e l’estrazione è un legittimo diritto che si traduce nel beneficio collettivo del paese. Il Governo dell'Ecuador indirizza i propri sforzi affinché le risorse naturali del paese siano utilizzate in modo razionale, sostentabile e sostenibile, preservando la natura e beneficiando a tutti i popoli e nazionalità del paese.

A questo proposito, sarei molto grato che in futuro gli articoli relativi all'Ecuador dispongano di fonti di contrasto adeguate. Se lei desidera maggiore informazione su tutto ciò che sta accadendo nel paese, questa Ambasciata sarà sempre a disposizione per offrire l'informazione a lei necessarie.

Attentamente,

Juan Holguín Flores

AMBASCIATORE DELL'ECUADOR IN ITALIA



***

Mia risposta:

Gentile Ambasciatore, grazie delle precisazioni. Io pero' non credo che il "contratto di prestazione di servizi" fra l'Ecuador e i petrolieri cinesi per trivellare l'Amazzonia sia essenzialmente cosa diversa dal vendere la foresta alle multinazionali di Pechino. Cosa offre l'Ecuador in questo contratto? La foresta. Cosa faranno i cinesi? Trivelleranno in cambio di soldi. Non e' questa una compravendita? Anzi, se vuole sapere cosa penso, assieme al contratto avete venduto anche la vostra anima.

I petrolieri trivelleranno, bucheranno, disboscherano, inquineranno, distruggeranno la fauna, la flora, il modo di vivere dei residenti dell'Amazzonia come hanno fatto dovunque sono andati nel mondo intero.

Non segue la storia Ecuador/Texaco/Chevron? Come e' possibile che non abbiate imparato niente da Lago Agrio, una delle tragedie petrolifere piu' eclatanti del mondo e che e' accaduta nel vostro stesso paese?

O pensate che i cinesi saranno meglio dei texani o che adesso non si inquina piu'? O pensate che il sacrificio dei 30,000 afectados rappresentati da Julio Prieto e Pablo Fajardo sia stato fine a se stesso? Non e' giusto che loro abbiano dovuto soffrire decenni di inquinamento, malattie, acqua inquinata, pesca inpraticabile e che adesso il governo dell'Ecuador ripeta gli stessi sbagli, gettando le basi per un altro Lago Agrio in un altra zona del paese.

Lei mi dira' che sono cose diverse, ma non e' cosi'. Mutatis mutandis, il risultato e' sempre lo stesso, dalle vigne della Basilicata alla giungla dell'Ecuador, alle mangrovie della Nigeria. Petrolio = Distruzione. Non ci sono altre parole.

Ed e' una cosa non sapere quali sono le conseguenze delle trivelle, come non si sapeva nel 1964 quando la Texaco arrivo' in Ecuador, ed e' un'altra saperle, come si sa nel 2016, e ugualmente stipulare "contratti di prestazione" per trivellare la foresta. Tutti sappiamo come andra' a finire, a prescindere da quel che dice la costituzione del suo paese.

Non e' possibile estrarre petrolio e al contempo rispettare l'ambiente. Non si puo', non e' mai successo da nessuna parte e mai succedera'.  Punto e fine.

E lo sa perche' sono cosi categorica? Perche' invece di parlare con governanti e gli spin doctor e i lobbisti che pure hanno cercato di farmi il lavaggio del cervello, parlo e leggo e scrivo con la gente normale che queste cose le vive. Io spero che un giorno invece che spendere il suo tempo a difendere i "contratti di prestazione di servizi" lei vada ad incontrarli questi afectados e che ci sia giustizia per loro.

Infine, sarebbe bello poter pensare che invece che trivellarla, il governo dell'Ecuador proteggesse la sua foresta. E assieme alla foresta, i suoi indigeni e che la foresta fosse usata per il benessere economico di tutti in modo intelligente, sostenibile e lungimirante cosicche' ne possano godere anche le generazioni future.

Vedo che non e' cosi'.

MRD

Wednesday, March 18, 2015

Fort Chip, Canada e i tumori delle Tar Sands





E’ sera nella comunita’ indigena di Fort Chipewyan, in Alberta, Canada. Il sole tramonta lentamente sul fiume Atabasca. In parte e’ ancora ghiacciato e coperto di neve. Sui banchi del fiume c’e’ la foresta e la vita che ospita. In questo piccolo villaggio di 1300 persone l’unico ristorante offre carne di caribou, spezzatino con carote e spezie o merluzzo con erbe locali.

Tutto perfetto, eh? E invece no. Tutto quello che si mangia qui non e’ frutto della caccia, pesca e dell’agricoltura locale come lo e’stato per secoli e secoli in una comunita di “First Nations”. E’ tutto importato.

Perche’? Perche’ e’ tutto inquinato. Animali, pesci e piante.La gente lo sa da tanto tempo, in modo aneddotico, perche’ i tassi di tumore sono in aumento, specie per quello del dotto biliare o il cancro cervicale, prima d’ora considerati rari. Secondo chi vive a Fort Chip i tassi di tumore sono aumentati vertigionasamente negli scorsi 30 anni. Gli anziani non ricordano cosi tanti morti di cancro in tutte le loro vite. Negli scorsi mesi sono arrivate anche le prove ufficiali.

L’Universita’ del Manitoba, ha infatti esaminato possibili connessioni fra lo sfrutamento delle Tar Sands del Canada a circa 200 chilometri a nord e il cibo che non possono piu mangiare. Ci sono volute tre anni per completare gli studi e dozzine di interviste con residenti della zona.

I risultati? Ci sono tassi superiori al normale di idrocarburi policiclici aromatici, arsenico, mercurio, cadmio e selenio nei tessuti dei reni e del fegato di alci, papere, pesci, castori e muskrats, emessi durante l’estrazione e la lavorazione del bitume dalle Tar Sands. Il rapporto e’ stato peer-reviewed, e i fondi per realizzare gli studi sono arrivati da enti governativi indipendenti non collegati all’industria del petrolio.

Su 94 persone intervistate 20 sono stati colpiti da una qualche forma di cancro.

Si conclude che le estrazioni petrolifere qui “compromettono l’integrita’ dell’ambiente e della vita animale, che a loro volta portano a conseguenze negative per la salute dell’uomo ed il suo benessere.”

Il governo Canadese, che incassa miliardi e miliardi di dollari con le Tar Sands, ha lungamente contestato che la vita selvatica potesse essere contaminata. Dicono che i tumori di Fort Chip sono naturali e che potrebbe anche essere colpa del fumo di sigaretta.

A noi non parra’ granche’, ma il fatto di non poter andare a caccia e a pesca ha causato profondi problemi sociali a Fort Chip, perche’ li ha sradicati dalle loro tradizioni e dal loro vivere in simbiosi con la natura. Non si insegna piu ai giovani a pescare, a mettere le trappole per gli animali. Alcuni continuano a mangiare cio’ che catturano, ben sapendo dei rischi alla salute. E siccome caccia e pesca erano anche fonte di reddito, sono scomparse anche quelle. I residenti di Fort Chip hanno pian piano inziato ad interessarsi ad altre attivita’, che ironicamente sono spesso di servizio ai petrolieri, perche’ non c’e’ niente altro da fare. Allo stesso tempo, i costi sono qui esagerati, tutto arriva per via aerea, perche’ le strade sono spesso ghiacciate. Un sacco di patate costa circa 15 euro.

Nessuno sa qual’e’ la risposta o ha il coraggio di pensare all’unica risposta possibile: fermare la follia e farli pagare fino all’ultima lira di bonifica ambientale.

Mutatis mutandis e’ la stessa situazione della Basilicata dove pian piano l’inquinamento inizia a pervadere tutto, fiumi, aria, acqua, politica e non si sa o non si vuole sapere come se ne esce. Un paio di settimane fa, per dirne una, hanno vietato l’utilizzo di acqua potabile nei pressi del pozzo Perticara 1, perche’ inquinata da metalli e altri elementi pericolosi per la salute dell’uomo fra cui manganese, solfati, nichel e cloruro vinile.

E’ per questo che e’ meglio non farceli venire dall’inizio.

Qui le foto della deforestazione in Canada, la nazione che distrugge piu foreste al mondo a causa dell’estrazione di bitume dalle Tar Sands.

Tuesday, August 5, 2014

Ecuador: la spettacolare biodiversita' del Parco Nazionale dello Yasuni in pasto alle trivelle





Nello Yasuni ci sono una riserva per la biodiversita'
dell'UNESCO e tribu' che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno




Mappa dello Yasuni con in giallo i campi di petrolio


Immagini del riversamento del 2 Luglio 2014








E cosi' dopo anni di tira e molla, l’Ecuador ha aperto il Parco Nazionale dello Yasuni, una meraviglia tropicale di biodiversita' alle trivelle.

Come da copione, dopo due mesi dall'inizio delle operazioni, il giorno 2 Luglio 2014, Petroamazonas ha riversato circa 660,000 galloni di petrolio nei fiumi Aguarico e Parahuaico, affluenti del Rio delle Amazzoni. Vivono qui le comunita' Cofan, Secoya, Kichwa e Shuar che usano l'acqua del fiume per bere, lavarsi e pescare. Il petrolio ha anche raggiunto una riserva naturale detta Cuyabeno Wildlife Reserve.

Il Parco Nazionale dello Yasuni fu aperto nel 1979, ed e' ricchissimo di specie anfibie, marine, volatili e di piante che non esistono da nessuna altra parte del pianeta - giaguari, pipistrelli rari, delfini rosa. Allo stesso tempo si stima che nel sottosuolo ci siano circa 850 milioni di barili di petrolio, il 20% delle riserve petrolifere dell'intero paese. Il petrolio viene gia’ estratto ai margini della foresta, ma le zone piu' spettacolari dello Yasuni -- che spesso sono anche le piu' difficili da raggiungere -- sono state lasciate intatte fino a pochi mesi fa.

L'area piu' sensibile e' la zona ITT -- che sta per Ishpingo-Tambococha-Tiputin.

Petrolio ed inquinamento non sono sconosciuti all'Ecuador: l'americana Texaco -- ora Chevron -- per cinquanta anni ha inquinato le foreste dell'Amazzonia piu' a nord dello Yasuni. C'e' una causa che va avanti da venti anni a questa parte e che per ora vede la Chevron resposabile di circa 18 miliardi di danni da inquinamento da petrolio.

Nel 2005 il ministro dell'ambiente dell'Ecuador annuncio' che avrebbe permesso l'estrazione di petrolio dallo Yasuni "solo" a condizione che non venissero aperte nuove strade dentro l'area ITT. Nel 2007 il presidente Rafael Correa fece ancora meglio: annuncio' alle Nazioni Unite che se l'occidente avesse versato la meta' del valore del petrolio -- cioe' circa 3.6 miliardi di dollari -- a un fondo dedicato alle nazioni in via di sviluppo di cui anche l'Ecuador avrebbe beneficiato, avrebbero rinunciato a trivellare l'area ITT.

Dopo sette anni, dei 3.6 miliardi richiesti, ne sono stati promessi solo 330 milioni, di cui solo 13 effettivamente donati.

Nel 2012 Petroamazonas inzia segretamente a costuire strade nel blocco 31 della foresta, in barba all'annuncio del 2005 e dritto dentro un area abitata da indigeni. La strada e' stata scoperta da Salvatore Pappalardo, Massimo De Marchi e Francesco Ferrarese dell'Universita' di Padova e da Matthew Finer, dell'Amazon Conservation Association.

Nell'Agosto del 2013 il presidente Correa abbandona il progetto "salva Yasuni-ITT" ed apre alle trivelle.

Va in televisone a dire che non erano stati raccolti sufficenti fondi e che la sua decisione era stata difficilissima. Nonostante attivisti e movimentazione in varie parti del mondo, nel Giugno del 2014 vengono rilasciate le prime concessioni minerarie. E cosi l' ecuadoriana Petroamazonas, la cinese Andres Petroleum Company e la spagnola Repsol possono iniziare. Si prevede di arrivare a regime nel 2016.

Per ora, deforestazione, test e sondaggi. Si stima che in pochi mesi ci siano stati circa 1400 casi di inquinamento o di disturbo alla foresta, fra cui costruzione di strade, uccisione di animali. C'e' preoccupazione ovviamente anche per le comunita' indigene assolutamente impreparate a convivere con l'industria pesante. Ogni settimana arrivano segnalazioni di piccoli e grandi riversamenti di petrolio. Si stima che circa il 45% dello Yasuni e' ora coperto di licenze petrolifere.

Grazie a pressioni internazionali da parte di Amazon Watch, finalmente il ministro dell'ambiente dell'Ecuador, Lorena Tapia ha deciso di aprire una indagine sugli sversamenti del 2 Luglio.

Petroamazonas dice che ha "solo" riversato 2000 barili, ma fonti anonime dentro Petroamazonas parlano di 660,000 galloni. Petroamazonas dice anche che hanno ripulito tutto, ma allo stesso tempo hanno "consigliato" ai residenti di Cofán Dureno di non usare l'acqua del fiume per i prossimi sei-ventiquattro mesi.

E di grazia, che acqua devono usare?

Amazon Watch chiede a Lorena Tapia di revocare le licenze trivellanti dei blocchi 31 e 43 e che altre concessioni non vengano aperte, fra cui i blocchi 79, 83, 29 e 28.

Intanto, secondo ricostruzioni del quotidiano inglese The Guardian il governo dell'Ecuador stava gia' pensando allo sfruttamento petrolifero tramando con I cinesi mentre annunciava al mondo il suo progetto "salva Yasuni-ITT". Come dire, non ci credevano nemmeno loro

Per fortuna che nella costituzione dell'Ecuador c'e' il concetto di "Sumak kawsay" che vuol dire vivere in armonia con la natura.