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Sunday, October 25, 2015

Arabia Saudia: incendi, debiti e fine dei petrodollari



Eccoci alla resa dei conti: l'Arabia Saudita, il principale esporatatore di petrolio del mondo, annuncia di avere quasi cento miliardi di dollari di debito.

Gia' il Fondo Monetario internazionale aveva avvertito in Ottobre che senza interventi e cambiamenti, il paese sarebbe andato in bancarotta. E infatti, oggi 28 Dicembre 2015, il re Salman annuncia che l'economia per forza di cose dovra' diversificare e cambiare i suoi programmi di sviluppo e di investimento.

98 miliardi di dollari sono il 15% del prodotto interno lordo del paese.  Per il 2016 prevedono di tagliare le spese, specie in vista del massiccio calo del prezzo del petrolio: nel 2015 il prezzo medio era di 54 dollari a barile, adesso siamo a 37.

Dimiuiranno i sussidi statali, per acqua, elettricita' e benzina, cosa che potrebbe essere politicamente difficile: la gente e' abitutata alla bonanza e allo spreco infatti. Ci saranno privatizzazioni e progetti per usare piu energia rinnovabile e per la conservazione di risorse naturali. Aumenteranno anche le tasse, specie su bevande e su tabacco.

Ah il petrolio - il sole invece e' gratis e non ci sono eventi politici, battaglie di prezzo a cambiarne la luminosita' e il potenziale.

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Nulla e' eterno, neppure i petrodollari.

Secondo un rapporto del Fondo Internazionale Monetario, se i prezzi del petrolio restano cosi bassi, l'Arabia Saudita restera' a secco di denaro fra cinque anni. E come l'Arabia Saudia, la maggioranza dei paesi OPEC, fra cui Oman e Bahrain.

Gia' quest'anno sono andati in fumo 360 miliardi di dollari del Medio Oriente, cioe' quasi 400 mila milioni di euro.

Quelli che erano suprlus, sono ora debiti e occorre cambiare prioirta' nello spendere. Allo stesso tempo crescono i dissensi interni, la violenza e pure i mercati finanziari altalenano, ed e' tutto confuso.

Secondo l'FMI,  all'Arabia Saudita, il principale produttore mondiale di petrolio, servono prezzi di petrolio di circa $106 al barile per poter guadagnarci. E visto che adesso siamo attorno a $45, invece che guadagnare ci si perde. Nessun problema se il prezzo resta cosi basso per poco, visto che il paese ha 700 miliardi di dollari di liquidita', ma se invece continua cosi',  fra cinque anni, sempre secondo il FMI, i "risparmi" nazionalisi prosciugheranno.

E questo lo sanno benissimo anche in Arabia Saudita, dove hanno gia' venduto 4 miliardi di obbligazioni e dove il deficit quest'anno aumentera' del 20%.  Tagli sono necessari ma non si sa dove farli: non certo ai programmi di assistenza sociale o militari perche' hanno paura delle primavere arabe.   Il governo sta vagliando.

Per l'Iran la quota di sopravvivenza e' di $72 al barile, mentre va meglio al Kuwait, al Qatar agli Emirati Arabi che hanno diversificato, per quanto possibile, le loro economie.  Ad esempio, al Kuwait bastano $49 al barile per segnare conti in attivo, e al Qatar $56. Per gli Emirati la cifra e' di $73. A differenza dell'Arabia Saudita, e grazie alle minor popolazioni, i risparmi di queste nazioni basteranno loro per venticinque-trent'anni.
 

Thursday, October 22, 2015

Altro airgun, altri 620kmq di mare regalato alla Shell nel golfo di Taranto

D 74 FR SH -- Shell, 620kmq
Approvata 13 Ottobre 2015

 d 73 FR SH -- Shell, 730kmq
Approvata 13 Ottobre 2015




Restano in bilico queste altre
della Global Petroleum
e della Global Med

qui e' tutto global :) 


 d 80 FR GP -- Global Petroleum, 745kmq
 In fieri


d 81 FR GP -- Global Petroleum, 750kmq
 In fieri



d 82 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq
 In fieri

 
d 83 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq
 In fieri



d 85 FR GP -- Global Med 748kmq
 In fieri

d 86 FR GP -- Global Med 748kmq
 In fieri

d 87 FR GP -- Global Med 737kmq
 In fieri

d 89 FR GP -- Global Med 745kmq
 In fieri

d 89 FR GP -- Global Med 749kmq
 In fieri

Possono bastare? 


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Dopo la d 73 FR SH, concessione di 720kmq di cui abbiamo parlato ieri, i nostri ministeri del turismo e dell'ambiente, approvano anche il d 74 FR SH, sempre della Shell, e di circa 620kmq.

Fanno un totale, per ora,  di circa 1350 kmq regalati alla Shell.

Anche qui ispezioni sismiche in 3D, anche qui le regioni coinvolte sono Basilicata e Calabria, anche qui le province sono Crotone, Cosenza e Matera con i comuni di

Corigliano Calabro, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Albidona, Rossano, Ciro' Marina, Crucoli, Rotondella, Rocca Imperiale, Cariati, Pietrapaola, Crosia, Scanzano Jonico, Nova Siri, Cassano all'Ionio, Policoro, Ciro', Scala Coeli, Mandatoriccio, Trebisacce, Villapiana, Amendolara.

Ovviamente anche qui, come sempre, tuttapposto. 

Come prima, voglio adesso vedere cosa dice e cosa fara' l'amico Marcello Pittella, capofila italiano del no alle trivelle in mare.

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Questa e' la versione pubblicata sul Fatto Quotidiano:



Eccoci. Una dopo l'altra arrivano le approvazioni di nuove concessioni petrolifere nel mar Ionio, fra Calabria, Basilicata e Puglia.

Le prime ad essere approvate sono a favore della Shell, che dopo essersi ritirata in quattro e quatt'otto dall'Artico, adesso trova i piu' ospitali mari italiani, con una accoglienza a braccia aperte. Si tratta delle due concessioni d73 FR SH e d74 FR SH, entrambe fra le province di Cosenza, Matera e Crotone. La prima si estende per 730 chilometri quadrati, la seconda per 620. E cioe' regaliamo alla Shell 1350 chilometri quadrati di mare.

E anche se non sembra, ad approvare il tutto non e' il Ministero del Petrolio, ma quelli del Turismo e dell'Ambiente d'Italia.

Verranno qui eseguite ispezioni sismiche con tecniche airgun, che offriranno una immagine in 3D di eventuali giacimenti petroliferi. Gli studi sismici -- ripetuti violenti spari di aria compressa intervallati di 10-15 secondi -- dureranno per circa sei settimane. Il decreto che approva l'airgun nel golfo di Taranto ricorda che e' tutto "temporaneo" e che non verranno realizzate "opere permanenti" in mare o in terra. E quindi, come sempre, tuttapposto.

Ma a chi vogliono darla a bere. La Shell non fa ispezioni sismiche perche' vuole regalare immagini scintillanti dei fondali marini al governo italiano. La Shell fa ispezioni sismiche perche' vuole trivellare, e l'airgun e' solo il primo passo verso i loro scellerati progetti.

La concessione d74 FR SH sara' a 6 miglia da riva e a un miglio da un sito di importanza comunitario, il SIC 9310053 detto "Secca di Amandolara", ma questo non importa perche' secondo la "Commissione Tecnica di Verifica" sulla VIA della Shell non "emergono incidenze negative".  Poi pero' si ricorda che la stessa Commissione ha imposto una "fascia di rispetto di 12 miglia" dal "perimetro esterno di tutte le aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette".

Non e' ben chiaro come il miglio di distanza dall'area protetta possa essere compatibile con la fascia delle dodici miglia. Mistero dei ministeri.

Oltre al SIC di cui sopra, c'e' n'e' un altro, il SIC IT 9310048 detto "Fondali Crosia-Pietrapaola-Cariati", a sei miglia dalla stessa concessione d74 FR SH. La d73 FR SH invece e' piu' a largo.

La Regione Puglia e Basilicata hanno espresso parere negativo su entrambe le concessioni. Della regione Calabria non c'e' traccia. Ad ogni modo, nonostante il parere negativo di ben due regioni,
ci sono state delle "controdeduzioni" che hanno portato a soprassedere il parere delle regioni interessate. Come dire: ne sa di piu' un Ministero di Roma o la Shell che le regioni Puglia e Basilicata delle criticita' dei mari e dei sogni e delle aspirazioni del popolo di Puglia e Basilicata. Non molto democratico, no?

E poi, non ho capito perche', come sempre, ai petrolieri sia stato concesso di fare controdeduzioni. Non e' una partita alla pari quella in cui i petrolieri hanno la prima e l'ultima parola. Perche' Puglia e Basilicata non hanno potuto fare contro-controsservazioni? Se ai petrolieri sono concessi due interventi, perche' ai cittadini e alle regioni no?  L'avro' detto milioni di volte. In un sistema democratico, uno fa la proposta e l'altro fa le osservazioni e poi si decide. E poi basta. A one shot game. Non che ad alcuni e' concesso di rispondere ad infinitum ed ad altri no.

Ci sono delle ridicole prescrizioni -- presentazioni di scartoffie varie, la presenza di osservatori marini che devono presentare il loro curriculum, la compilazione di un rapporto in italiano con elencate tutte le specie marine che si sono incontrate in mare con ora, temperatura, numero di esemplari, il fermo in caso siano avvistati mammiferi, ed evitare che le tartarughe marine Caretta Caretta possano intrappolarsi nelle apparecchiature di rilievo sismico.  Ma veramente quelli del Ministero credono che i petrolieri faranno tutte queste cose?  E chi controllera' il tutto? Altro mistero. 

Ma due sono le cose che piu' mi fanno pensare:

Intanto, devono eseguire l'airgun fuori dal periodo di deposito delle uova, della riproduzione e del reclutamento delle principali specie ittiche commerciali. E quindi, lo sanno anche loro che questo puo' incidere sulla pesca. 

E soprattutto, noto che in tutte queste labirintine prescrizioni, non viene stabilita la potenza massima utlizzabile. Certo, nessuno lo sapra' cosa fanno in mare aperto, ma almeno a dire: oltre alla potenza X non puoi andare. No. Dicono solo che si deve usare "la minor potenza acustica necessaria". Cioe' sparate quanto piu' potete basta che sia, secondo voi, necessario.

Interessante che la Basilicata abbia espresso parere negativo e che anzi, il governatore lucano, Marcello Pittella, del PD, sia anche il capofila, addirittura, delle regioni referendarie. 

Cosa fara' adesso Marcello Pittella?

Gridera' allo scandalo? Andra' su tutte le televisioni di Basilicata e d'Italia a dire che e' inaccettabile che il governo, PD o non PD, prenda decisoni cosi contrarie alla volonta' sua e della sua regione? O semplicemente fara' finta di niente, e restera' in un salomonico silenzio finche' tutto l'approvabile sia stato approvato, ispezionato, trivellato.




















 

Wednesday, October 21, 2015

Approvato airgun nel golfo di Taranto - 740kmq di mare regalati alla Shell





Presto nel golfo di Taranto fra Basilicata e Calabria appariranno le navi airgun per ricerca di giacimenti petroliferi e di gas. Siamo nel mar Ionio, fra le province di Crotone, Cosenza e Matera e l'istanza si chiama d 73 FR SH.

Titolare della concessione la Shell, che reduce dalle sconfitte in Artico, arriva ora nei mari italiani con una concessione di 740kmq. I comuni interessati sono Corigliano Calabro, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Albidona, Rossano, Ciro' Marina, Crucoli, Rotondella, Rocca Imperiale, Cariati, Pietrapaola, Crosia, Scanzano Jonico, Nova Siri, Cassano all'Ionio, Policoro, Ciro', Scala Coeli, Mandatoriccio, Trebisacce, Villapiana, Amendolara.

La profondita' del mare nella concessione in esame varia dai 600 ai 1600 metri. Il tutto durera' sei settimane e verranno acquisite 730km2 di linee sismiche.  Si tratta di ispezioni 3D, che sono piu' invasive di quelle a 2D (mi raccomando ora tutti a ricopiare!)

Come sempre, e' tuttapposto, lieve, trascurabile. 

Ad approvare tutto un Decreto del Ministero dell'Ambiente, assieme al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Dicono: 

-- A dodici miglia c'e' una Zona Speciale Protetta, detta "Alto Ionio Cosentino" -- e non ci saranno effetti negativi.

-- La regione Puglia e Basilicata hanno espresso parere negativo. Ma che importa, approvano lo stesso!

-- Devono fare il tutto fuori dal periodo di deposito delle uova, riproduzione e reclutamento delle principali specie ittiche commerciali. Tradotto: lo sanno anche loro che questo puo' incidere sulla pesca ma che importa!

-- Portrebbero esserci varie campagne in parallelo, della Shell e di altre ditte petrolifere, e quindi e' bene coordinare con l'ISPRA in modo che le varie operazioni non si sovrappongano. Ma... quante ditte diverse ci vogliono?

-- Si devono portare appresso gli "osservatori marini", "team leader" con corriculum approvato. Devono scrivere un rapporto in italiano e un sacco di altre prescizioni che fanno ridere.  Eh si!

Ma la cosa piu' assurda che in tutte queste labirintine prescrizioni, non viene stabilita la potenza massima utlizzabile. Certo, nessuno lo sapra' cosa fanno in mare aperto, ma almeno a dire: oltre X non puoi andare. No. Dicono solo che si deve usare "la minor potenza acustica necessaria". Cioe' sparate quanto piu' potete basta che e', secondo voi, necessario.

Tutto questo non e' firmato da un ministero del petrolio. E' firmato dal ministero dell'ambiente e da quello del turismo. Che evidentemente non sanno niente ne di ambiente ne di turismo, altrimenti il mare lo proteggerebbero invece che darlo in pasto alla Shell. E nota che lo scopo della Shell, alla fine, e' di trivellare e di far soldi, non certo di conoscere la geologia del mare Ionio. A quelli, seduti nelle sedie comode di Rotterdam e di Londra, non gliene puo' importare un fico secco del mar Ionio.

La mia domanda e' la stessa che feci a D'Alfonso per l'Abruzzo. Il gran salvatore della patria Marcello Pittella, che in teoria dice no alle trivelle in mare, che e' il capofila delle regioni refendarie, cosa fara' adesso?

Gridera' allo scandalo? Andra' su tutte le televisioni di Basilicata e d'Italia a dire che e' inaccettabile che il governo prenda decisoni cosi contrarie alla volonta' popolare? O semplicemente questa dei referendum per Pittella e' l'ennesima foglia di fico dietro cui nascondersi, mentre nel frattempo tutto l'approvabile e' stato gia' approvato e ispezionato e trivellato?





Monday, October 19, 2015

Nuovi incidenti da FPSO e da piattaforme a mare e in terra






La Petrobras da il ferma alla sua FPSO nel campo Albacora detto P31 a causa di perdite di petrolio e di gas in mare.  Per la seconda volta in otto giorni la FPSO ha riportato avarie, e infatti gia' il giorno 11 Gennaio la FPSO si era fermata a causa di perdite e di puzze.

Il sindacato dei lavoratori Federação Única dos Petroleiros (FUP) dice che e' proprio come nel Febbraio 2015 quando nove persone morirono su un altra FPSO, la Cidade de São Mateus, dove rimasero ferite altre 26 persone.

Secondo il FUP, la Petrobras ha cercato di minimizzare gli incidenti, non menzionando la presenza di gas, che e' il piu' pericoloso perche' il piu' esplosivo. Parlavano solo di "acqua e di petrolio".  Allora!

Il campo Albacora esiste dal 1988 e la FPSO e' qui a 330 metri di profondita. Tiene nella pancia un milione di barili di petrolio. 















** E oggi anche un morto nel golfo del Messico
la piattaforma era a 200 miglia da riva a 1.5 km di profondita' **

Un incidente presso la FPSO Terra Nova in Canada ha rilasciato circa 3000 litri di metanolo CH3OH nell'oceano. E' scattato l'allarme e c'e' stato anche un piccolo incendio a causa di "sbalzi di pressione" in vari macchinari che regolavano il funzionamento della FPSO.

Questa Terra Nova e' una fra le piu' grandi del mondo: 18 piani di altezza, grande come tre campi di calcio, 120 persone a bordo e puo' stoccare fino a 960mila barili di petrolio.

Cos'e' il metanolo? 

Methanol has a high toxicity in humans. Puo' causare cecita', distruzione del nervo ottico, danni al sistema nervoso, mal di testa, nausea, confusione e storidimento. A dosi sufficentemente elevate e' fatale.

Passiamo alla civilissima Norvegia: secondo la Statoil  250 barili di petrolio sono finiti in mare dalle operazioni di carico e scarico dalle piattaforme nella concessione Statfjord. La Statoil dice che e' tutto sotto controllo.

E infine lo scoppio di un pozzo nel Bakken Shale del North Dakota, che da Sabato continua a rilasciare monnezza nei pressi della localita' White Earth. 8200 barili di petrolio piu' 300 da un sito nelle vicinanze. Molta della monnezza e' finita nel White Earth River, che tanto white non e' piu'.

L'incidente e' dovuto alle operazioni di fracturing in un pozzo, che hanno fatto scoppiare quello che gli era vicino.  Tutto il circondario ha sentito gli scoppi. 

Nuovo giorno, nuova corsa. 








Sunday, October 18, 2015

L'Amazzonia in vendita al miglior trivellatore -- una storia a lieto fine

28 Novembre 2016 




In un altra vittoria finale, lo stato del Parana' in Brasile ha votato per fermare il fracking per almeno dieci anni.


Bravi tutti quelli che hanno lottato dal basso,
per anni.


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20 Dicembre 2015



Nao Fracking Brasil 

















Di questa storia avevamo parlato ad Ottobre, senza sapere come sarebbe andata a finire. E' la storia di un altro piccolo Davide che lotta contro un enorme Goila, di una comunita' che, contro ogni previsione, riesce a spuntarla contro i petrol-egoisti. Si svolge in Brasile e ha per protagonisti gli indigeni della Valle dello Jurua' che lottavano contro qualcosa di molto piu' grande di loro: le trivelle nella loro foresta. Restano qui le ultime tribu' di persone mai contattate dal mondo moderno, lontane anni luce da quella che noi definiamo civilta'.

Era una lotta quasi senza speranza: il governo del Brasile vendeva concessioni petrolifere in questa valle sospesa fra gli stati di Acre e di Parana, con fracking e senza fracking come se fossero caramelle, senza transparenza e mentendo su cosa esattamente avrebbero fatto in queste concessioni.

Si formano piccole organizzazioni locali, se ne creano di piu' grandi e si raggruppano sotto il nome Nao Fracking Brasil-COESUS (No Fracking Brazil Coalition), guidati da Juliano Bueno de Araujo. Arrivano anche i volontari di 350.org di Bill Kibben e il Conselho Indigenista Missionario (CIMI) del Brasile. Assieme si organizzano, preparano manifestazioni, si fanno intervistare alla radio e alla televisione, creano eventi informativi.  Si cerca di sensibilizzare tutti, che nella giungla non e' facile. Ma sono agguerriti.

Fu cosi' che l'Agenzia Nazionale del Petrolio del Brasile detta ANP il giorno della vendita all'asta di varie concessioni il giorno 9 Ottobre 2015 si ritrovo' sommersa da indigeni, capi tribu, ambientalisti e gringo. Tutti ad esigere spiegazioni e che la loro voce fosse ascoltata. Tutti a voler salvare la foresta. Erano presenti petrolieri ed agenzia di stampa internazionali.

A loro Araujo ricordo' che "Qualsiasi tipo di esplorazione mineraria nella regione avrà un impatto grave e irreversibile su tutte le forme di vita della foresta, sui popoli indigeni, sulle zone costiere e urbane. Non ci fermeremo fino a quando non saranno cancellati tutti gli atti nocivi dell'ANP contro il popolo brasiliano, atti che comprometteranno le nostre forniture di acqua, la nostra agricoltura, la nostra cultura."

Presentano documenti e evidenza di quel che dicono, e chiedono alla corte di fermare la Petrobras nell'assegnazione di queste concessioni. Da un lato associazioni e indigeni dall'altro colossi governativi: il governo federale brasiliano, l'istituto dell'ambiente del Brasile, l'ANP e Petrobras,
tutti d'accordo sul trivellare la foresta. Contro ogni speranza, dopo due mesi, il 16 Dicembre 2015 un giudice del tribunale federale della citta' di Cruzeiro do Sul,  Giovanni Paolo Moretti de Souza, decide senza petrol-pieta' la sospensione la cancellazione di tutte le attivita' petrolifere, con e senza fracking.  Tutte le concessioni gia' date vengono revocate. E' vietato assegnarne di nuove, ed e' anche vietato sorvolare le zona con elicotteri allo scopo di petrol-perlustrare la Valle dello Jurua.  Il giudice parla di gravi illegalita' nell'assegnazione dei permessi, sia da un punto di vista ambientale che sociale. Parla di rischi enormi per l'acqua,  la fauna, la flora, e anche per la vita umana, per la vita quotidiana della gente per il possibile aumento di difetti di nascita.  

Hanno vinto loro, gli indigeni.  

La Petrobras ha avuto dieci giorni di tempo per sospendere tutte le compravendite, e per ogni giorno di ritardo avrebbero dovuto pagare 25 mila dollari. 

Araujo commenta cosi: "Si tratta di una vittoria della vita, della natura e degli uomini di buon senso e di buona volonta' di questo paese". 

Amen, e che ce ne siano tante altre a venire.


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E così il Brasile vende, o cerca di vendere, l’Amazzonia ai petrolieri. Si tratta di 266 concessioni di shale gas in sedici stati del Paese, per la maggior parte nella foresta in cui vivono tribù indigene. Nella lista dei possibili acquirenti Bp, Shell, ExxonMobil Rosneft, Petrobras, Statoil, Premier Oil, Gdf Suez, Total, Anadarko ed altre, per un totale di 37 ditte da 17 paesi.

Fra le località più delicate la Valle del Juruà, il parco Serra do Divisor e la Valle del Javari, tra Bolivia, Peru e Brasile dove vari gruppi indigeni sono approdati da altre parti del Paese dopo essere stati oggetto di violenza da parte di trafficanti di droga, disboscatori e petrolieri in anni passati. Non trovano pace neanche qui. Oltre a loro, si stima che fra queste concessioni vivano circa settantasette gruppi che non hanno mai avuto contatto con il mondo esterno.
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Le 266 concessioni riguardano non solo la foresta che ospita queste comunità indigene, ma anche vari acquiferi sotterranei, aree di produzione agricola e zone di mare note per le migrazioni e la sosta di balene. Ma un gruppo di attivisti detto Coalizão Não Fracking Brasil (Coesus) non ci sta. Chiede che le comunità indigene siano lasciate libere dal fracking. La foresta – con i suoi ritmi, e i suoi tempi – è la vita per queste persone e contaminarne l’acqua e le risorse basilari con sostanze tossiche ed inquinanti significherebbe di fatto la loro decimazione. Fanno parte di Coesus un folto numero di biologi, geologi, ambientalisti, e scienziati.


Per creare maggiore sensibilizzazione, i membri di Coesus fanno viaggi lunghissimi nella foresta per arrivare al parco Serra do Divisor e per parlare con i rappresentanti delle comunità Nawa, Nukini e Puyanawa già esposte al mondo “occidentale” per spiergargli il fracking. I capi tribu dopo lo stupore inziale, si dicono – ovviamente – contrari al fracking e pian piano inizia anche il loro attivismo. Chiedono ai governanti centrali di essere lasciati in santa pace. I movimenti crescono.

I Puyanawa e i Nukini hanno già avuto esperienza con l’uomo bianco: verso la fine del 1800 erano arrivati i tagliatori di alberi da gomma che distrussero il loro habitat, portarono con loro malattie e trasformarono gli indigeni in schiavi da sfruttare per il duro lavoro nelle piantagioni. Gli fu pure imposto di vivere secondo i parametri occidentali, cercando di eliminarne la cultura.

Così si arriva al 9 Ottobre 2015, il giorno dell’asta per le concessioni dell’Amazzonia. E’ stata una piccola catastrofe per il governo, visto che solo 37 su 266 delle concessioni previste sono state assegnate. L’asta pullulava di leader indigeni e di attivisti, i manifestanti hanno organizzato sit in e conferenze stampa su cambiamenti climatici, diritti degli indigeni, ed esperienze passate.

La cosa più sorprendente è che fra gli acquirenti delle concessioni sono ditte minori: le più grandi si sono tutte tirate indietro e non hanno comprato niente. Neanche Petrobras. E poco importa che sia per le proteste, per il crollo dei prezzi, per giustizia sociale. L’importante è che l’86% delle concessioni è rimasto invenduto.

Come dicono in Brasile: Nem aqui e em nenhum lugar desse planeta.


Non qui e non da nessuna altra parte.

Thursday, October 15, 2015

La Toyota produrra' solo ibridi e macchine ad idrogeno entro il 2050









La Mirai della Toyota


For an automaker to envision all combustion engines as gone is pretty extraordinary.




E' una notizia meravigliosa.

Dopo l'ondata degli scandali del diesel pulito della Volkswagen, la Toyota arriva con lo straordinario annuncio che entro il 2050 vendera' solo ibridi e macchine a idrogeno per ridurre le emissioni di inquinanti in atmosfera.  Hanno aggiunto che il tutto sara' fatto in trasparenza e con input govermativi e dai proprio clienti.

L'obiettivo e' di emettere il 90% in meno di CO2 dalle proprie autobili rispetto ai livelli del 1990.

Il prototipo di autovettura ad idrogeno e' stato gia' rilasciato sul mercato nel 2014 e si chiama Mirai. Hanno venduto 1,500 esemplari in Giappone ed hanno appena iniziato la commercializzazione in Europa e negli USA.  Le stime sono di circa 3mila veicoli ad idrogeno vendute entro il 2017 e di 30mila per il 2020.

Intanto, la vendita di veicoli ibridi, ormai ben collaudati negli USA saliranno a 1.5 milioni di macchine all'anno, fino ad arrivare a 15 milioni macchine ibride sulle strade americane entro il 2020.
Tutti conosciamo la Toyota Prius, l'ibrido per la prima volta sul mercato nel 1997. Finora ne sono stati venduti 4 milioni. Adesso la Toyota creera' versioni ibride per ogni suo modello, dalle macchine sportive agli SUV. E quindi non solo Prius.

E a tutti quelli che dicono, si ma da qui al 2050 ce ne passa di tempo - e cioe' 35 anni -  il Senior Managing Officer della Toyota risponde: Kiyotaka Ise

"for an automaker to envision all combustion engines as gone is pretty extraordinary."

Ise aggiunge che le macchine a benzina rimarranno a disposizione nei paesi meno sviluppati dove l'infrastruttura e' meno avanzata, ma che i numeri saranno piccoli.

Perche' fanno questo?

Dicono che e' inevitabile perche' a causa dei cambiamenti climatici e della distruzione ambientale in atto, una mossa a grande scala verso una societa' libera dalle fonti fossili e' un imperativo.

Lo dice la Toyota, non la D'Orsogna!

Ise aggiunge che fra i fattori determinanti nella loro scelta, il fatto che la comunita' scientifica sia unanime nell'accettare i rischi legati ai cambiamenti climatici, e il fatto che inevetabilmente le nazioni gradualmente aumentano gli standard delle emissioni.

Come per tutte le cose, anche qui ci sono anni di programmazione, di studi e di investimenti e sanno cosa stanno facendo. Un analista presso la Barclays Securities Japan in Tokyo, Tatsuo Yoshida,  dice che il management della Toyota non parlerebbe cosi se non ne fossero assolutamente sicuri.

 "Toyota has been working on this technology for a long time. When officials speak out like this, it means they are 120 percent confident this is their scenario."

E non solo, la Toyota promette di ridurre anche le emissioni dalle loro fabbriche: di un terzo nel 2030 rispetto ai livelli del 2001.Useranno idrogeno e eolico,  e recicleranno piu' che potranno i materiali da automobili dismesse.

Il capo della Toyota Takeshi Uchiyamada, anche noto come il "papa' della Prius" dice che fanno tutto questo perche' vogliono contribuire ad una societa' migliore.

Attendo con ansia simili annunci da parte della FIAT.

Intanto qui, Marchionne che nel 2014 diceva ai Californiani di non comprare le sue auto elettriche. 
Lungimiranti, eh?