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Monday, January 22, 2018

Trump e l'esplosione dei pannelli solari made in the USA



E i primi verdetti sono arrivati.

La produzione di pannelli fotovoltaici made in the USA aumenta in modo impressionante.

La ditta Hanwha Q Cells di Korea costruira' un nuovo impianto in Georgia, la JinkoSolar Holding di Cina aprira' una fabbrica in Florida. E ditte americane, invece la SunPower Corporation e la First Solar aumenteranno la produzione in Oregon e in Ohio.

Si calcola che la produzione nostrana di solare aumentera' fino ad oltre 3.4 Gigawatt, mentre nel 2017 eravamo a soli 1.8 Gigawatt di capacita' fotovoltaica made in the USA.

Tutto inizio' nell'Aprile del 2017 quando una ditta di Georgia, la Suniva, fini' in bancarotta per colpa del fotovoltaico "made altrove" e Trump rispose appunto con l'annuncio di tariffe sull'importazione a Gennaio 2018.

Per cui, forse per una volta, ci ha azzeccato?

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22 Gennaio 2018:

Non e' chiaro cosa passi nella testa di quest'uomo. 

E' arrivata oggi la notizia che Trump ha deciso di imporre tariffe sui pannelli solari importati dall'estero negli USA.

Prima di urlare pero', e sono la prima a vergognarmi di questo presidente arancione, occorre un po' capire.

In teoria potrebbe essere una misura per rendere piu' competitiva l'industria fotovoltaica USA, che e' dopotutto il paese dove i pannelli sono stati inventati usando fondi di ricerca pubblici del contribuente americano, per tanti anni.

Le tariffe saranno del 30% nell'immediato e diminuiranno nei prossimi anni fino a stabilizzarsi al 15%.

I primi 2.5 gigawatt saranno esentati dalle tariffe.

Soprattutto, e' stata la U.S. International Trade Commission a raccomandare al governo di imporre tariffe fino al 35% a causa della competizione, spesso non proprio leale, da parte dell'Asia (Cina in primis).

Questo ente e' indipendente, bipartisan e non politicizzato, almeno in teoria, per cui le sue raccomandazioni non dovrebbero essere viste in un'ottica politica.

Per di piu' l'idea delle tariffe e' bene accetta, e anzi e' stata fortemente voluta da varie industrie produttrici di pannelli solari americane, fra cui la Suniva, ditta di capitale cinese che pero' fabbrica pannelli negli USA.

Anche il ramo americano della SolarWorld, ditta tedesca, ha aderito alla richiesta della Suniva di imporre tariffe sulle importazioni straniere.

Altre tariffe sono state imposte su pezzi di elettronica e sulle lavatrici, fino al 50%.

Ma la Suniva di Cina nel frattempo che aspettava, e' fallita, grazie all'arrivo di pannelli direttamente della Cina.

Ironico, no? 

Altre ditte di pannelli made in the USA hanno invece visto le loro azioni decollare dopo l'annuncio, come la First Solar con sede a Tempe, Arizona che e' schizzata a Wall Street del 9% fino a $75.20 per azione.

La Whirlpool invece dice che le tariffe porteranno all'aumento della sua produzione di lavatrici in stati come Ohio, Kentucky, South Carolina e Tennessee e che quindi vede il gesto positivamente.

In pratica pero' quali che siano gli intenti di Trump, la maggior parte dei pannelli e' importata per cui, nel breve termine almeno, tutto questo si risolvera' in aumento dei costi, minor pannelli installati, e rallentamento della transizione rinnovabile negli USA.

Il costo e' stimato essere enorme perche' anche i pannelli "made in the USA" hanno fino all'80% di pezzi che arrivano dall'estero. L'industria del sole negli USA e' un business di circa $28 miliardi di dollari e impiega circa 260mila persone. 

Questa mossa di Trump e' controversa perche' i produttori sono in generale favorevoli, ma gli installatori no.

E si puo' capire perche', perche' diverso e' il loro business target.  La Solar Energy Industries Association, associazione che rappresenta chi lavora nell'industria solare, ha anticipato la perdita di circa 23mila posti di lavoro.

Si parla di interi progetti che diventeranno immediatamente anti-economici e che saranno abbandonati.

Ma poi, perche' iniziare proprio con i pannelli solari? 

Io credo due cose. 

Una e' che a Trump non gliene importi  niente delle rinnovabili e del pianeta e dei cambiamenti climatici.  

Queste tariffe sui pannelli solari erano una mossa facile, proprio per la dualita' fra produttori-installatori; e poi c'era la raccomdandazione dell U.S. International Trade Commission che aveva gia' parlato del problema del "dumping" dei pannelli dalla Cina negli USA ai tempi di Obama. Infine c'erano specifiche richieste di produttori di pannelli sul suolo USA.

Tutte queste cose hanno aiutato Trump a razionalizzare la sua decisione. 

L'altra cosa che penso e' che sicuramente ci sara' un freno al solare nel super immediato. Se i prezzi aumentano del 30% da un giorno all'altro e' evidente che qualcosa cambiera'. 

Ma il sole e le rinnovabili sul lungo termine vinceranno, Trump o non Trump. 

L'industria si riorganizzera' e si troveranno modi per continuare la solarizzazione degli USA, del mondo. 

E' evidente dove il mondo sta andando e non si torna indietro.  Le fossili sono un relitto del passato.






Monday, April 3, 2017

Tesla: prima ditta automobilistica d'America



“I don’t know if people want electric cars, 

but people want Tesla.
I’m not an Elon Musk worshiper, 

but people that would normally
buy a Porsche are buying Teslas right now.”
 

Ben Kallo, analista finanziario


“It’s mind-boggling that a company that has 
the global breadth 
and depth that Ford has 
is suddenly valued at less than or equal to Tesla,” 

 Dave Sullivan, analista finanziario



Dopo aver superato la Ford, oggi 10 Aprile 2017, la Tesla super anche la General Motors. E' ora la ditta automobilistica dal mggior valore degli USA. Il suo capitale e' infatti ora $50.84 miliardi contro i $50.79 miliardi della General Motors.

Se tutto continua cosi, presto la Tesla superera' anche la Honda, che ne vale $54 miliardi. La ditta che vale di piu' al mondo e' la Toyota con $150 miliardi.

Come sempre la cosa strabiliante e' che la tesla vende una piccolissima frazione di automobili rispetto a Ford, General Motors, Honda e Toyota. Nei primi tre mesi del 2017, la ditta di Mr Elon Musk ha venduto 25mila macchine; la Ford 617mila e la General Motors 690mila.

Le cose non potranno che migliorare per la Tesla, con il lancio imminente della sua Model 3, che presto verra' messa in vendita a 35mila dollari, per il consumatore medio.

Ad maiora --  il limite e' il sole.


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Un salto nel futuro.

La Tesla di Elon Musk vale ora piu' della Ford di Henry Ford, l'uomo che per tanti versi invento' l'automobile di massa, con la sua model T.

La Tesla ha aumentato oggi 3 Aprile 2017 le sue azioni del 5.7%, raggiungendo un capitale di $47.8 miliardi di dollari. La Ford e' ferma a $45.2 miliardi.

Come siamo arrivati a questo?

Sono state consegnate circa 25,000 vetture ed SUV nei primi tre mesi del 2017, ben oltre tutte le stime di Wall Street. La Ford ne ha consegnate molte di piu', oltre 220,000 ma questi numeri sono sotto le proiezioni degli analisti. E quindi le azioni Ford sono scese.



Nel 2016 la Tesla ha consegnato circa 80mila vetture. La Ford invece ne ha vendute 6.7 milioni, la seconda piu' grande ditta di autovetture negli USA, dietro la General Motors. E quindi e' evidente il divario in termini di volume di affari e di presenza sul mercato. La Ford e' certo piu' grande della Tesla, ma adesso hanno lo stesso valore in borsa.

Il punto principale e' lo sguardo sul futuro: gli investitori capiscono che la crescita, il futuro e' nella Tesla. E' ora uno status symbol, nel bene e nel male, e' un marchio conosciuto, il suo CEO e' una specie di Steve Jobs -- e cioe' un nome noto, riconoscibile. E queste cose fanno vendere, a prescindere dal suo essere green.

E poi e' green, cosa utile, futuristica, e anche sexy.

E questo sguardo diventa sempre piu' rosa adesso che vengono consegnati i primi Model 3, le Tesla per tutti a 35mila dollari l'una. Si stima che con la Model 3 le vendite di automobili Tesla potrebbero arrivare a 500mila unita' nel 2018.

E la cosa interessante e' che c'e' voluto cento anni alla Ford per arrivare dove e' arrivata. E alla Tesla ci sono voluti pochi anni per raggiungerla. Non sappiamo come andra' a finire, se questo e' solo una fluttuazione, un fuoco di paglia, se il trend crescente della Tesla continuera'  ancora, ma certo e' che per ora almeno, il futuro continua a scappare dalle trivelle ed e' sempre piu' rinnovabile, efficente, pulito.

Grazie Mr. Elon Musk.

Tuesday, August 2, 2016

La disperazione del petrolio e gas: vendite, tagli, cessioni, licenziamenti dappertutto






The impact of falling oil prices on global upstream development spend has been enormous. Companies have responded to the fall by deferring or canceling projects in virtually every oil-producing country. 


Le notizie non sono rosee, neanche per questo secondo quarto del 2016. Per i petrolieri, si intende.

Iniziamo con la Total:  i profitti sono calati del 30% per il secondo quarto dell'anno 2016 rispetto al 2015, che era anche quello anno di crisi. Per cercare di addolcire la pillola cercano di tagliare costi e personale.

Passiamo alla ConocoPhillips: anche per loro perdite di 1.1 miliardi di dollari nei mesi da Marzo a Giugno 2016, a causa di declino delle produttivita' dei campi vecchi e del mega incendio in Canada.

Non e' messa meglio la Shell che invece non raggiunge gli obiettivi e resta di 1 miliardo di dollari al di sotto dei ricavati previsti. Hanno perso uno strabilitante 72% di profitti rispetto al 2015, a causa dei bassi prezzi del petrolio e azioni speculative nel comprare ed incorporare altre ditte minori.

Per ogni 10 dollari di abbassamento del prezzo la Shell ha dichiarato di perdere 5 miliardi di dollari.
Tutto torna allora: un anno fa il prezzo era di 55 dollari al barile, oggi siamo a 40.  

E quindi, non possono fare altre che tirare fuori la scure dei licenziamenti: altri 12,500 lavoratori se ne torneranno a casa. Pensano anche di vendere alcune attivita' non troppo redditizie, operazione che stimano portera' nelle loro casse circa 30 miliardi di dollari nei prossimi anni di cui 6-8 quest'anno.

La BP e la Statoil pure loro perdono introiti e non riescono a raggiungere gli obiettivi previsti. 

E infine la Chevron che secondo il Wall Street Journal vendera' 5 miliardi di operazioni in Asia per racimolare denaro, offshore cinesi per prima. Anche operazioni di geotermia in Indonesia saranno cedute, assieme ad impianti a gas naturale in Thailandia.

Perche' si vendono? Beh, anche qui, per fare cassa. Perche' in Asia? Perche' c'e' maggiore interesse da parte di ditte locali e nazionali a comprare e perche' i campi qui sono spesso gia' vecchi e poco redditizi. Come le sue petrol-amiche anche la Chevron ha riportato 1.5 miliardi di dollari di perdite per il secondo quarto del 2016. A quetse vanno da aggiungersi altre perdite di 2.8 miliardi.

Taglieranno il 12% della forza lavoro: 8,000 persone a casa.

Negli USA, tutte insieme, le ditte del petrolio hanno perso il 26% della forza lavoro in un anno e mezzo.

Il risultato di tutte queste perdite di introiti, posti di lavoro, profitti e' che ben un trillione di dollari (cioe mille miliardi) verranno in totale tagliati dalle operazioni di ricerca e sviluppo. Cioe' sono un trillione di meno per cercare e commercializzare altra monnezza.

E un trillione di motivi in piu' per ben sperare in un futuro fatto sempre meno di petrolio e sempre piu di sole.