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L'ENI, la vera grande azienda corrotta italiana - J Assange

Matteo Renzi: lei parla mai di cambiamenti climatici ai suoi figli?

Roberto Cingolani vada sostenibilmente a trivellare a casa sua

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Saturday, November 17, 2018

L'ENI vuole trivellare lungo 300 km di costa Sud Africa











L'intento e' di trivellare le acque attorno a Cape Town, Sud Africa.

E' la nostra beneamata ENI che assiame alla Sasol Oil, ditta sud-africana vuole mettere su piattaforme
nella costa fra Richard Bay e Port Shepstone, provincia di KwaZulu Natal.

Secondo la stampa locale e' un progetto enorme ed aberrante.

E infatti le due localita' distano... 300 km!
L'ENI vuole trivellarle tutte e 300!

Il consorzio in questione infatti, ENI-Sasol vuole iniziare quella che chiamano Operazione Phakisa, per il recupero dell'equivalente di circa 11 miliardi di barili di gas e 9 di petrolio, nella Exclusive Economic Zone, zona marina di solo interesse del Sud Africa.

Il progetto riguarda circa 4mila chilometri quadrati di mare e prevede la bellezza di 30 pozzi esplorativi di petrolio e gas in dieci anni.  Per i primi sei ci sono gia' progetti concreti. Oltre alle trivelle una serie di oleodotti a collegare il Sud Africa con il vicino Mozambico dove gia' bucano - ed inquinano. Le trivelle raggiungeranno profondita' che variano dai 3,800 ai 4,800 metri, cioe' fino a quasi 5 chilometri sotto la crosta terrestre.

Tutta salute eh?

La gente ovviamente ha gia' iniziato a protestare contro l'ENI a Durban, ad Austerville, e altre citta' della costa sud-africana.

La cosa buffa o triste e' che ci sono gia' in giro adesivi e cartelli con la scritta... ‘Go back to Italy’ o ‘No oil drilling in our waters.’

Cioe' come quando noi ce la prendiamo con gli inglesi o con gli australiani che vogliono venire a trivellare in Italia!

Come sempre, l'ENI si deve sempre fare riconoscere: e infatti vorrebbero che l'operazione Phakisa possa essere approvata con canali preferenziali -- leggi, piu' velocemente e senza troppe valutazioni ambientali e con incontri-truffa con i cittadini.

L'idea del governo Sud-Africano e' di sfruttare il gas per "diversificare" la produzione di energia del paese, dove il carbone ancora rappresenta i 2/3 della produzione energetica. Ma giacche' ci stiamo, aggiungiamoci pure un po di petrolio!

Magari a chi non sa niente di ENI e che crede alla favola del "gas, idrocarburo di transizione" pare anche una buona idea, ma... perche' non passare direttamente al sole, al vento?

Perche' trivellare il mare? Non sanno in Sud Africa che l'ENI portera' loro solo inquinamento e distruggera' la bellezza locale? Non sanno di tutto lo schifo che l'ENI ha fatto non solo in Nigeria, o in Ecuador, ma proprio in Italia, il suo stesso paese? Corruzione, bugie, minacce a chi osava scrivere blog contro di loro?

Ma la gente appunto non e' scema, neanche in Sud Africa, e ci sono gia' proteste di ricercatori marini, ma anche di gente normale che e' preoccupata dell'apporto di queste nuove fonti fossili ai cambiamenti climatici e degli impatti alla vita marina. Il suggerimenti e' di lasciare il petrolio e il gas dove madre natura li ha messi: sottoterra.

L'ENI, chissa' forse memore del fatto che la gente possa rivoltarglisi contro, come successo in Italia, in Portogallo di recente, ha organizzato i suoi meeting con i residenti.

In questo caso, a Durban hanno mandato i suoi esperti ambientali per discutere una bozza della loro valutazione di impatto ambientale: trivelle per petrolio e gas.

E' stato un pandemonio!

E come poteva essere altrimenti quando appunto la gente non e' scema come l'ENI crede! Quello che hanno fatto e' stato di appendere dei poster in inglese senza alcuna presentazione nella lingua dei locali, il Zulu. Uno doveva scrivere i suoi commenti (in inglese) con dei post-it ai poster!

Poi quelli dell'ENI avrebbero solo risposto alle domande dai post-it.
Si erano pero' portati i traduttori.

Non c'era nessun posto in cui sedersi, e molti dei partecipanti hanno detto che si trattava di una farsa.
Uno dei biologi marini voleva sentire in dettaglio, e commentare,  l'impatto ambientale sulla vita marina.  Infatti viene fuori che in zona ci sono specie protette e a rischio di estinzione; ci sono timori che perdite possano compromettere la qualita' del plankton, che e' alla base dell'industria locale di pesca, e dell'industria delle sardine, nonche' del turismo.

E ovviamente la solita domanda: cui prodest? Non certo ai Sud Africani!

Dal canto suo l'ENI ripete in Sud Africa le stesse balle che ripete in Italia: che possibili incidenti marini avranno impatti lievi, nulli e trascurabili.  Come sempre, trivelleranno fino a cinque chilometri e vogliono farci credere che sara' tutto fatto con l'acqua di rose!

Nel loro caso hanno detto che le correnti marine faranno si che non ci sara' in caso d'inquinamento, che gli impatti dei fanghi e dei fluidi di perforazione sara' moderato, e "pienamente reversibile".

Se tutto suona familiare e' perche' lo e'.

L'ENI in Italia la conosciamo bene - cari amici di Durban: non credeteci neanche per un minuto alle balle che vi propinano! E' solo il vile denaro che gli interessa ai signori dell'ENI che hanno in corso procedimenti su procedimenti criminali.

Di reversibile per la cittadinanza, che siano italiani, portoghesi, nigeriani o sud africani, non c'e' niente.  Cacciateli via con tutto l'ardore che avete.





Posted by maria rita at 8:56 PM No comments:
Labels: airgun, Ambiente, correnti, Durban, ENI, KwaZulu Natal, marine, Petrolio, Phakisa, Port Shepstone, Richard Bay, Sud Africa, trivelle

Sunday, August 5, 2018

Svezia: le fiamme dei cambiamenti climatici incendiano l'Artico










La cittadina di Jokkmokk in Lapponia e' in cima alla Svezia, ai confini con il circolo polare Artico.
Ha 3,100 residenti. 

E' estate, anche qui e che estate.

Le foreste sono arse, gli scorsi due mesi sono stati caldi, secchi, e tutta l'area pare un campo di battaglia.

Non ci sono abituati qui.

Di solito il reparto incendi ha solo tre impiegati a tempo pieno un gruppo di volontari. Di solito si occupano di incidenti stradali, o di corto circuiti. Qualche volta d'estate ci sono problemi di barbeque o di fulmini.

Non quest'anno.

Quest'anno i tre impiegati e tutti i volontari e i turisti messi assieme poco hanno potuto fare contro gli otto incendi in dodici giorni che hanno divorato le foreste boreali della Lapponia. Fumo e fiammate dappertutto. Pioggia neanche a sognarla. Renne confuse e morte. Hanno dovuto chiamare rinforzi dalle cittadine confinanti, membri dell'esercito. Sono arrivati elicotteri, bulldozer, scavatori.

In alcuni giorni ci sono state 130 persone all'opera.

Il capo della stazione si chiama Gunnar Lundström, dice di non ricordare mai una estate cosi problematica, con temperature sopra i 30 gradi centigradi. E' stato sveglio anche per 43 ore a cercare di capire come tenere la situazione sotto controllo. In un giorno hanno contato 44 incendi.  Hanno dovuto evacuare i residenti e sono stati vietati barbeque.

E' la stessa storia che si ripete, mutatis mutandis in Africa, in Siberia, California in Grecia, in Giappone, in Georgia. Ed il titolo della storia e': cambiamenti climatici. Il sottotitolo e': tutti noi.

Un tempo l'Artico era considerato una specie di roccaforte del clima: cioe' mai si sarebbe pensato che le temperature estreme avrebbero potuto interessare il Circolo Polare Artico.  Non e' cosi. Gli incendi divorano parti della Siberia, Groelandia, Norvegia.  Quest' ultima quest'anno ha visto tre volte gli incendi del 2017.

In Svezia in totale, ci sono stati giorni con fino a 70 incendi ciascuno, da nord a sud del paese. Ci sono state evacuazioni e richieste d'aiuto da altri paesi membri dell'UE. Sono arrivati aiuti dalla Francia che ha mandato soldati, dall'Italia 13 persone e Canadair, veivoli che mandano giu' acqua. Danimarca, Norvegia ed Estonia hanno mandato pompieri e materiale logistico. Aiuti e personale sono arrivati anche da Germania e Portogallo. La Turchia aveva promesso aiuti anche lei, ma a causa di condizioni meterologiche non favorevoli non sono potuti partire.

E' troppo presto per fare il conto dei danni, sia ecologici che economici, ma tutti puntano le dita verso i cambiamenti climatici. Mai si era vista una estate cosi in Svezia. Foreste perse, cibo per animali perso. E ne soffrira' per esempio l'industria del legno, inclusa l'IKEA.

Ci vorra' tempo. Le foreste impiegano 40-50 anni per crescere.

Perche' succede questo?

Gli scienziati dicono che le temperature sempre maggiori causano maggiore presenza in atmosfera di correnti calde, energetiche. Il loro impatto con le correnti piu' fredde porta a scariche elettriche, a fulmini e a incendi.

Finamente il giorno 30 Luglio e' arrivata la pioggia

In totale sono andati persi 19mila ettari.

Stanno ancora contando.





Posted by maria rita at 10:09 AM No comments:
Labels: artico, atmosfera, cambiamenti, cambiamenti climatici, Canadair, correnti, estate, ettari, foreste, fulmini, incendi, siberia, svezia

Wednesday, November 22, 2017

La plastica nelle viscere dell'Artico









"Our data demonstrate that the marine plastic pollution has reached a global scale after only a few decades using plastic materials. It is a clear evidence of the human capacity to change our planet. This plastic accumulation is likely to grow further.”

Andrés Cózar Cabañas, Universita' di Cádiz, biologo


Se uno pensa all'Artico, pensa a una distesa di bianco, con magari il blu del mare, un orso polare che goffamente si incammina verso l'acqua, o qualche igloo.

Nessuno pensa alla plastica.

E invece, testimonianza ulteriore che l'inquinamento da plastica e' ormai ovunque, si trovano pezzi di plastica galleggianti anche nei mari dell'oceano Artico, a meno di duemila chilometri dal polo nord,
e in aree che fino a pochi anni fa non potevano essere raggiunte a causa degli enormi ghiacciai.

Come ci e' arrivata questa monnezza in Artico?

Facile: i nostri fiumi, piu o meno inquinati, riversano plastica a mare. Questa plastica pian piano si diffonde in tutti i nostri mari e negli oceani di tutto il mondo. Ed arriva anche in Artico. Ma qui, una volta arrivata, la plastica si "congela" nei ghiacci della zona e puo' restarci per decenni. Finche' non arrivano i cambiamenti climatici a sciogliere parti delle nevi perenni e a rimettere in circolazione la plastica magari di tanti anni fa.

E cosi l'Artico diventa un accumulatore di monnezza.

E' la prima volta che interi pezzi di plastica sono visibili in Artico. E questo perche' prima era tutto ghiacciato, coperto dalle nevi, e la navigazione difficile. E adesso che questi ghiacciai iniziano a sciogliersi, ecco che dall'Artico arrivano pezzi di polistirolo e monnezza di vario di genere in bella vista. A testimoniare il tutto e' un articolo pubblicato da Science Advances in cui si dice chiaramente che l'Artico e' una sorta di dead-end della plastica.

Una volta arrivata qui la plastica, non se ne va piu.  Nessuno sa esattamente quanta plastica ci sia, ma si calcola che potrebbero esserci 300 miliardi di pezzi, e che l'Artico potrebbe essere un concentrato ancora peggiore del Great Pacific Garbage Patch scoperto qualche anno fa.

Come sempre, e' tutto non-biodegradabile e chissa' da quanti anni questa roba era li, nascosta enl ghiaccio, chissa' quanta altra ce n'e', e chissa' fino a quando resteranno queste traccie della nostra "civilizzazione" in Artico. Come sempre, questi pezzi di plastica non riguardano solo l'Artico, i suoi orsi polari, le sue foche, le sue balene, ma noi tutti, perche' la microplastica che ne deriva viene mangiata dai pesci entrando cosi nella catena alimentare, prima localmente e poi in modo globale, ed in ultima analisi nei nostri corpi.

La cosa triste e' che la situazione peggiorera': con lo scioglersi dei ghiacciai, arriveranno i pescherecci, le navi, il petrolio, e infrastruttura pesante di vario genere. Il fatto che la neve rilasci la plastica che ci si era accumulata dentro ha altri risvolti negativi: gli animali che non sanno di meglio possono morire mangiandola, o rimanendone intrappolati dentro.


Pezzi di plastica sono visibili anche da isole varie dell'Artico, per esempio le isole dell'arcipelago di Svalbard (Norvergia) e l'isola di Jan Mayen (Norvegia) hanno le spiagge con vari residui di plastica che arriva, molto probabilmente, dall'Europa e dal Nord America. I tempi di "navigazione" variano, ma per arrivare dal Regno Unito a queste isole si calcola che che ci vogliono circa due anni.

Le isole dell'arcipleago di Svalbarg sono state studiate a fondo negli scorsi mesi. Qui un gruppo di scienziati olandesi della Wageningen Economic Research  Institute hanno raccattato 876 pezzi di monnezza lungo 100 metri di costa. Sull'isola di Jan Mayen ne hanno invece trovato 575. 

Questi quantitativi sono piu' che la media sulle spiagge europee piu' a sud, proprio a causa del congelamento della plastica nelle nevi e delle correnti che fanno si che queste sostanze una volta arrivate in Artico, in Artico restano, congelate o non congelate.

Non si sa esattamente da dove arrivi la monnezza, anche se si pensa che possa essere di origine europea e/o nordamericana. Molta della plastica infatti era troppo consumata per capire da dove venisse. Una parte erano residui di materiale da pesca, come reti o scotch per fissare le scatole del pescato suo pescherecchi.  Circa l'8% erano tappi di bottiglie. 

Quanta plastica viene riversata a mare?

L'equivalente di un camion ogni santo minuto, ogni santo giorno per un totale di 12 milioni di tonnellate l'anno.

Come proteggere l'Artico?

Come proteggerlo dalla monnezza e dall'inquinamento che l'uomo portera' con se?

E tutta questa plastica nascosta nei ghiacci, una volta sciolti i ghiacci, chi li recuperera' per toglierli dalla circolazione?

Come proteggere l'uomo da se stesso?


Posted by maria rita at 11:55 PM No comments:
Labels: alimentare, artico, camion, catena, correnti, ghiacciai, monnezza, norvegia, pesci, plastica, Svalbarg
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Raton Basin, Colorado
Timpson, Texas
Caviaga, Italia
Basilea, Svizzera
Valencia, Spagna
Scientific American, 2012
USGS, 2012
Science, 2013

Forest Oil, Bomba

Giorgio Mazzenga, il capo
La figuraccia dei Texani
Incontro Forest Oil - Bomba
La posizione della provincia di Chieti
La Forest Oil e il ranch radioattivo
La Forest Oil e i 5 giorni di gas
Gli eredi di John Fante per Bomba
Le bugie di Uberto Crescenti
L'ignaro Eugenio Caporrella
L'ignaro Eugenio Caporrella - part 2
L'ignaro Eugenio Caporrella - part 3
E Bomba?
Lettera al Denver Post
Osservazioni per Bomba
L'arrivo della Forest Oil - 2009
Coscienza civile

Petrolieri? Non crediamoci

Petrolieri? Non crediamoci
28 Agosto 2010

Le ragioni degli abruzzesi

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8 Agosto 2010

Le "ragioni" dei petrolieri

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3 Agosto 2010

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Fracking su Report

Puntata del 12 Maggio di Roberto Pozzan

Le ultime dal governo sulle trivelle

Commissione idrocarburi e risorse minerarie

Disastri in mare

Montara, Australia 2009 1
Montara, Australia 2009 2
Piper Alpha, UK 1988
Paguro, Ravenna, 1965
Santa Barbara, California 1969
Exxon-Valdez, Alaska 1989 1
Prestige, Galizia 2002
Bohai Bai, Cina 2011
Campos Basin, Brasile 2011 1
Campos Basin, Brasile 2011 2

The First Amendment to the Constitution of the United States of America

Questo blog rappresenta mie opinioni personali. Viene scritto negli USA, dove il primo emendamento alla costituzione recita:

CONGRESS SHALL MAKE NO LAW RESPECTING AN ESTABLISHMENT OF RELIGION, OR PROHIBITING THE FREE EXERCIZE THEREOF; OR ABRIDGING THE FREEDOM OF SPEECH, OR OF THE PRESS; OR THE RIGHT OF THE PEOPLE PEACEABLY TO ASSEMBLE, AND TO PETITION THE GOVERNMENT FOR A REDRESS OF GRIEVANCES.

December 15, 1791