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No all'Italia petrolizzata

L'ENI, la vera grande azienda corrotta italiana - J Assange

Matteo Renzi: lei parla mai di cambiamenti climatici ai suoi figli?

Mark Frascogna vada a trivellare a casa sua

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Wednesday, July 25, 2018

Groenlandia: pezzo di ghiacciaio di 10 giga-tonnellate si stacca e svanisce







 

Il pezzo del ghiacciaio Helheim che si e' staccato in Groelandia e filmato dai coniugi Holland.
E' grande quasi quando l'isola di Manhattan.

Un altro ghiacciaio che ha minacciato la citta' di Innaarsuit, Groenlandia
per circa una settimana



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In questi giorni due storie di iceberg vaganti.
 
Il primo ad Innaarsuit, in Groenlandia, a 750 chilometri a nord del Circolo Polare Artico. Vivono qui circa 170 persone. Un giorno hanno scoperto un iceberg che era arrivato di fronte alle loro case.

Tutti in suspense, tutti fragili di fronte all'enormita' di quella roccia bianca di neve, tutti a rischio da questo iceberg di cento metri di altezza, e 10 milioni di tonnellate. 

E infatti le persone di Innaarsuit, pure abituate al freddo e al clima estremo, sono andate via, timorose di possibili tsunami causati da pezzi di iceberg che potrebbero staccarsi.

Non ci sono in questo posto alberi, fa freddo anche d'estate e la temperatura media e' sotto lo zero per molti mesi l'anno. C'e' solo una strada che finisce nel cimitero della citta'. Gli iceberg qui sono comuni, di dimensioni certo piu' piccoli di quello della foto in alto.  E infatti, raramente gli iceberg cosi grandi arrivano vicino alla riva, perche' sono spesso spinti da venti e correnti del mare verso largo. Ma l'iceberg in questione, probabilmente proveniente da un ghiacciaio non lontano,  e' riuscito ad arrivare vicino alle case e si e' incastrato in una baia locale.

Alla fine, il peggio e' passato. Dal mega iceberg vagante per fortuna non si e' staccato niente, e alla fine le correnti sono riuscite a portarlo in mare aperto, lontano dalle case. La gente e' tornata a vivere tranquilla.

Per ora.

E' innegabile che i pezzi di ghiacciaio che si staccano siano sempre piu' numerosi, in Artico come altrove. Un altro aspetto dei cambiamenti climatici.

Diversa invece la storia di David e Denise Holland, moglie e marito e glaciologi presso la New York University. Erano in Groenlandia anche loro, a circa 2000 chilometri da Innaarsuit in una spedizione per studiare il ghiacciaio Helheim.

A un certo punto, Denise Holland ha sentito dei rumori cupi, il suono forte come di un aereoplano che decolla. Hanno messo la telecamera in azione e... voila', un iceberg ancora piu' grande di quello di Innaarsuit si e' staccato. I coniugi Holland e i loro colleghi sono riusciti a filmare tutto l'evento. E' stato un processo violento, drammatico e irreversibile a sentire la loro testimonianza.

L'evento e' durato 30 minuti.

Era un pezzo di ghiaccio grande quasi quanto l'isola di Manhattan.

Le stime sono che pesava 10 giga-tonnellate. Cioe' un miliardo di tonnellate.

Non tornera' piu'.

E ovviamente non ci sono solo i ghiacciai che si restringono, ci sono i livelli del mare che si innalzano e l'acqua del mare di riscalda,  cambiando tutti gli equilbri planetari.

E questo e' quello che succede in Groenlandia, ma la situazione e' ancora piu' drammatica in Antartico, piu' lontana dagli occhi umani, e piu' difficile da studiare. Qui ci sono stati vari episodi di
staccamento di ghiacciai negli ultimi anni, come per esempio quello dello staccamento del Larsen C di cui abbiamo parlato anche in questo blog.

Dal 1992 al 2017 l'Antartico ha perso 3 miliardi di tonnellate di ghiaccio. 

Il quantitativo di ghiaccio dell'Antartico e' molto superiore a quello che e' in Groenlandia, e si teme che possano arrivare eventi catastrofici, con aumenti spropositati del livello del mare ed innescando reazioni a catena.

Chi e' che causa lo staccamento di tutti questi pezzi di ghiaccio, di questi eventi cosi dirompenti, cosi, assoluti e a senso unico? 

Noi, tutti quanti.



Posted by maria rita at 8:15 PM No comments:
Labels: Antartico, artico, circolo, david, Denise, glaciologi, Groenlandia, Holland, iceberg, Innaarsuit, manhattan, polare

Monday, July 2, 2018

Aprile 2018 e' stato il 400esimo mese consecutivo di temperature piu' calde della media sul pianeta



Febbraio 1985.

Trentadue anni fa.

E' stata l'ultima volta che le temperature a livello planetario sono state sotto la media da che teniamo il conto della temperatura sul pianeta, il 1880, secondo il NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration.

Da quel momento in poi, Febbraio 1985, la temperatura e' sempre stata piu' alta della media.

Cioe': tutti quelli nati dopo il 1985 non ricordano un mese di "frescura" rispetto alla media. E quando gli over 33 dicono che non ci sono piu' le stagioni di una volta, e' vero.

Questo e' un altro tassello nella corsa dell'uomo verso la distruzione di tutti gli equilibri naturali. Il pianeta, se ce ne erano ancora dubbi, diventa sempre piu' caldo. E se vogliamo mettere dei numeri precisi siamo a 1.5 gradi di caldo in piu' ad Aprile 2018 rispetto alla media.

Ora, lo so che qualcuno puntera' alle nevi record in localita' X o Y, ma il punto e' che il trend globale punta in una direzione sola, e sebbene ci sono delle eccezioni, in termini di localita' o di annate, in media si va sempre piu' verso un pianeta caldo.
Il mese di Aprile 2018 e' stato il piu' caldo di sempre in Europa, e il piu caldo in Australia, secondo lo European Center for Medium-Range Weather Forecasts.  Anche l'Artico era piu' caldo del normale.
Il giorno 30 Aprile 2018 a Nawabshah, Pakistan, la temperatura e' arrivata ad uno strabiliante 50 gradi centigradi, del tutto inusuale per il mese di Aprile, mai raggiunta prima di adesso.

A livello mondiale invece Aprile 2018 e' stato il terzo piu' caldo di sempre, solo Aprile 2016 e Aprile 2017 sono stati piu' caldi, cioe' questo vuol dire che gli ultimi tre anni hanno prodotti i tre mesi di Aprile piu' caldi di sempre.

Nove dei dieci mesi di Aprile piu' caldi di sempre sono stati registrati dopo il 2005.

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Tanti sono i problemi di questo mondo, razzismo, migranti, cattiveria, mafia, corruzione, sfruttamento dei minori. 
 
Ma questo del clima e' un problema che ci accomuna tutti. Nessuno vince, nessuno perde da solo. E dovrebbe preoccuparci tutti molto di piu', perche' senza un pianeta sano non c'e' vita. 
Posted by maria rita at 4:32 PM No comments:
Labels: artico, caldo, estreme, nasa, Nawabshah, neve, NOAA, pakistan, record, temperature

Saturday, June 23, 2018

Le isole Lofoten, Norvegia: il paradiso quasi in pasto ai petrolieri




The Lofoten islands must at some point come into play


Delle isole Lofoten di Norvegia abbiamo gia' parlato vari anni fa.

E' una di quelle petrol-storie in cui uno si chiede: perche' tanta cecita'?

Le isole Lofoten sono una meraviglia della natura, dentro il Circolo Polare Artico, nella parte nord-ovest della Norvegia.

Ci sono qui aquile e balene, fiordi e scogliere, montagne e prati verdi, cieli e mari blu. Il tocco dell'uomo e' limitato e gentile e ha portato a villaggi dediti alla pesca, al commercio del baccala' e dei merluzzi. C'e' anche una fiorente barriera corallina, e il clima e' mite per essere cosi' a nord.
Il cielo si avvolge di luce nei mesi estivi qui senza riposarsi mai.

Il turismo esplode.

Il lupus in fabula e' sempre lo stesso: il petrolio.

Sotto il gentile territorio delle isole Lofoten infatti ci sono riserve petrolifere stimate attorno ai 60 miliardi di dollari e tutti vogliono trivellare.

Inclusa l'ENI.

La Norvegia e' un paese ricco, grazie sopratutto al petrolio. Non e' sempre stato cosi ed un tempo e' stato paese di emigrazione, ma le trivelle hanno portato inaspettate fortune al paese.  Basti solo pensare che in 40 anni di petrolio hanno accumulato 1 trillione di dollari e che l'1.3 percento delle azioni mondiali di petrolio sono nelle mani del fondo petrolifero della nazione.

Ma come un marchinegno che non sa o che non puo' fermarsi da solo, l'appetito dell'industria del petrolio e della nazione non e' mai sazia.

E cosi si pensa di trivellare anche le isole Lofoten. Anzi, il ministro dell'energia del paese, nel 2017 dice che prima o poi queste isole andranno sfruttate. Il fatto che in questo momento la nazione abbia un governo conservatore, con a capo il primo ministro Erna Solberg e' ovviamente di aiuto ai petrolieri.

Ma perche' trivellare qui?

Perche' il collasso dei prezzi del petrolio ha portato gli addetti del settore a cercare petrolio in posti nuovi e facili. E le isole Lofoten sono facili per i petrolieri di Norvegia: sono vicine alla terraferma e il mare e' basso, per cui i costi dell'estrazione sarebbero contenuti.

L'area era gia' stata dichiarata off-limits alle trivelle nel 2006, ma ci sono qui circa 1.3 miliardi di barili di petrolio, se si includono anche le vicine isole di Vesteralen e Senja che fanno gola ai petrolieri specie in tempi di vacche magre. Si ritorno' a parlare della possibilita' di sfruttare le isole Lofoten nel 2013, e poi con ancora piu vigore nel 2016. 


Ma i residenti non ci stanno. 

Le isole portano al 70% di tutto il pescato dei mari di Norvegia e sorge qui la piu' grande barriera corallina in acque fredde del mondo. Il mare e' pulito e pieno di vita.

La gente non vuole ne l'airgun che danneggera' pesci grandi e le loro uova, e non vuole perdite di petrolio o la scomparsa della pesca.

Ne' vogliono che le trivelle distruggano l'industria del turismo cosi bene integrata con la pesca e con le crociere in questi mari attive dal 1893. La principale ditta di turismo e' qui la Hurtigruten che organizza le crociere e che porta in Norvegia il 15% dei turisti stranieri.

Ma come puo' essere che pensino a trivellare un piccolo paradiso in terra? Una nazione cosi civile e
pulita e eco-quasiasi-aggettivo che si possa pensare? 

Si e' cosi.

Di piu', il paese si prefissa di diventare "carbon neutral" entro il 2030, con macchine elettriche dappertutto e l'idroelettrico che gia' adesso fornisce quasi il 100% dell'energia del paese. Pero' nel silenzio degli affari internazionali, la Norvegia stessa genera dieci volte le emissioni di CO2 interne con la vendita al petrolio a paesi terzi. Sono infatti il terzo paese piu grande per esportazione di petrolio e di gas.

Se trivellano le isole Lofoten le emissioni aumenteranno del 150%.

La reazione del pubblico e' stata forte e viscerale. La maggior parte della popolazione e' contraria a nuove trielle. Greenpeace e Nature + Youth, hanno fatto causa al governo per i nuovi permessi trivellanti nell'Artico.

Durante l'estate del 2017 gli attivisti hanno deciso di mettere per iscritto le loro richieste: che la Norvegia termini lo sfruttamento di fonti fossili e che invece diventi leader delle fonti rinnovabili. Il loro documento si chiama  The Lofoten Declaration ed e' stato firmato da decine e centinaia di organizzazioni, anche fuori dalla Norvegia.

E cosi la storia ha avuto una specie di lieto fine, sebbene non permanente.

A Gennaio 2018 il governo ha deciso che le isole Lofoten, Vesteraalen e Senja rimarranno trivelle free, almeno fino alle prossime elezioni, nel 2021.

E' un buon finale?

Certo, ma che lascia anche l'amaro in bocca.

Anche se ora lo spettro delle trivelle davanti alle isole Lofoten e' fermo, la Norvegia continua a trivellare ancora e sempre piu' agreessivamente nei mari del Nord, in Artico, nel Barents Sea.

E cosi, la lotta continua.

I petrolieri sono sempre petrolieri, anche in Norvegia.




Posted by maria rita at 8:44 PM No comments:
Labels: Ambiente, artico, carbon, ENI, greenpeace, isole, Lofoten, neutral, norvegia, Petrolio, Senja, trivelle, Vesteralen

Thursday, March 15, 2018

Norvegia: la petrolditta di stato Statoil cancella l'oil dal suo nome e diventa Equinor. Meno petrolio, piu rinnovabili





Per quarantacinque anni si e' chiamata Statoil ASA, ed e' la piu' grande ditta petrolifera di Norvegia, responsabile dell'enorme ricchezza del paese.

Ma ora decidono di cambiare.

Non si chiameranno piu' Statoil ma Equinor. Equi come equita', equilibrio, uguaglianza; Nor come Novergia.

Il capo della ditta si chiama Jon Erik Reinhardsen e dice che il mondo cambia, e cosi pure Statoil dovra' cambiare per forza di cose. Dicono che vogliono essere alla guida della transizione energetica che si svolge sotto i nostri occhi e quindi non solo cambiano nome ma anche focus.

La Statoil-Equinor e' del 67% nelle mani del governo di Norvegia ed e' stata grazie a lei che il paese ha accumulato 1 trillione di dollari in fondo pensioni, una cifra esorbitante. Anche il fondo ora non e' piu' investito in petrolio e gas, visto che non e' considerato prudente far dipendere troppo le sorti economiche del paese da un settore solo.

E cosi, gia' dal 2017 e' stato deciso che entro il 2030 fra il 15 e il 20% delle sue operazioni dovranno dirette verso soluzioni diverse dalle fonti fossili, aumentando gli investimenti in eolico offshore e solare. E' dal 2014 che la Statoil-Equinor investe nel vento.

I costi del "rebranding " sono di circa 30 milioni di dollarie la cosa interessante e' che il nome Equinor ora appartiene ad un veterniario di Oslo che pero' cedra' il suo nome al governo.

Certo, sono sempre petrolieri nella loro essenza, ma il fatto che questi cambiamenti vengano da una ditta che e' nata petrolifera e che non vuole morire tale la dice lunga su dove il mondo sta andando.

E l'ENI? Arriveranno a scoppio ritardato anche qui? Faremo come Marchionne, l'ultimo a parlare di automobili elettriche? Contineueremo a trivellare lo stivale a piu' non posso?

Purtroppo per i petrolieri pero' il loro tempo finira', prima o poi finira'.

E prima lo capiscono ENI e compari, meglio sara' per noi, e alla fine, anche per loro.

Posted by maria rita at 12:30 AM No comments:
Labels: Ambiente, artico, ENI, Equinor, esportazioni, fonti, fossili, marchionne, norvegia, Petrolio, Sergio, statoil, trivelle

Wednesday, March 7, 2018

Primavera in Artico, gelo in Europa, il clima sottosopra












The extended warmth really has kind of staggered all of us
Ruth Mottram, Danish Meteorological Institute.

It's just crazy, crazy stuff
Mark Serreze, National Snow and Ice Data Center, Boulder Colorado

Climate change is the overriding thing
Walt Meier, National Snow and Ice Data Center, Boulder Colorado



E' stato l'inverno piu' caldo mai registrato in Artico, secondo la NASA.

E' questo il quarto anno di una serie di inverni con temperature sempre piu calde al polo nord, con sempre meno ghiaccio e quest’anno anche vie navigabili laddove dovrebbe esserci ghiaccio. Questo e’ quello che emerge dai dati registrati dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC) di Boulder, Colorado.

In Febbraio, ondate di caldo al polo nord.

Una cosa mai vista prima.

Il commento del direttore del NSIDC, Mark Serreze, e’ stato questo:

"It's just crazy, crazy stuff”.

E lui ne dovrebbe sapere di crazy stuff visto che e’ dal 1982 che si occupa di clima e di livelli di ghiaccio e di temperature. Non c’e’ ombra di dubbio che tutto questo sia collegato ai cambiamenti climatici.

Per fare un esempio, a Cape Morris Jesup, nel punto piu’ a nord della Groenlandia, le temperature di Febbraio sono state le stesse che di solito di registrano a Maggio. Anzi, qui ci sono stati tre giorni in cui le temperature sono state superiori allo zero gradi centigradi. Neanche questo, mai visto prima.

In questa, e in molte altre localita’dell’Artico, 10 su 15 stazioni registrate, la temperatura e’ stata piu’ di 10 gradi superiore alla norma.

Anche a Barrow, nel Circolo Artico relativo all’Alaska, la temperatura media e’ stata 10 gradi superior alla norma, con media di otto gradi piu’ del normale se si considera tutto l’intervallo Dicembre 2017 – Febbraio 2018.

Secondo la NASA le ondate di calore arrivano non solo dall’Atlantico, fra la Groenladia e l’Europa, ma a per la prima volta anche dal Pacifico, attraverso lo stretto di Bering. Alek Petty del NASA Goddard Space Flight Center in Maryland dice che sebbene ci siano stati periodi di caldo ai poli in passato, questi periodi, queste anomalie diventano sempre piu’ frequenti ed intense. Non era mai capitato prima che le ondate di calore si sviluppassero in due parti opposte dell’Artico.

E mentre che la zona si riscalda, calano anche i livelli di ghiaccio, con vaste distese di acqua invece che neve e ghiaccio, dall’Alaska in su. Per esempio la zona che va dallo strestto di Bering fino al Chukchi Sea di solito in questo periodo e’ coperta di ghiaccio. Quest’anno invece c’e’ addirittura una traiettoria navigabile.

E’ qui che ci sono stati addirittura venti gradi piu’ rispetto alla norma,

Venti gradi.

In totale a Febbraio il ghiaccio in Artico copriva cira 14 milioni di chilometri quadrati, 160mila chilometri quadrati in meno rispetto al 2017, che gia’ era stato un anno difficile. Se si guarda solo Febbraio la perdita e’ stata di ben 1,4 milioni di chilometri quadrati, il minimo da 30 anni a questa parte. Un area di ghiaccio persa grande quanto due volte il Texas.

C’e’ anche chi mette in correlazione questi eventi estremi in Artico con quanto accade piu’ a sud, dove invece ci sono temperature veramente polari. L’idea e’ che la diminuzione di ghiaccio al polo nord e l’aumento di temperature fa si che si riducano anche le differenze fra la pressione atmosferica fra l’Artico e le zone di latitudine minore. Essendo ora le pressioni piu’ simili i venti provienenti dall’Artico non vengono spazzati via in fretta, come succederebbe se le pressioni fossero diverse, ma possono adesso restare piu’ a lungo e diffondere lungo aree piu’ grandi.

E' una teoria certo, ma inizia a prendere piende fra gli esperti. 

Ad ongi modo niente di tutto cio' e' normale, non l'intesitia' di questi eventi, non la rapidita' dei cambiamenti.

Io non so quand’e’ che il genere umano decidera’ che tutto questo deve essere la nostra prima priorita’.

Senza un ambiente sano, senza un clima normale, senza l'alternarsi delle e stagioni, senza i ritmi che garantiscono la vita alla nostra la flora e fauna cosi come li conosciamo un giorno non ci sara’ neanche piu’ l’uomo.



Posted by maria rita at 10:46 PM No comments:
Labels: Alaska, artico, Cape, Chukchi, crazy, Europa, gelo, Goddard, Groenlandia, Jesup, Maryland, morris, nasa, Sea, teoria

Sunday, March 4, 2018

I mattoncini della Lego diventano biodegradabili





La Lego ha iniziato a produrre una nuova linea di mattoncini fatta di materiale a base di fibra vegetale, che e' biodegradabile. 

Lo annuncia Tim Brooks, il vicepresidente per la responsabilita' ambientale della Lego.

I nuovi pezzi saranno in vendita a partire dalla fine del 2018 e secondo la Lego stessa saranno tecnicamente indistinguibili dai mattoncini tradizionali. Bimbi e genitori non potranno distinuguere fra i pezzetti vecchi e nuovi. Solo il pianeta potra' nel senso che i pezzetti nuovi saranno biodegradabili e non prodotti da fonti fossili.

Il materiale arriva dalla canna di zucchero ed e' una sorta di polyetilene (plastica) naturale. La plastica vegetale cosi derivata sara' morbida ma durevole, resistente e flessibile e appunto ecologica. La prima scatoletta avra' elementi botanici come alberi e foglie.

L'idea della Lego e' che questo sara' solo il primo passo verso il progetto ambizioso ma nobile di trasformare tutta la sua catena in prodotti fatti da materiale ecosostenibile.

Il progetto si basa su una collaborazione fra la Lego e il WWF, con l'intento di appunto incoraggiare tutte le ditte produttrici a cercare alternative in cui i loro prodotti arrivino da fonti non petrolifere ma che siano ecologicamente sani e che non resitino nell'ambiente per migliaia di anni una volta prodotti e magari poi gettati via.

Fra le altre iniziative della Lego l'obiettivo della monnezza zero nelle sue fabbriche, l'impegno ad usare materiale sostenibile anche per il packaging e altre operazioni di logistica entro il 2030. In questo momento la Lego e' anche un membro di RE100, un gruppo di produttori mondiali impegnato ad andare al 100% ad energia rinnovabile nel minor tempo possibile. 

Se pensiamo che fino a pochi anni fa la Lego produceva kit con le trivelle in Artico con il logo della Shell, e che ora hanno pure un dirigente per la responsabilita' ambientale, direi che hanno fatto veramente tanti passi in avanti.

Come sempre, sta a noi consumatori e cittadini ogni giorno mettere pressione alle grandi corporazioni affinche' facciano la cosa giusta. Se non per amore, lo faranno per business.

E in Italia?

Quante ditte, di giocattoli, di mangiare, di automobili, di vestiti hanno il vice presidente per la responsabilita' ambientale?

Benetton, Della Valle, Ferrari, Mr. Luxottica, Ferrero. Qualcuno vuole iniziare? 



Posted by maria rita at 11:05 PM No comments:
Labels: artico, biodegradabili, canna, danimarca, dirigente, Lego, mattoncini, naturale, polyetilene, responsabilita' ambientale, shell, WWF, zucchero

Saturday, January 20, 2018

Longyearbyen: la cittadina norvegese che scompare per colpa dei cambiamenti climatici










Si chiama Longyearbyen, e' un piccolo centro del Nord della Norvegia, sull'isola di Svalbard, e ha 2000 residenti.

E' la cittadina piu' a nord del pianeta con piu' di 1000 persone.  E infatti ci sono piu' orsi polari qui che anime.

Piu' a nord di Longyearbyen ci sono solo Ny-Alesund (Norvegia, 35 persone) e Pyramiden (Norvegia, 15 persone) entrambe sulla stessa isola di Svalbard.

Fa freddo dunque qui a Longyearbyen: siamo a nord del circolo polare artico, il che significa che il sole tornera' a splendere un po per volta a partire da Marzo 2018, e non prima.

Ma, il punto e' che non fa freddo abbastanza e l'intero villaggio rischia di scomparire a causa dei cambiamenti climatici.

Per il 2017 *tutti* i mesi hanno fatto registrare temperature piu' elevate del normale. Lo dice Kim Holmén,  direttore del Norwegian Polar Institute.

Per i mesi invernali c'e' stato un aumento di ben *dieci* gradi centigradi rispetto alle medie di trenta anni fa. Invece che nevicare da Ottobre a Dicembre, piove.  Nell'annata 2015-2016  la pioggia e' aumentata del 64% rispetto alla media. E laddove per miracolo c'era gia' neve, l'arrivo fuori stagione dell'acqua, contribuisce al suo sciolgimento.

E' evidente che tutto questo non e' normale e che questi dieci gradi sono tangibili a tutti.

Il ghiaccio non si forma piu', la neve si scioglie prima, il permafrost scompare, lo spessore dei ghiacciai diminuisce di 30-60 centimetri l'anno e tutto questo cambia il ciclo della vita, il paesaggio e lo stile di vita delle persone.

Esempio? Sono sempre piu' frequenti le valanghe e ci sono stati vari morti in anni recenti, con distruzione di case. Alcune abitazioni sono considerate troppo a rischio e cosi e' stata ordinata l'evacuazione obbligatoria. Alcune strade invece sono state permanentemente chiuse.

Una delle persone che ha visto la propria vita cambiare si chiama Mark Sabbatini, e' un giornalista originiario dell'Alaska, e ha dovuto abbandonare la sua casa perche' lo scioglimento del permafrost ha cauato crepe pericolose nelle fondamenta. E cosi, e' scattato l'ordine obbigatorio di abbandondarla. E lui che non aveva assicurazione e' andato in bancarotta.

Non ci sono meccanismi ufficiali per rimborsi, o compensazioni.

Tutte queste cose non riguardano solo Mr. Sabbatini o Longyearbyen. Le conseuguenze le sentiremo tutti, con l'aumento dei livelli del mare, e i cambiamenti delle correnti oceaniche a livello globale.

Longyearbyen e' stata fondata nel 1906 da un americano, tale John Munro Longyearbyen, e la sua economia inizialmente era basata, ironicamente, sull'estrazione del carbone. In anni recenti si e' aggiunto il turismo e la ricerca scientifica. 
La citta' ha visto il numero di abitanti crescere negli scorsi cento anni a causa dell'emigrazione dall'estero. Prima del 1906 non ci abitava nessuno qui e le persone sono arrivate dalla Norvegia, dagli USA, dalla Danimarca e curiosamente dalla Thailandia.

Si teme che con tutto questo soqquadro ed incertezza ben presto non restera' nessuno.

Le aree considerate instabili infatti diventano sempre piu' estese e la gente inizia ad andare via. Gli uccelli l'hanno fatto e gia si parla di "Atlantizzazione" di Longyearbyer.



Posted by maria rita at 7:02 PM No comments:
Labels: artico, cambiamenti, circolo, climatici, Longyearbyen, norvegia, pioggia, polare, Svalbardneve, villaggio

Thursday, January 18, 2018

NASA: il 2017 e' stato il secondo anno piu' caldo della storia recente










Il 2017 ha fatto registrare le temperature medie piu alte dal 1880 fino ad oggi, ad esclusione del 2016.

Lo dice la NASA.

La temperatura del 2017 e' stata di 0.9 gradi Celsius maggiore rispetto alla media dal 1951 al 1980.

Un'agenzia diversa, il NOAA,  il National Oceanic and Atmospheric Administration, anche questa americana, conclude invece che il 2017 e' stato il terzo anno piu caldo della storia, dopo 2015 e 2016. La discrepanza e' a causa dei diversi metodi statistici usati.

Ma quale che sia il primo, il secondo o il terzo, la conclusione e' la stessa: che i cinque anni piu' caldi dal 1880 ad oggi sono *tutti* stati registrati dopo 2010.  Diciassette degli scorsi diciotto anni piu' caldi sono stati invece registrati dal 2001 ad oggi.

Ovviamente qualcuno dira': ah, ma a casa mia ha fatto la neve.

E certo ci sono fluttuazioni, ci sono la Nina ed El Nino, perturbazioni periodiche ed altre anomalie, ma la media e' di un riscaldamento generale e inesorabile.

Negli ultimi cento anni la media delle temperature del pianeta e' aumentata di un grado Celsius circa, a causa delle emissioni (da parte dell'uomo!) di anidride carbonica ed altri gas serra.

La cosa piu' sorprendente e triste e' che questi dati arrivano per un anno (il 2017) in cui non c'e' stato El Nino, perturbazione climatica che arriva dal Pacifico e che di solito porta con se temperature maggiori.

Ci si aspettava dunque un calo della temperatura quest'anno e invece abbiamo avuto record anche senza lo zampino di El Nino.

Il direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA Gavin Schmidt dice che questa e' la nostra nuova normalita', e che tutto lascia pensare che le temperature medie continueranno ad aumentare. 

Trump o non Trump.

I cambiamenti in Artico sono quelli che fanno piu' paura perche' il tasso di aumento della temperatura e' il doppio che in altre parti del pianeta. Ghiaccio e permafrost continuano a diminuire. Secondo la NASA i cambiamenti climatici sono parte del motivo che ha reso gli USA particolarmente caldi a Febbraio 2017,  hanno causato onde di calura a Giugno in Europa, e temperature estreme in Australia durante l'estate di fine 2017.  

Anche gli uragani che hanno colpito il Texas e i Caribi e gli incendi fuori stagione di California sono legati ai cambiamenti climatici, secondo gli esperti.

Per i piu' giovani, questo clima e' il nuovo normale, per davvero. 


Posted by maria rita at 7:57 PM No comments:
Labels: artico, cambiamenti, Celsius, climatici, Goddard, media, nasa, pacifico, pianeta, temperatura

Wednesday, November 22, 2017

La plastica nelle viscere dell'Artico









"Our data demonstrate that the marine plastic pollution has reached a global scale after only a few decades using plastic materials. It is a clear evidence of the human capacity to change our planet. This plastic accumulation is likely to grow further.”

Andrés Cózar Cabañas, Universita' di Cádiz, biologo


Se uno pensa all'Artico, pensa a una distesa di bianco, con magari il blu del mare, un orso polare che goffamente si incammina verso l'acqua, o qualche igloo.

Nessuno pensa alla plastica.

E invece, testimonianza ulteriore che l'inquinamento da plastica e' ormai ovunque, si trovano pezzi di plastica galleggianti anche nei mari dell'oceano Artico, a meno di duemila chilometri dal polo nord,
e in aree che fino a pochi anni fa non potevano essere raggiunte a causa degli enormi ghiacciai.

Come ci e' arrivata questa monnezza in Artico?

Facile: i nostri fiumi, piu o meno inquinati, riversano plastica a mare. Questa plastica pian piano si diffonde in tutti i nostri mari e negli oceani di tutto il mondo. Ed arriva anche in Artico. Ma qui, una volta arrivata, la plastica si "congela" nei ghiacci della zona e puo' restarci per decenni. Finche' non arrivano i cambiamenti climatici a sciogliere parti delle nevi perenni e a rimettere in circolazione la plastica magari di tanti anni fa.

E cosi l'Artico diventa un accumulatore di monnezza.

E' la prima volta che interi pezzi di plastica sono visibili in Artico. E questo perche' prima era tutto ghiacciato, coperto dalle nevi, e la navigazione difficile. E adesso che questi ghiacciai iniziano a sciogliersi, ecco che dall'Artico arrivano pezzi di polistirolo e monnezza di vario di genere in bella vista. A testimoniare il tutto e' un articolo pubblicato da Science Advances in cui si dice chiaramente che l'Artico e' una sorta di dead-end della plastica.

Una volta arrivata qui la plastica, non se ne va piu.  Nessuno sa esattamente quanta plastica ci sia, ma si calcola che potrebbero esserci 300 miliardi di pezzi, e che l'Artico potrebbe essere un concentrato ancora peggiore del Great Pacific Garbage Patch scoperto qualche anno fa.

Come sempre, e' tutto non-biodegradabile e chissa' da quanti anni questa roba era li, nascosta enl ghiaccio, chissa' quanta altra ce n'e', e chissa' fino a quando resteranno queste traccie della nostra "civilizzazione" in Artico. Come sempre, questi pezzi di plastica non riguardano solo l'Artico, i suoi orsi polari, le sue foche, le sue balene, ma noi tutti, perche' la microplastica che ne deriva viene mangiata dai pesci entrando cosi nella catena alimentare, prima localmente e poi in modo globale, ed in ultima analisi nei nostri corpi.

La cosa triste e' che la situazione peggiorera': con lo scioglersi dei ghiacciai, arriveranno i pescherecci, le navi, il petrolio, e infrastruttura pesante di vario genere. Il fatto che la neve rilasci la plastica che ci si era accumulata dentro ha altri risvolti negativi: gli animali che non sanno di meglio possono morire mangiandola, o rimanendone intrappolati dentro.


Pezzi di plastica sono visibili anche da isole varie dell'Artico, per esempio le isole dell'arcipelago di Svalbard (Norvergia) e l'isola di Jan Mayen (Norvegia) hanno le spiagge con vari residui di plastica che arriva, molto probabilmente, dall'Europa e dal Nord America. I tempi di "navigazione" variano, ma per arrivare dal Regno Unito a queste isole si calcola che che ci vogliono circa due anni.

Le isole dell'arcipleago di Svalbarg sono state studiate a fondo negli scorsi mesi. Qui un gruppo di scienziati olandesi della Wageningen Economic Research  Institute hanno raccattato 876 pezzi di monnezza lungo 100 metri di costa. Sull'isola di Jan Mayen ne hanno invece trovato 575. 

Questi quantitativi sono piu' che la media sulle spiagge europee piu' a sud, proprio a causa del congelamento della plastica nelle nevi e delle correnti che fanno si che queste sostanze una volta arrivate in Artico, in Artico restano, congelate o non congelate.

Non si sa esattamente da dove arrivi la monnezza, anche se si pensa che possa essere di origine europea e/o nordamericana. Molta della plastica infatti era troppo consumata per capire da dove venisse. Una parte erano residui di materiale da pesca, come reti o scotch per fissare le scatole del pescato suo pescherecchi.  Circa l'8% erano tappi di bottiglie. 

Quanta plastica viene riversata a mare?

L'equivalente di un camion ogni santo minuto, ogni santo giorno per un totale di 12 milioni di tonnellate l'anno.

Come proteggere l'Artico?

Come proteggerlo dalla monnezza e dall'inquinamento che l'uomo portera' con se?

E tutta questa plastica nascosta nei ghiacci, una volta sciolti i ghiacci, chi li recuperera' per toglierli dalla circolazione?

Come proteggere l'uomo da se stesso?


Posted by maria rita at 11:55 PM No comments:
Labels: alimentare, artico, camion, catena, correnti, ghiacciai, monnezza, norvegia, pesci, plastica, Svalbarg
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CONGRESS SHALL MAKE NO LAW RESPECTING AN ESTABLISHMENT OF RELIGION, OR PROHIBITING THE FREE EXERCIZE THEREOF; OR ABRIDGING THE FREEDOM OF SPEECH, OR OF THE PRESS; OR THE RIGHT OF THE PEOPLE PEACEABLY TO ASSEMBLE, AND TO PETITION THE GOVERNMENT FOR A REDRESS OF GRIEVANCES.

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