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Tuesday, March 31, 2015

Germania, New Brunswick e Maryland: leggi contro il fracking

E' definitivo - il Maryland vieta il fracking nello stato oggi 2 Giugno 2015.
Hanno votato 103 a 33 nella Camera e 45 a 2 nel Senato.
Almeno loro.





Oggi primo Aprile, anche la Germania di Mrs. Merkel approva leggi ancora piu' severe contro il fracking. Secondo Reuters sara' a tutti gli effetti un divieto intergrale contro l'estrazione di gas di scisti a parte test sperimentali.
 
Il tutto deve essere ancora approvato dal governo tedesco, ma sara' vietato trivellare pozzi che sono meno profondi di 3,300 metri per salvare le falde acquifere e nei pressi di sorgenti di acqua. Sara' vietato trivellare nei parchi e nelle riserve naturali.

Ovviamente i petrolieri si stracciano le vesti, e questo e' un buon segno:la federazione delle industrie tedesche, la BDI dice che il divieto e' esagerato e anche se ci sono minuscole porte aperte allo shale gas queste sono troppo poche. Gia' un anno fa l'agenzia per l'ambiente di Germania aveva detto che il fracking e' una tecnica pericolosa e che sarebbe bene vietarlo per la sicurezza dell'acqua potabile. Alcuni petrol-investitori hanno gia' lasciato il paese.

Pace all'anima loro.

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Eccoci qui - il New Brunswick, stato del Canada ha votato in data 26 Marzo 2015 per il divieto del fracking nello stato. 

E' un divieto temporaneo che durera' per un anno ma le autorita' ricordano che il fracking potra' essere approvato solo se saranno soddisfatte cinque richieste: maggiori regolamentazioni ambientali e per la salute pubblica, un piano per lo smaltimento dell'acqua tossica, le consultazioni con i residenti ed in particolare gli aborigeni, una struttura di royalties soddisfacente ed una sorta di "licenza sociale" con l'approvazione della comunita'.

Il ministro dell'energia Donald Arseneault dice che

"It is responsible and prudent to do our due diligence and get more information regarding hydraulic fracturing."

Oltre il New Brunswick, il fracking e' adesso vietato in Quebec, Labrador and Newfoundland, e in Nova Scotia.

Il divieto del New Brunswick e'importante perche' si stima che nel sottosuolo ci sia uno dei principali giacimenti di shale gas reservoirs del North America, circa 2 trillioni -- 2000 miliardi -- di metri cubi, sebbene in sacche difficili da raggiungere.

Ovviamente la lotta e' sempre la stessa. I residenti sono preoccupati per l'inquinamento di aria, acqua e polmoni. I petrolieri sono preoccupati del portafoglio e quindi vai con la fantasia:lavoro, soldi, tuttapposto.

Intanto anche in Maryland c'e' una proposta di legge per vietare il fracking per tre anni, ma il voto finale deve ancora essere approvato.  Quello che invece e' stato approvato e' una legge secondo la quale i fraccanti sono responsabili di danni, morti, feriti, inquinamento sui loro siti trivellanti.  

Monday, March 30, 2015

Antartide: mai cosi calda - 17.5 gradi a Marzo un record assoluto



Il posto piu' freddo del mondo e' ora diventato un po meno freddo.

In Antartide sono stati registrati ben 17.5 gradi centigradi il giorno 24 Marzo 2015. Un record assoluto.

La temperatura e' stata registrata in Argentina, presso la base Esperanza. 

I record sono avvenuti tre mesi *dopo* il periodo piu' caldo dell'anno, che per l'Antartide e' il mese di Dicembre.  La media per il mese di Marzo e' di -0.4 gradi Celsuis. Il record cioe' e di 18 gradi superiore rispetto a quello che dovrebbe essere.

Il tutto e' sconcertante ma non inaspettato: il polo nord e sud si stanno riscalandando piu' che altre zone del pianeta e lo scioglimenti dei ghiacciai e' innegabile. 

Nella parte occidentate dell'Antartide la perdita dei ghiacciai e' stata dell'8 percento in volume negli scorsi due decenni, con maggiori perdite negli scorsi dieci anni: dal 1994 al 2003 le perdite sono state modeste, ma dal 2003 ad oggi il ritmo di sciogilemento dei ghiacci e' esploso. Abbiamo perso il 70 percento di ghiacci in dieci anni.

D'altro canto secondo il British Antarctic Survey, negli scorsi 50 anni le temperature medie sono salite di quasi due gradi centigradi,

Dal 2010, 46 nazioni su 235 in tutto il mondo hanno raggiunto livelli record di temperature massime.

E se qualcuno mi dice della neve che e' caduta a Boston o a Capracotta, la risposta e' in questo
grafico: per qualche localita' con freddo gelido e nevi da record, la stragrande maggioranza del pianeta ha subito un riscaldamento fuori dal comune.

A Los Angeles e' tutta Marzo (e pure prima) che oscilliamo fra il 20 e i 30 gradi, tutti i giorni.


Sunday, March 29, 2015

Se anche in Texas il 100% dell'elettricita' da rinnovabili.




E' il trionfo delle rinnovabili. 

Qualche giorno fa il Costarica ha annunciato che per oltre 75 giorni l'intera nazione e' andata avanti a fonti rinnovabili. La Francia ha annunuciato che presto gli edifici commerciali nuovi dovranno essere coperti o da tetti verdi, o da pannelli solari.

E poi c'e' Georgetown, Texas - citta' di 54,000 persone a nord di Austin, nel cuore del Texas.
Nel nostro immaginario la terra delle trivelle, del petrolio, di JR e dei petrodollari.

E poi c'e' Dale Ross, il sindaco di Georgetown.

La sua e' una citta' tranquilla, di epoca vittoriana, con una universita' piccola e dove non succede quasi mai niente.  Senonche' il sindaco ha appena annunciato, di punto in bianco, che entro il 2017 il 100% dell'elettricita' del paese sara' da energia rinnovabile.

In Texas, dove sulle targhe ci mettono le trivelle e dove i pozzi appaiono come funghi. 

Perche' lo fanno? Per amore dell'ambiente? Per una presa di posizione contro i cambiamenti climatici? No, sole e vento sono una decisione meramente economica: costeranno di meno che quanto si paga con le fonti fossili e daranno maggiore stabilita' energetica alla citta' almeno fino al 2041. Dice infatti Mr. Ross

"The city’s contracts for solar and wind power will provide wholesale electricity at a lower price than our previous contracts. These long-term agreements also provide a fixed cost that will enable the city to avoid the price volatility and regulatory costs we were likely to have seen had we continued to use electricity generated by burning fossil fuels. With energy costs locked in for the long-term, we can maintain competitive, predictable electric rates through 2041."

E infatti, fra una trivella e l'altra il Texas e' diventato uno dei principali stati in cui si genera energia eolica. Dapprima era tutto concentrato attorno al West Texas, ma la costruzione di linee di trasmissione hanno potuto far si che l'energia dal vento giungesse anche alle grandi citta' di Austin, Houston, Dallas, San Antonio. Nel frattempo i prezzi dell'energia dal solare sono calati notevolmente. E cosi, le forniture di vento e di sole inizieranno ad alimentare Georgetown fra qualche mese e quando sara' tutto finito nel 2017 si arrivera' al 100%.

Georgetown e' una delle citta' a maggior tasso di crescita in tutti gli Stati Uniti, ed il sindaco ha deciso di voler aumentare i quantitativi energetici in vista di nuova crescita negli anni a venire. Invece di rinnovare i contratti esistenti con ditte che vanno a fonti fossili hanno deciso di spostarsi sulle rinnovabili.  Alla sera, il vento prendera' il posto del sole.

Dovranno spegnere le luci se qualcosa va storto? Resteranno senza energia? Secondo le stime e gli studi assolutamente no. Anzi, secondo le previsioni i contratti firmati dalla citta' le garantiranno probabilmente piu energia di quanto necessario, con la possibilita' di rivendere gli eccessi.

Il sindaco ricorda un altro ottimo motivo per finalmente dire addio alle fonti fossili: acqua e siccita'.
Il Texas soffre di enormi problemi di aridita' e tutti gli impianti collegati alle fonti fossili ne usano enromi quantitativi.

Il sindaco conclude dicendo che questa mossa e' quella giusta per l'intera economia di Georgetown:
le nuove ditte che si sono qui insediate sono per la maggior parte nell'high tech e chiedono fonti di energia verde per le loro attivita' come una sorta di biglietto da visita per il loro business. Se la citta' riesce a provvedere energia verde, questo potrebbe attirare altri investimenti e a fare la differenza.

Ecco, anche nella capitale del West Texas Intermediate, uno dei tipi di greggio quotati sul mercato internazionale, siamo arrivati alle rinnovabili.  Veramente non abbiamo piu' scuse.

Qualcuno dovrebbe dire tutte queste cose a Matteo Renzi e a tutti i miopi politici che hanno votato lo Sblocca Italia.

Qui la Francia e la nuova legge sui tetti verdi o fotovoltaici.

Friday, March 27, 2015

La Shell ci riprova a trivellare in Artico con il 75% di possibilita' di incidente







Update: Oggi 15 Giugno la piattaforma Polar Pioneer lascia il porto di Seattle per l'Artico. Un gruppo di kayaktivisti della citta' e di Greenpeace ha bloccato l'uscita dal porto. Varie persone sono state arrestate fra cui anche il consigliere comunale della citta' Mike O'Brien. Bravo, che si e' esposto.





** Grazie a Matilde Brunetti **

Che lungimiranza!


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Il sindaco dice che la Shell deve prima farsi approvare un permesso speciale: per i rischi di inquinamento e di perdite nel mare dalle sue attrezzature

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Oceano Pacifico, 12°N 162°E. Arriva il mostro galleggiante in mare - la piattaforma Polar Pioneer, trasportata dal rimorchiatore Blue Marlin. Piattaforma e rimorchiatore sono diretti a Seattle, da dove partiranno poi alla volta dei mari Artici alla ricerca di petrolio. Assieme a lei la nave Noble Discoverer.

Direzione finale: Chukchi Sea, Alaska dove vivono foche, trichechi, balene e orsi polari.

La Polar Pioneer è di proprietà della Transocean Company, la stessa compagnia che possedeva la piattaforma Deepwater Horizon esplosa nel golfo del Messico nel 2010, causando il più grande sversamento di petrolio nella storia degli Stati Uniti.

Sicuramente un bel biglietto da visita!

In realta' e' da diverso tempo che la Shell cerca di trivellare nell’Artico - una specie di sport estremo per i petrolieri.

Due anni fa, al posto della Polar Pioneer, la Shell aveva ingaggiato la piattaforma Kulluk provocando ogni sorta di disastro di cui abbiamo parlato anche da questo blog. Il 1 gennaio del 2013 la Kulluk, in balìa del vento e del mare artici, si era sganciata dal rimorchiatore e si era allegramente schiantata contro l’isola di Sitkalidak, in Alaska.

Il disastro ambientale fu evitato solo grazie all’intervento della guardia costiera americana. Ci furono multe, indagini e la conclusione che la Shell non era preparata per questa impresa. Come sempre e' importante ricordare che trivellare l'Artico e' ancora piu' pericoloso che trivellare terra e mari piu "temperati" perche' nessuno sa come pulire i ghiacciai e come intervenire a temperature estreme. Non ci sono tecniche, non ci sono protocolli.
 



Dopo due anni di pausa, la Shell corre di nuovo verso i mari estremi dell’Alaska.

Si corre, perche' circa un mese fa l’amministrazione Obama aveva timidamente proposto nuove regole che renderebbero le operazioni offshore in Alaska un po piu' sicure per l’ambiente, ammesso che lo si possa fare, ma che aumenterebbero i costi per le compagnie.

Qui in Alaska, secondo l'impatto ambientale redatto dal Bureau of Ocean Energy Management e' emerso che sussiste il 75 percento di possibilita' che ci siano incidenti e rilasci accidentali a mare di petrolio. Portrebbero essere danneggiate circa 6,000 balene e 50,000 foche, con danni a tutte le specie marine anche in condizioni "normali". Ci saranno probabilita' di rilascio in mare di inquinanti.. rumori che disturberanno la vita marina, e ovviamente aumento di emissione di gas serra in atmosfera se si guarda al tutto in grande scala. La comunita' che sara' maggiormente impattata dalle trivelle sara' quella degli Inupiaq, 13,500 persone che vivono di pesca lungo le coste dell'Alaska con tradizioni millenarie in simbiosi con il mare e le sue creature.

Gli attivisti discesi sulla Casa Bianca ricordano ad Obama che non si puo' servire due padroni: da un lato parlare di lotta ai cambiamenti climatici nei convegni internazionali ed allo stesso tempo voler trivellare l'intrivellabile.

Le proteste sono dappertutto: a Seattle, dove i residenti non vogliono che il loro porto venga usato per fare da supporto logistico alla Shell.

Intanto Greenpeace manda un gruppo di sei persone sulla nave Esperanza a vedere come procedono le operazioni della Shell. Gli si puo' mandare un tweet con l'hashtag #TheCrossing.

Quali sono queste regole per operare in mari cosi difficili come quelli dell’Artico?

I petrolieri dovranno mostrare di oter rispondere in modo adeguato e rapido in caso di possibili incidenti. Gli equipaggi dovranno sempre avere con se sistemi e mezzi per intervenire immediatamente senza aspettare arrivi dalla terraferma. Mi pare il minimo, no? Ma a Shell e compari questo non piace.

Intanto, secondo l’impatto ambientale redatto dal Bureau of Ocean Energy Management se la Shell dovesse trivellare in Artico sussiste il 75 percento di possibilità che ci siano incidenti e rilasci accidentali a mare di petrolio. Il settantacinque per cento. Portrebbero essere danneggiate circa 6,000 balene e 50,000 foche, con danni a tutte le specie marine, anche in condizioni “normali”.

Ci saranno alte probabilità di rilascio in mare di inquinanti, rumori che disturberanno la vita marina, e ovviamente aumento di emissione di gas serra in atmosfera. La comunità che sarà maggiormente impattata dalle trivelle sarà quella degli Inupiaq, 13,500 persone che vivono di pesca lungo le coste dell’Alaska con tradizioni millenarie in simbiosi con il mare e le sue creature. Questo lo dice un ente governativo.

Intanto, numerosi attivisti si sono presentati alla Casa Bianca per ricordare il 26-esimo arrivesario di un altro incidente, quello della Exxon Valdez nel 1989 da cui l'ecosistema ha ancora da riprendersi.

Gli attivisti, fra cui il presidente di Sierra Club, ha ricordato che le mire della Shell sono dirette a localita' ancora piu remote che Prince William Sound, la zona dove finirono in mare circa 11 millioni di galloni di petrolio, inquinando piu di 1300 miglia di costa. Ancora adesso la vita marina ne soffre le conseguenze e si possono ancora trovare tracce di petrolio lungo la costa.

Nonostante le robanti promesse di ripulire tutto, ventisei anni fa, fu portati via solo il 14 percento del petrolio che fini' in mare. Il resto si disperse nel mare da solo. Gli attivisti ricordano ad Obama che non si può servire due padroni: da un lato parlare di lotta ai cambiamenti climatici nei convegni internazionali ed allo stesso tempo voler trivellare l’intrivellabile.

Le proteste sono dappertutto: oltre alla Casa Bianca, a Seattle, dove i residenti non vogliono che il loro porto venga usato per fare da supporto logistico alla Shell. Addirittura la città di Seattle ha ufficializzato il no all’uso del suo porto, mandando una lettera a Sally Jewell, chiedendole di valutare attentamente se trivellare in Alaska sia prudente e/o possibile.

Forse l’atto più coraggioso arriva da sei intrepidi volontari di Greenpeace che sulla nave Esperanza seguno la Shell e cercano di capire cosa esattamente stanno facendo

Qui la piattaforma Kulluk, allegramente alla deriva nel 2012.



























 

Wednesday, March 25, 2015

FPSO: incendi in Norvegia, chiusura in Brasile







Eccoci qui.

Dopo i nove fra morti e dispersi di un mese fa, un altro incendio su una FPSO. Siamo questa volta in Norvegia, dove la FPSO Petrojarl Knarr, costruita nel 2014 e che aveva circa 100 persone a bordo si e' incendiata. E' il secondo incidente in sei mesi. Interessante che era stata costruita per durare almeno 10 anni, e si incendia per due volte in sei mesi!

Il primo e' capitato mentre era ancora nel cantiere ad Ottobre 2014.  Questo invece divampa proprio durante la prima settimana di attivita', a 120 chilometri da Floro,  Norvegia.

Notare i 120 chilometri da riva della Norvegia, contro i 9 dell'Abruzzo!

L'incendio e' stato domato e nessuno si e' fatto male, ma la produzione si e' fermata. La Petrojarl Knarr, puo' produrre fino a 63,000 barili al giorno e ne puo' stoccare circa 800,000. 
Non male no, per una FPSO di pochi mesi di anzianita'!
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Dall'altra parte del pianeta invece, venerdi 19 Marzo, la Petrobras di Brasile ha dovuto fermare le sue operazioni petrolifere su un altra FPSO a causa di "irregolarita'" sulla nave desolforante.

La nave si trovava a 115 chilometri al largo della citta' di Vitoria, nel bacino del Espirito Santo Basine fa parte della concessione detta Parque das Baleias.  Da qui si processavano circa 106,000 barili di petrolio al giorno - il 4% della produzione di tutto il Brasile.
RIO DE JANEIRO, March 20 (Reuters) - Brazil's state-run Petrobras said on Friday it shut its P-58 offshore oil production ship after the country's petroleum regulator ANP found irregularities on board the vessel, one of the company's most important offshore production systems.
The ship was producing 106,000 barrels of oil and natural gas equivalent a day in January, 84 percent of it crude, from seven wells, according to the latest ANP figures. That was 4.1 percent of Petrobras' total Brazilian output in the month.
The floating production, storage and offloading ship (FPSO) received oil from the Parque das Baleias project, a group of fields in the Espirito Santo Basin, about 115 kilometers (71 miles) southeast of Vitoria, Brasil.
The shutdown comes a little more than a month after a deadly explosion on a Petrobras offshore oil and natural gas production ship operated by BW Offshore Ltd, a Norwegian-listed production vessel operator. That and a series of refinery accidents have led unions to attack the company's safety record.
The pressure of a much-delayed $221 billion, five-year investment plan, rising debt and a corruption scandal that has forced Petrobras to stop work with many important contractors, is stretching workers and equipment to their limit, according to FUP, the country's national oil union confederation.
Workers on the FPSO say production began with many systems incomplete, forcing workers to finish construction on the high-seas instead of a shipyard.
"We have been complaining about safety problems since production started, but with other production unit accidents, the ANP finally decided to inspect the production units," Davidson Lomba told Reuters in a telephone interview.
"We finally decided to stop doing any more construction work on the production unit," he added. "Not only is it more expensive to do the work at sea, it's more dangerous."
In statements confirming the shutdown, Petroleo Brasileiro SA, as Petrobras is formally known, said the move was preventative, aimed at improving efficiency at a vessel that has been producing for a year, but is only now receiving its final commissioning.
Thanks to its incomplete systems, the FPSO P-58 was operating at only about 60 percent of its designed capacity of 180,000 barrels a day when output was stopped, Lomba said.
The P-58 was Brazil's No. 5 production unit in January and one of only six that produce more than 100,000 barrels a day.
(Reporting by Jeb Blount; editing by Gunna Dickson)
Copyright 2015 Thom
- See more at: http://www.rigzone.com/news/oil_gas/a/137804/Petrobras_Halts_Giant_Production_Unit_As_Safety_Problems_Found#sthash.7kmCvLTN.dpuf
RIO DE JANEIRO, March 20 (Reuters) - Brazil's state-run Petrobras said on Friday it shut its P-58 offshore oil production ship after the country's petroleum regulator ANP found irregularities on board the vessel, one of the company's most important offshore production systems.
The ship was producing 106,000 barrels of oil and natural gas equivalent a day in January, 84 percent of it crude, from seven wells, according to the latest ANP figures. That was 4.1 percent of Petrobras' total Brazilian output in the month.
The floating production, storage and offloading ship (FPSO) received oil from the Parque das Baleias project, a group of fields in the Espirito Santo Basin, about 115 kilometers (71 miles) southeast of Vitoria, Brasil.
The shutdown comes a little more than a month after a deadly explosion on a Petrobras offshore oil and natural gas production ship operated by BW Offshore Ltd, a Norwegian-listed production vessel operator. That and a series of refinery accidents have led unions to attack the company's safety record.
The pressure of a much-delayed $221 billion, five-year investment plan, rising debt and a corruption scandal that has forced Petrobras to stop work with many important contractors, is stretching workers and equipment to their limit, according to FUP, the country's national oil union confederation.
Workers on the FPSO say production began with many systems incomplete, forcing workers to finish construction on the high-seas instead of a shipyard.
"We have been complaining about safety problems since production started, but with other production unit accidents, the ANP finally decided to inspect the production units," Davidson Lomba told Reuters in a telephone interview.
"We finally decided to stop doing any more construction work on the production unit," he added. "Not only is it more expensive to do the work at sea, it's more dangerous."
In statements confirming the shutdown, Petroleo Brasileiro SA, as Petrobras is formally known, said the move was preventative, aimed at improving efficiency at a vessel that has been producing for a year, but is only now receiving its final commissioning.
Thanks to its incomplete systems, the FPSO P-58 was operating at only about 60 percent of its designed capacity of 180,000 barrels a day when output was stopped, Lomba said.
The P-58 was Brazil's No. 5 production unit in January and one of only six that produce more than 100,000 barrels a day.
(Reporting by Jeb Blount; editing by Gunna Dickson)
Copyright 2015 Thom
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Secondo gli impiegati, queste FPSO vengono mandate in mare aperto quando ci sono sistemi operativi incompleti e pericolosi. Secondo loro ci vorrebbero maggiori controlli sulla terraferma, prima di partire per l'oceano. Uno dei lavoratori di Petrobras dice infatti a Reuters:

"We have been complaining about safety problems since production started" 

Ovviamente la Petrobras e' in preda ad una grande crisi a causa di rinvii di finanzamenti di circa 221 miliardi di dollari, aumento dei debiti e scandali e corrizione varia. Ovviamente tutto questo sottrae risorse alla sicurezza, fa si che i lavoratori stiano piu' ore nelle loro mansioni,  rendendo tutto piu pericoloso.

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Sono sicura che ad Ombrina - a nove chilometri da riva mentre qui si parla di 115, 120 - tutto filera' liscio come l'olio. E se dovessero mai esserci incidenti, potremmo sempre dire che era per allietare turisti e residenti, come se fossero spettacoli pirotecnici.



RIO DE JANEIRO, March 20 (Reuters) - Brazil's state-run Petrobras said on Friday it shut its P-58 offshore oil production ship after the country's petroleum regulator ANP found irregularities on board the vessel, one of the company's most important offshore production systems.
The ship was producing 106,000 barrels of oil and natural gas equivalent a day in January, 84 percent of it crude, from seven wells, according to the latest ANP figures. That was 4.1 percent of Petrobras' total Brazilian output in the month.
The floating production, storage and offloading ship (FPSO) received oil from the Parque das Baleias project, a group of fields in the Espirito Santo Basin, about 115 kilometers (71 miles) southeast of Vitoria, Brasil.
The shutdown comes a little more than a month after a deadly explosion on a Petrobras offshore oil and natural gas production ship operated by BW Offshore Ltd, a Norwegian-listed production vessel operator. That and a series of refinery accidents have led unions to attack the company's safety record.
The pressure of a much-delayed $221 billion, five-year investment plan, rising debt and a corruption scandal that has forced Petrobras to stop work with many important contractors, is stretching workers and equipment to their limit, according to FUP, the country's national oil union confederation.
Workers on the FPSO say production began with many systems incomplete, forcing workers to finish construction on the high-seas instead of a shipyard.
"We have been complaining about safety problems since production started, but with other production unit accidents, the ANP finally decided to inspect the production units," Davidson Lomba told Reuters in a telephone interview.
"We finally decided to stop doing any more construction work on the production unit," he added. "Not only is it more expensive to do the work at sea, it's more dangerous."
In statements confirming the shutdown, Petroleo Brasileiro SA, as Petrobras is formally known, said the move was preventative, aimed at improving efficiency at a vessel that has been producing for a year, but is only now receiving its final commissioning.
Thanks to its incomplete systems, the FPSO P-58 was operating at only about 60 percent of its designed capacity of 180,000 barrels a day when output was stopped, Lomba said.
The P-58 was Brazil's No. 5 production unit in January and one of only six that produce more than 100,000 barrels a day.
(Reporting by Jeb Blount; editing by Gunna Dickson)
Copyright 2015 Thom
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Tuesday, March 24, 2015

Lombardia: approvato pozzo Moirago alle porte di Milano con il 22% di possibilita' di successo







In Italia ci piace scommettere sul futuro in modo coraggioso. Ma mica con le rinnovabili, o con l'innovazione, o con il sapere, o con l'high tech. No, con le trivelle.

E infatti in questi giorni, tutta entusiasta la ditta Sound Oil con sede a Londra ha annuciato di avere avuto l'approvazione di trivellare in Lombardia da parte del governo regionale e che adesso ci si aspetta di avere il permesso finale dal Ministero dello Sviluppo Economico di Roma.  Il pozzo e' esplorativo e si chiamera' Moirago 1dir.

Si preparano dunque. Affilano le trivelle, comprano lotti industriali e iniziano il trasporto di materiale. Il capo della ditta in questione, James Parsons ricorda ai suoi investitori

"Badile remains the largest and most strategic asset in our portfolio with an independently assessed best case estimate of 178 Bscf equivalent. The gas produced from Badile (following a successful exploration well and production concession award) would feed in to the energy hungry domestic market in Italy which has maintained pricing resilience against a backdrop of falling commodity prices."

Niente di nuovo sotto il sole dunque, e' mera speculazione per vedere gas ad una Italia affamata di energia, almeno secondo loro.

Ma.. quant'e' 178 Bscf? 178 billions of standard cubic feet. Beh, fanno circa 5 miliardi di metri cubi. Ovviamente la parola miliardi ci fa andare in fibrillazione, ma occorre mettere sempre tutto in prospettiva: di gas in Italia ne consumiamo circa 80 miliardi all'anno quindi questi 5 miliardi non rappresentano che bazzeccole -- circa 20 giorni di fabbisogno nazionale, ovviamente spalmati su periodi pluriannuali.

E cosa faranno per arrivare a questo gas? Beh, trivelleranno a circa 4.2km sotto la crosta terrestre e poi vireranno in orizzontale per circa 41 gradi e andranno dritti per circa 600 metri fino ad arrivare al giacimento. Neanche io oso pensare cosa ci sia in superficie lungo quei 600 metri in orizzontale, ma dal loro progetto ecco qui: c'e' un area protetta. Anzi il pozzo stesso e' circondato dal parco agricolo Sud Milano. Hanno scelto una piazzola dismessa per trivellare un pozzo in mezzo ad un parco.  A soli 5 chilometri di distanza c'e' anche il sito protetto SIC 20500100 detto Oasi di Lacchiarella.

Ma nessun problema - saranno usati fanghi che non comprometteranno le falde acquifere, il Naviglio e l'autostrada faranno da barriera alla fauna, e sopratutto c'e' solo fieno, per cui che vuoi che sia. L'unica vegetazione di "interesse" e' rappresentata da alcuni filari, sebbene nei dintorni ci siano colture di riso, cerali e foraggio e di una fitta rete irrigua.
L'attivita' esplorativa durera' quattro mesi, ma ovviamente se il pozzo e' produttivo, si passera' alla fase di sfruttamento. Come coesisteranno parco e piazzola trivellante e' un mero dettaglio.

Interessante che nello studio di impatto ambientale non venga ricordato cio' che invece viene detto ai loro investitori. Infatti, nei siti aziendali della Sound Oil si ricorda che una societa' indipendente, chiamata ERC Equipoise Limited, ha studiato le possibilita' di successo del progetto con la conclusione che:


The study has also confirmed a 22% geological chance of success for the prospect.

Lo studio ha confermato che le possibilita' geologiche di successo sono del 22%.

Cioe' e' molto piu' probabile che falliscano.

Questa frase non sono riuscita a trovarla negli studi di impatto ambientale. Perche' non l'hanno detto anche al governo lombardo? Ai residenti di Zibido San Giacomo che saranno i piu' vicini al pozzo? Potrebbe essere che se sapevano di queste scarse possibilita' di successo, il giudizio degli enti lombardi sarebbe stato diverso? Forse la regione avrebbe deciso che non ne sarebbe valsa la pena di mettere a rischio case, parco, aria e polmoni per delle possibilita' cosi basse di tirare fuori cosi poco gas?

Non lo sapremo mai.

Ma questi sono solo freddi numeri e statistiche pessimistiche. Siamo dei temerari in Italia e andiamo avanti con coraggio verso la deriva.

Qui le immagini relative alla concessione Badile, dove dovrebbe sorgere il pozzo Moriago 1 dir, alle porte di Milano.

Monday, March 23, 2015

L'Europa investe nella "conoscenza" del fracking -- con Halliburton come partner






** Grazie a Matilde Brunetti **
** Grazue a Francoise Lienhard **

“Il più grande programma di Ricerca e Innovazione dell'Unione Europea di sempre, con 80 miliardi di euro di finanziamenti per 7 anni (dal 2014 al 2020)”


Cosi' si definisce il bando UE Horizon 2020, pensato per essere al centro del piano Europeo per “una crescita e un'occupazione intelligente, sostenibile e inclusiva”. 
 
Mmh. Interessante. Vediamo allora dove sta tutta questa occupazione intelligente, sostenibile ed inclusiva.

Beh... ben due dei progetti premiati hanno come obiettivo di ricerca ... il fracking! Si proprio cosi, fra gli Horizon del futuro ci sono circa 11.6 milioni di euro che verrano usati dalle universita' di Edinburgh e di Londra per studiare gli impatti delle attività di fracking sull'ambiente. Questi gruppi di sapientoni daranno una "valutazione indipendente" degli impatti ambientali del fracking.

Buoni soldi.

Come se l'esperienza di tutte le comunita' al fracking negli USA ed il divieto passato dallo stato di New York dopo indagini mediche ed ambientali durate tre anni, non fossero mai esistiti.

Interessante il commento del direttore generale della Commissione Europea sulla Ricerca e sull'Innovazione, Robert-Jan Smits

“For the very first time, we have launched a dedicated action which will support researchers and scientists in their quest to understand, prevent and mitigate the potential environmental impacts and risks of shale gas exploration and exploitation"

Notare che dice che "per la prima volta" abbiamo esperti che aiuteranno a capire, a prevenire e a mitigare gli effetti del fracking.

Come si mitiga un terremoto? 

In realta' secondo me, questi hanno l'obiettivo di rendere tutto asettico - il famoso tuttapposto. Un tuttapposto che ci costera' quasi 12 milioni di euro.

Il tutto si e' svolto in un convegno dal titolo: ‘Shale gas in a low-carbon Europe: the role of research’ a Bruxelles, il 24 Febbraio 2015.  Anche qui la malafede.  Io avrei fatto: The sun in a low-carbon Europe: the role of research, se vogliamo essere proprio low carbon.

Il fracking con il low carbon non c'entra niente.

Ma l'amico Smits a chi faceva obiezioni diceva che questo fa solo parte dell'informazione e che si deve non farsi prendere dalle "emozioni e dalle paure" ma che ci vogliono dati e numeri:

"we must address concerns with sound scientific evidence - taking the debate away from emotions and fears, and basing it on facts and figures,”

Ah certo. Quando facciamo le nostre belle presentazioncine e dopo che abbiamo sperperato un po di denaro pubblico sara' tutto piu freddo,  l'acqua sara' meno inquinata, i tumori meno aggressivi, e i terremoti meno gravi.

Interessante anche il commento di un professore dal nome italiano Alberto Striolo, che lavora a Londra che dice

 “We’re working with Halliburton on our project but it won’t receive any EU funds”

Rido per non piangere. Come se la Halliburton avesse bisogno di 12 milioni di euro. Alberto, se non l'avesse capito, alla Halliburton non servono i soldi. Alla Halliburton serve lo stampo di una universita' qualsiasi per dire che e' tuttapposto! E che questo lo dica un "ente indipendente".
E la sfido io a trovare qualsiasi cosa dalla sua collaborazione con loro che vada contro il loro interessi.

E cosa fara' Striolo assieme alla Halliburton? Per tre anni studiera' la migrazione della monnezza del fracking sottoterra. Ad Edinburgo invece studieranno gli impatti del fracking in superficie, sotto la guida di Christopher McDermott. Altri studi saranno eseguiti dall'universita' di Uppsala in Finlandia e della Pennsylvania State University, negli USA.

Fra le altre cose che faranno un inventorio di tutti i depositi di shale gas in Europa, "una priorita'" per i ricercatori.  Mmh. Sara'. Ma... non li dovevano fare prima di bucare questi studi cosi prioritari?

Li fanno adesso che la Chevron e' gai' arrivata e si e' gia' ritirata dalla Polonia e pure dalla Romania! Anche la Exxon Mobil la Total e la Marathon Oil si sono ritirate dalla Polonia. Addirittura la BP ha annunicato che non vedono nessuna produzione significativa di shale gas in Europa almeno fino al 2035!

Cosa diranno di nuovo questi studi, considerato che ci sono gia' altri enti che finanziano lo studio di shale gas, per la precisione ReFINE nel Regno Unito,  Blue Gas programme in Polonia, TKI Gas in Olanda, e tutto lo European Energy Research Alliance .

La Royal Society del Regno Unito ha rilasciato un rapporto nel 2012 in cui  in 2012; e l'Helmholtz Centre for Environmental Research in Germany che hanno anche loro rilasciato uno studio simile.

E va bene, vediamo cosa altro dobbiamo studiare su questo benedetto fracking.
Ah. La Halliburton e' stata pioniera nell'industria dello shale gas, tanto che la legge del nostro beneamato Bush che apre le porte del sottosuolo USA alle trivelle del fracking, esentandolo dalle norme ambientali,  e' chiamata  “Halliburton loophole".

Ma perche' essere malizioni, sicuramente e' tutto fatto per amore della conoscenza, non ho dubbi.





Sunday, March 22, 2015

ENI in Nigeria: 349 perdite fra mangrovie e fiumi nel 2014


“ENI has clearly lost control over its operations in the Niger Delta,”

“The Italian Government must investigate what is happening in ENI’s Nigerian operations. These figures raise serious questions about potential negligence by the company going back many years."



Esce in questi giorni un rapporto di Amnesty International sulle attivita' di ENI e di Shell in Nigeria. Non e' un rapporto molto edificante per nessuna delle due, specie per l'Italia.

Fra gli italiani dell'ENI e gli olandesi della Shell si contano infatti piu di 550 perdite di petrolio nella regione del Niger Delta nel solo 2014.  In questo caso' e' l'Italia che vince con 349 riversamenti. Uno al giorno.  Nel 2013 le perdite ENI erano state 500, sempre secondo Amnesty.  Nel 2012 quasi lo stesso, con 474 perdite secondo i dati governativi nigeriani.

La Shell nel 2014 ha riportato "solo" 204 perdite.  In totale quindi fanno uno sversamento e mezzo al giorno. In Nigeria. In Europa, invece in media ce ne sono stati dieci all'anno, fra il 1971 ed il 2011.
I nigeriani sono figli di un dio minore? Perche' quello che per noi sarebbe uno scandalo, e' tuttapposto in Africa?

Per di piu' Amnesty afferma che molto probabilmente il numero di perdite ed il quantitativo di petrolio sono sottostimati, a causa della scarsa accuratezza nel riportare i dati.

La Nigeria produce circa 2 milioni di barili di petrolio al giorno, ed e' una nazione i cui residenti sono poveri. Audrey Gaughran, direttore di Amnesty International si augura che ci sia una investigazione in Italia per negligenza da parte dell'ENI in Nigeria. Mi viene da sorridere, amaramente.  L'Italia su questi temi e' veramente indietro e se non riusciamo a sistemare la "negligenza" dell'Ilva di Taranto, o delle fiammate del centro oli di Viggiano, o dei veleni di Bussi, e ancora adesso, nel 2015, non ci sono leggi adeguate per la difesa dell'ambiente, come si puo' sperare che venga fatta qualsiasi cosa per le mangrovie e i ruscelli di Nigeria?

E certo, tutti ricordiamo la causa di qualche settimana fa, con la Shell che paghera' un risarcimento ai 15,000 pescatori coinvolti nell'inquinamento della comunita' di Bodo per oltre ottanta milioni di dollari, ma per ogni causa che miracolosamente arriva ad un tribunale londinese, ci sono centinaia di disastri ambienali in Nigeria di cui nessuno sentira' mai parlare.  E anzi, qui e' stato tutto grazie all'avvocato Martyn Day di Londra che se l'e' presa a cuore. Non so se ci siano studi legali che vorranno fare la stessa cosa in Italia.

Bloomberg ha contattato il rappresentante ENI Filippo Cotalini, che non ha risposto, come pure il rappresentante Shell in Nigeria, Precious Okolobo. Silenzio.

Claudio Descalzi vuole lui dirci qualcosa? 

Saturday, March 21, 2015

Francia: no alle trivelle e tutti i nuovi tetti devono avere pannelli solari o piante

Concessioni petrolifere in Francia
Tutte le richieste di ricerca petrolifere sono state cancellate.
Circa 180 concessioni.

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Eccoli. Era da tanto che sognavo una cosa cosi, una nazione che impone i pannelli solari, che tu lo voglia o no. Che lo vogliano o no i petrolieri, gli affaristi, quelli del no. 

L'hanno fatto in Francia. Una nuova legge approvata oggi 20 Marzo 2015 impone a chi costruisce edifici nuovi in zone commericiali di coprire i tetti con piante o pannelli solari.

Questo perche' ovviamente i pannelli solari generano energia ed i tetti "verdi" possono meglio isolare gli edifici, e ridurne l'energia per riscaldarla o per raffreddarla. I tetti verdi sono anche utili per favorire la biodiversita' in aree urbane e per dare a uccelli, api e altri animali ed insetti un angolo di natura nel mezzo del cemento.

La legge non e' perfetta, perche' gli attivisti di Francia avrebbero voluto che la legge si applicasse a tutti gli edifici del paese, non solo a quelli commerciali, ma e' un inizio, come sempre.

Diversi paesi hanno gia' questi tetti verdi: in Germania ed Australia sono abbastanza diffusi e la citta' di Toronto ha una ordinanza simile che obbliga ad installare tetti verdi sia su edifici che su industrie.

E in Italia?

In Italia siamo troppo impegnati con lo Sblocca Italia e i buchi e il prendere in giro i cittadini e fare il gioco degli affaristi per fare cose nobili e semplici allo stesso tempo. Vero Matteo Renzi? Vero Gianluca Galletti?

Vediamo dove vogliono arrivare con queste trivelle dei miei stivali.

Anzi gia' lo so. Ovunque, ma non nelle loro citta', non vicino alle loro case.



Friday, March 20, 2015

Ombrina: a Luciano D'Alfonso









Gentile Luciano D'Alfonso,

eccoci qui, al capolinea petrolio. E' tutto nelle sue mani adesso, che le piaccia o no. Sono almeno otto anni che in Abruzzo si parla di trivelle, dal Centro Oli ad Ombrina. E se di petrolio si parla solo in questa regione e non se ne vivono ancora miasmi, fiammate e acque inquinate e' solo per la resistenza eroica del popolo d'Abruzzo.

Di strada ne e' stata fatta tanta: dal primo gruppetto di residenti di Tollo riuniti nel Comitato Natura Verde, alle manifestazioni a cui mai avevano partecipato cosi in tanti, fino ad arrivare agli incontri
internazionali all'Unione Europea, a cui ho avuto l'onore di partecipare.

La societa' civile poteva fare di piu'? Certo. Potevo fare di piu' io? Certo. Si puo' sempre fare di piu'. E infatti, sono sicura che ci saranno presto manifestazioni, eventi, parole e dibattiti. Alcuni saranno
sinceri, altri opportunistici.

Ma resta il fatto che stringi stringi, tutto dipende da lei, perche' e' lei che ci rappresenta presso le istituzioni centrali, ed e' lei che ha liberamente scelto di farsi interprete della voce del popolo d'Abruzzo. In questo caso, la voce e una sola: nessuno vuole Ombrina Mare.

Lei arriva sulla scia dei terribili fallimenti di Gianni Chiodi, la cui piu totale incapacita' di prendere decisioni e di essere proattivo ha fatto si che non si potesse arrivare alla parola fine gia' nel 2010,
quando il Ministero dell'Ambiente decreto' la prima bocciatura di Ombrina. E poi ci sono stati i fallimenti di Giovanni Legnini il cui atteggiamento ponziopilatesco ha solo rabbonito gli animi momentaneamente. Invece di lavorare per il no ad Ombrina e la chiusura vera di tutti i mari italiani entro le 12 miglia, mentre era sottosegretario del ministero dell'economia, ha semplicemente tirato fuori la storia dell'AIA, prendendo tempo e lasciando la patata bollente ad altri - incluso lei. E potrei citare altri che secondo me sono stati venditori di fumo, dell'uno e dell'altro schieramento politico, Fabrizio Di Stefano, Stefania Pezzopane, Mauro Febbo, tutti bravi a fare comunicati stampa ed incapaci di far valere le ragioni del buon senso per l'Abruzzo e per il resto d'Italia.

Ma questa e' la storia passata. La storia futura e' quella che scrivera' lei.

Un sacco di gente mi scrive sul "cosa dobbiamo fare adesso".

Beh, la risposta, secondo me, e' una sola.

Lei, Luciano D'Alfonso, deve fare tutto cio' che legalmente e' possibile contro Ombrina usando tutti i canali istituzionali. Ricorsi, riesamini, appelli. Tutto. Ma soprattutto, deve tirare fuori tutta la sua grinta, la sua caparbia, la sua volonta' e deve fare di Ombrina la sua missione personale. Lo sappiamo tutti che le partite in Italia si giocano dietro le quinte. E' li che i petrolieri e gli speculatori, in una democrazia debole come quella del nostro paese, hanno via libera. E' li che fanno i patti del diavolo con i politici che solo menti malate possono concepire.

Ed e' li dove noi popolo non possiamo arrivare. Ma lei si. Non basta che i suoi sottoposti facciano affermazioni qualunquiste alla stampa sul "continuiamo la lotta". Lei deve mettersi li in prima persona e spendere tutto quello che ha, chiamando Matteo Renzi, Gianluca Galletti, quelli del Ministero dell'Ambiente, chiunque possa avere voce in capitolo, e li deve chiamare tutti i santi giorni, li deve ossessionare su questa storia che Ombrina non s'ha da fare. Deve esigerlo.

Deve andare su tutte le testate giornalistiche e in tutte le trasmissioni televisive nazionali a denunciare lo scandalo di Ombrina - ambientale e democratico. E lo deve fare con ardore, con passione. Si deve vedere che lei e' un cittadino scandalizzato e innamorato dell'Abruzzo, per il quale non possono esserci compromessi o prescrizioni, e non un politico tuttappostista. Si deve vedere che lei ci tiene. Deve essere uno di noi che parla, PD o non PD.

E lo so bene che qui ci sono i giochini della realpolitik, gli stessi che hanno fatto di Chiodi e Legnini delle caricature patetiche di statisti e che li faranno ricordare come mediocri. Ma questo e' il prezzo da pagare se si vuole essere memorabili e non canne al vento.

La democrazia, in teoria, funziona che gli interessi del popolo vengono prima di ogni altra cosa. Essere governatore significa non solo avere accesso ai privilegi, significa fare le cose difficili per il bene di tutti. Tutto l'Abruzzo e' indignato adesso. Spero che lo sia anche lei e che sappia incanalare questa indignazione verso chi queste cose le decide.

La responsabilita', adesso, e' tutta sua.

E se lei si spendera' per Ombrina senza accettare nessun compromesso, la gente non potra' altro che amarla e rispettarla. Ho dato tutto quello che avevo con il petrolio, fra mille rinuncie e sacrifici. Gliel'ho preparata l'opinone pubblica con tutta la professionalita' di cui sono capace, giorno dopo giorno, smontando tutte, ma proprio tutte, le pseudoragioni dei petrolieri. A lei spetta adesso prendere tutta questa consapevolezza e trasformarla in vittoria, per i nostri polmoni, per la nostra democrazia e perche' e' giusto cosi.

Non lo so come andra' a finire. Ma finche' l'ultimo bullone non sara' montato, si puo' combattere. E si deve combattere per vincere, non per sceneggiatura.

Questo onore e questo privilegio spettano adesso, per primo di tutti, a lei, Luciano D'Alfonso.

MRD

Thursday, March 19, 2015

Ombrina: da qualcuno che mi vuole bene

Grazie Lucio. Mi ci volevano proprio queste parole. Mi ci vorra' un po di tempo ancora. Mi sono vista tutto andare in frantumi l'altro giorno. Grazie del tuo affetto, le tue parole sono state fra le cose piu' belle che mi sono arrivate in questi giorni, e mi hanno fatto sentire utile e che mi vuoi bene.

Il meteorite mi ha fatto sorridere.
Ciao!

MR


---

Carissima Maria Rita,

e' da molto che non ci sentiamo. Mi dispiace non averti potuto scrivere prima, ma sono stato preso da un mare di impegni. Ho piu' volte pensato di scriverti ma poi e' sopraggiunta un'altra cosa che dovevo fare urgentemente.

Stamattina ho visto quello che è successo per Ombrina. La cosa, anche se non mi ha sorpreso, mi ha amareggiato TANTISSIMO. MI SPIACE di piu' per te che ci hai messo l’anima per portare avanti questa lotta perdendo sette anni del tuo tempo.

Dico tempo perso perché è un modo di dire, il tempo impiegato in queste cose , a prescindere se vanno bene o male, è tempo guadagnato in stima e rispetto di se stessi.

Mi rendo conto che ora sei parecchio giù, ma permettimi di farti una critica, non puoi dire che sei stata sconfitta. Almeno non puoi dirlo, se il motivo è che una cinquantina di teste di CXXXO, che insieme formano la CTVA, ha dato parere positivo al progetto Ombrina. Si sapeva che prima o poi avrebbero dato l’OK. Consentimi, il fatto di averli rallentati per sette anni, se non è una vittoria è senz’altro una grossa soddisfazione. E poi, in questi sette anni hai risvegliato una coscienza in molte persone che senza di Te avrebbe continuato a dormire.

Ora molti programmi TV (Presa Diretta, Report, Scala Mercalli etc..) parlano di questi problemi ed il merito è Tuo. Magari questo non te lo riconoscerà nessuno, ma stai tranquilla che è così.

Se una persona, nel 2011, non sapendo che pesci pigliare, non si fosse imbattuta nel tuo blog, ora molto probabilmente la XXX avrebbe già finito di perforare da tempo, ed invece al momento ha un ricorso pendente al TAR. Stessa cosa dicasi per YYY. Anche per YYY la CTVA ha dato parere positivo, nell’agosto 2013. E’ passato più di un anno e mezzo, quasi due, ma ancora non è uscito il Decreto VIA (Decreto che sto aspettando con piacere che esca). Un motivo ci sarà.

Buona parte di quei pochi progetti bocciati sono stati respinti dal Ministero non dalla CTVA.

Tempo fa te l’avevo detto, se un meteorite simile a quello che provocò l’estinzione dei dinosauri dovesse essere valutato dalla CTVA, stai tranquilla che il parere sarebbe: Positivo con Prescrizioni. La stessa 152/2006 (la legge sulla VIA) non prevede specificatamente una bocciatura, parla sempre di approvazione con eventuali prescrizioni.

Col perdurare del costo del petrolio ai livelli attuali, parte di queste Società andranno in fallimento. Non credo che tutti i progetti approvati saranno realmente realizzati.

Sono sicuro che ti riprenderai presto da questa battuta di arresto. Il sole della California sarà pure molto bello, ma dopo tempo anche lui provoca delle scottature.

Un grandissimo bacio,

CIAO Lucio.


Wednesday, March 18, 2015

Fort Chip, Canada e i tumori delle Tar Sands





E’ sera nella comunita’ indigena di Fort Chipewyan, in Alberta, Canada. Il sole tramonta lentamente sul fiume Atabasca. In parte e’ ancora ghiacciato e coperto di neve. Sui banchi del fiume c’e’ la foresta e la vita che ospita. In questo piccolo villaggio di 1300 persone l’unico ristorante offre carne di caribou, spezzatino con carote e spezie o merluzzo con erbe locali.

Tutto perfetto, eh? E invece no. Tutto quello che si mangia qui non e’ frutto della caccia, pesca e dell’agricoltura locale come lo e’stato per secoli e secoli in una comunita di “First Nations”. E’ tutto importato.

Perche’? Perche’ e’ tutto inquinato. Animali, pesci e piante.La gente lo sa da tanto tempo, in modo aneddotico, perche’ i tassi di tumore sono in aumento, specie per quello del dotto biliare o il cancro cervicale, prima d’ora considerati rari. Secondo chi vive a Fort Chip i tassi di tumore sono aumentati vertigionasamente negli scorsi 30 anni. Gli anziani non ricordano cosi tanti morti di cancro in tutte le loro vite. Negli scorsi mesi sono arrivate anche le prove ufficiali.

L’Universita’ del Manitoba, ha infatti esaminato possibili connessioni fra lo sfrutamento delle Tar Sands del Canada a circa 200 chilometri a nord e il cibo che non possono piu mangiare. Ci sono volute tre anni per completare gli studi e dozzine di interviste con residenti della zona.

I risultati? Ci sono tassi superiori al normale di idrocarburi policiclici aromatici, arsenico, mercurio, cadmio e selenio nei tessuti dei reni e del fegato di alci, papere, pesci, castori e muskrats, emessi durante l’estrazione e la lavorazione del bitume dalle Tar Sands. Il rapporto e’ stato peer-reviewed, e i fondi per realizzare gli studi sono arrivati da enti governativi indipendenti non collegati all’industria del petrolio.

Su 94 persone intervistate 20 sono stati colpiti da una qualche forma di cancro.

Si conclude che le estrazioni petrolifere qui “compromettono l’integrita’ dell’ambiente e della vita animale, che a loro volta portano a conseguenze negative per la salute dell’uomo ed il suo benessere.”

Il governo Canadese, che incassa miliardi e miliardi di dollari con le Tar Sands, ha lungamente contestato che la vita selvatica potesse essere contaminata. Dicono che i tumori di Fort Chip sono naturali e che potrebbe anche essere colpa del fumo di sigaretta.

A noi non parra’ granche’, ma il fatto di non poter andare a caccia e a pesca ha causato profondi problemi sociali a Fort Chip, perche’ li ha sradicati dalle loro tradizioni e dal loro vivere in simbiosi con la natura. Non si insegna piu ai giovani a pescare, a mettere le trappole per gli animali. Alcuni continuano a mangiare cio’ che catturano, ben sapendo dei rischi alla salute. E siccome caccia e pesca erano anche fonte di reddito, sono scomparse anche quelle. I residenti di Fort Chip hanno pian piano inziato ad interessarsi ad altre attivita’, che ironicamente sono spesso di servizio ai petrolieri, perche’ non c’e’ niente altro da fare. Allo stesso tempo, i costi sono qui esagerati, tutto arriva per via aerea, perche’ le strade sono spesso ghiacciate. Un sacco di patate costa circa 15 euro.

Nessuno sa qual’e’ la risposta o ha il coraggio di pensare all’unica risposta possibile: fermare la follia e farli pagare fino all’ultima lira di bonifica ambientale.

Mutatis mutandis e’ la stessa situazione della Basilicata dove pian piano l’inquinamento inizia a pervadere tutto, fiumi, aria, acqua, politica e non si sa o non si vuole sapere come se ne esce. Un paio di settimane fa, per dirne una, hanno vietato l’utilizzo di acqua potabile nei pressi del pozzo Perticara 1, perche’ inquinata da metalli e altri elementi pericolosi per la salute dell’uomo fra cui manganese, solfati, nichel e cloruro vinile.

E’ per questo che e’ meglio non farceli venire dall’inizio.

Qui le foto della deforestazione in Canada, la nazione che distrugge piu foreste al mondo a causa dell’estrazione di bitume dalle Tar Sands.

Tuesday, March 17, 2015

Ombrina: i membri della Commissione VIA



La Commissione in seduta plenaria è così composta:

Presidente: Ing. Guido Monteforte Specchi - ingegneria civile
Segretario: Avv. Sandro Campilongo - avvocato

Prof. Saverio Altieri - docente universitario in fisica nucleare e tecnica
Prof. Vittorio Amadio - docente universitario in ecologia
Dott. Renzo Baldoni - scienze agraria
Avv. Filippo Bernocchi - avvocato
Ing. Stefano Bonino - ingegneria per l'ambiente e territorio
Dott. Gaetano Bordone - geologo
Dott. Andrea Borgia - geologo
Ing. Silvio Bosetti - ingegneria civile
Ing. Stefano Calzolari - ingegneria civile
Cons. Giuseppe Caruso - magistrato
Ing. Antonio Castelgrande - ingegneria civile
Arch. Laura Cobello - architetto
Prof. Carlo Collivignarelli - ingegneria chimica ambientale
Dott. Siro Corezzi - geologo
Arch. Giuseppe Chiriatti - architetto
Contrammiraglio (CP) Dott. Federico Crescenzi - dottore in scienze politiche
Prof.ssa Avv. Barbara De Donno - docente di diritto privato comparato
Consigliere Marco De Giorgi - dottore in giurisprudenza
Ing. Di Mambro Chiara - ingegnere dell’ambiente e del territorio
Ing. Francesco Di Mino - ingegneria civile
Avv. Luca Di Raimondo - avvocato
Ing. Graziano Falappa - ingegneria meccanica
Avv. Filippo Gargallo di Castel Lentini - avvocato
Arch. Antonio Gatto - architetto
Prof. Antonio Grimaldi - docente universitario in ingegneria civile
Ing. Despoina Karniadaki - ingegneria elettrica
Dott. Andrea Lazzari - biologo
Arch. Sergio Lembo - architetto
Arch. Salvatore Lo Nardo - architetto
Arch. Bortolo Mainardi - architetto
Avv. Michele Mauceri - avvocato
Ing. Luca Montanelli - ingegneria civile
Ing. Francesco Montemagno - ingegnere ambientale
Ing. Santi Muscarà - ingegneria civile
Arch. Eleni Papaleludi Melis - architetto
Ing. Mauro Patti - ingegneria civile
Cons. Roberto Proietti - magistrato
Dott. Vincenzo Ruggiero - dottore in economia
Dott. Vincenzo Sacco - dottore in giurisprudenza
Avv. Xavier Santiapichi - avvocato
Dott. Paolo Saraceno - dottore in fisica
Dott. Franco Secchieri - geologo
Arch. Francesca Soro - architetto
Arch. Maria Fernanda Stagno d'Alcontres - architetto
Dott. Francesco Carmelo Vazzana - dottore in chimica industriale
Ing. Roberto Viviani - ingegneria civile
La Commissione in seduta plenaria è così composta:
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